Panagiotis

LA LINGUA DI MIO PADRE

Mio padre era un poliglotta. Parlava il tedesco, il greco moderno, un po’ di francese, il napoletano e vari dialetti regionali. All’occorrenza parlava benissimo anche l’italiano, se proprio doveva e non c’era altro modo per farsi capire. Ma la sua lingua madre, la lingua che davvero conosceva – come un  narratore deve conoscere la propria lingua – era il ciaccès, il piazzese, l’antico vernacolo parlato a Piazza Armerina, una lingua derivante dall’occitano, contaminata di siciliano e non esente da influenze germanico-longobarde.
Le occasioni in cui potevo meglio apprezzare il ciaccès, la sua duttilità, le sue singolari sonorità, erano quando papà raccontava storie. Griöli Monasteri era, infatti, un grande narratore, oltre ad avere eccezionali doti attoriali. E anche allora, all’epoca del suo esilio brianzolo, poteva contare su un pubblico affezionato, dato che a Desio e a Nova Milanese si era formata una cospicua enclave ciaccèsa.  I numerosi  parenti di mia madre avevano colonizzato almeno un ettaro di territorio tra  Nova Milanese  e Muggiò, edificando un intero quartiere. Ogni sabato pomeriggio ci arrivavano in casa non so quanti fratelli di mia madre e cugini e procugini, tutti maschi. Le femmine non erano ammesse a quelle riunioni, poiché quasi mai i racconti di mio padre erano adatti a un pubblico femminile. I convenuti si sedevano attorno al grande tavolo in cucina e, dopo non pochi preamboli e facