In aeroporto

Ed eccoli insieme, affiancati
in un’intimità arresa,
i due trolley gemelli
buffamente rigonfi, identici
l’uno all’altro, fuorché nel colore.

Andiamo in luoghi diversi,
stessa destinazione:
il mio odiamato paese,
la tua patria del cuore.
Non c’è niente di mio nel tuo bagaglio,
di tuo nel mio. Il tempo sarà buono,
promettono il mio e il tuo smartphone.

Ti fotografo
mentre sorridi a una foto
che hai appena scattato.
Decine di migliaia di jpg
testimoniano che ci siamo amati.

Torneremo con lo stesso volo,
nella stessa città, più o meno.
Tu seppellirai nella tua casa
un nuovo bottino di souvenir
e la mia casa sarà sempre altrove.

Tristizia

Forse non sono il solo
a notare, qui in casa mia,
maglie estive in inverno
o invernali d’estate
ripiegate e impilate sulle sedie,
le poche cose da portare via
e quelle da buttare, o da lasciare
alla sciatteria di altri inquilini.

Si sarà accorto, qualche amico,
l’amica che innaffia gli sterpi sul mio balcone,
la donna delle pulizie,
di quest’aria di smobilitazione
– malgrado il riordino, i restauri,
i quadri sempre più folti alle pareti,
le suppellettili allineate con troppa cura
sulla mensola storta.
Sa più di quanto io sappia, lei, ma tace.
È sempre troppo presto per gli addii.

Allergie

Allergie, allergèni malefici,
forze nemiche e aliene
e voi anticorpi, sedizione
di me contro me stesso,
voi, amici, che mi avvelenate
le fragole e la cioccolata,
di quali terrori o colpe siete figli?

Oh sì, l’anima pure
ha i suoi anticorpi anarchici
che la proteggono e sedano
e la fanno soffrire.
Ciò che un tempo le era nutrimento
ora è la sua malattia.

Per anestetizzarsi oggi si scrive,
ma di questo anestetico si muore.
Scrivere versi col cuore fa male,
mi rende tachicardico, cattivo,
specie di sera. Non mi fa dormire.

Rifletti, mi dico, non distrarti,
metti qualche pausa, metti punti
e virgole nel flusso dei pensieri,
ragiona,
concatena le cause con gli affetti.

Ma un nonnulla, una palpebra di fumo
separa il mondo della veglia
dalla ressa di sogni sempre vigili
che preme sulla fronte.

Appena mi siedo e chiudo gli occhi
le tenui chiuse s’aprono e una piena
di luoghi volti fatti incongruenti
fluisce e si compenetra
con l’altro fiume che non so arginare,
come fumo nel fumo.

Corioretinopatia sierosa centrale

Forse l’ho sempre avuta, è congenita
quest’ombra sulla retina
del mio occhio sinistro,
la lacrima ingorgata che deforma
il profilo muto delle cose.
Ma io non la vedevo
perché guardavo il mondo con due occhi,
uno limpido e l’altro nubiloso.
O perché altri occhi
guardavano per me.

Per come riuscivi a vedere
così tante cose in questo niente
e persino a fotografarle,
lungamente ti ho amata.
Dovrò rieducare il mio sguardo,
rassegnarmi alla visione
di un paesaggio così disadorno,
accontentarmi dei residui
della visione delegata.

Istanza

‘A ‘ntistazioni fussi di superchiu
e l’oggettu ‘un ‘u mettu, ca ddassusu
ogni cosa si sapi, e già sapemu
ca nui semu suttani e ca ‘u Supranu
vidi tuttu e mi vidi e jè ogniscenti.
Dunqua scrivemu ccà senza raccami
e registramu e subbitu spidemu
‘a rispittusa istanza suttastanti.

‘U suttascrittu Monasteri eccetira,
ni l’ebbica buttana chi sapemu,
addì lu vintiquattru di sittembri
di lu dumila e quinnici, addumanna
di campari, ‘n saluti quantu po’,
ppi n’autri trent’ottanni, finu all’annu
ca si po’ carculari, calculannu
ca iddu fa cent’anni propriu tannu.

Motivu di l’Istanza, si nun basta
ca muriri dispiaci a nui murtali,
jè ‘u fattu risaputu ca campau
tribulannu, e campannu ‘un pruduciu
chiddu ca promitteru i so’ talenti
e iddu ê so’ parenti. Vui sapiti,
Signuri, ca jè curpa dî tirreni
e di li venti e poi di li stajuni
si ‘un ndichisci a simenza e nun fa fruttu.

Ccu la prisenti allura ‘u suttascrittu
umilimenti addumanna a Voscienza
d’allongari a stajiuni e dari tempu
chi scampa ‘u malutempu, pirdunannu
‘a curpa sova, siddu curpa n’avi.
Piccau, è veru, e nun si pintiu mai,
e ‘a lagnusia è piccatu veru gravi,
ma contra d’iddu stissu fici dannu
e mai a l’autra genti fici mali.

Avennu dittu quantu supra, e autru
nun avennu chi diri, ormai spirannu
sulu chissu ca spera, di campari
e muriri a cent’anni saziu d’anni,
cordialmenti arringrazia. In fede, addiu.
Monasteri Giuanni.

Ricerche

Cosa faccio stasera? Nulla faccio.
Guardo cose allineate sulle mensole
negli spazi tra i libri
e altre cose inutili
negli interstizi tra le indispensabili
e niente mi dà notizia
dello stimato Giovanni Monasteri
che pure molti attestano
di avere conosciuto.

Leggo – sì, leggo, ma alla rinfusa,
persino su fogli di carta.
E trovo carte antiche
in quelle cartelle sformate
che un tempo si chiamavano carpette,
mentre cerco una mappa catastale
per una domanda, un’istanza.

Mi dispero a cercare, più che altro,
e cercando ritrovo, come accade,
ciò che non stavo cercando.
Allora si produce, certe volte,
un fenomeno psichico strano
che chiamo nostalgia (dovrei cercare
la parola appropriata).

Le parole, anche loro si fanno
inerti e spaesate.
Cerco allora nel web, poi telefono
a un vecchio amico. Ma niente,
di me nessun indizio.

Poetiche

Rileggendo dei versi appena scritti
mi dico che l’argomento
non meritava una poesia.
Poi penso alle poetiche di tanti
poeti che conosco:
direbbero, se dire fosse compito
della poesia, che nessun argomento
merita la poesia.
rimane, essa poesia, oltre e al di qua
di qualsiasi argomento.
Inutile obiettare che Leopardi
non sarebbe d’accordo.

E penso a quanti amori, a quante amanti
hanno mal meritato
le poesie d’amore.

Che cos’è una carezza

Poi viene un tempo così avaro,
una stagione così magra.
Neppure più ti aspetti da nessuno
il regalo di una carezza.
Dico, una semplice carezza,
che non promette, non prelude a niente
e niente avrà in contraccambio.

Non si fa, è sconveniente.
Non è in nessun protocollo
che una cassiera, mettiamo,
o la vicina di casa, un conoscente,
invece di stringerti la mano
ti sorrida dicendoti: eh, birbante!,
e come a un cane, a un cucciolo di rottweiler
ti faccia una carezza – Ma stai tranquilla,
non ti lecco la mano,
non mordo.

Se fossi un ragazzino
e avessi quest’uzzolo che ho adesso
di esser sfiorato, dico, da una carezza,
nei giorni di mercato
andrei in tutte le piazze,
mi infilerei sotto il braccio
di tutte le donne che conosco
e a tutte direi sorridendo,
guardandole con malizia da sotto in su:
buonasera, signora!

Ma sono un ragazzo vecchio, questo è il fatto.
Forse dovrò invecchiare ancora un poco,
prima che, passandomi accanto,
una donna, anche non giovanissima,
si prenda la confidenza di accarezzarmi.
Sulla sedia a rotelle
sarò di nuovo a portata di carezza.

Un vecchio può fare tenerezza,
ma un uomo nel fiore degli anni (dico per dire)
deve invitare a cena una signora,
lunghissimamente discettare
di vini e d’antipasti, poi di libri
e di amori – gli altrui e specialmente
i propri, di regola conclusi.

E poi, tenendo il pollice sotto il mento,
il gomito sul tavolo
(senza smettere mai di guardarla),
scoprire in ogni parola proferita
affinità prodigiose,
respirare ogni suo sospiro,
avvicinarsi con infiniti peripli
al nocciolo, al segreto dei segreti,
alla verità vera.
E quando infine ti sfugge, tra un dessert e un caffè,
la parola carezza,
dal suo sguardo capisci
che si sta parlando di una sega.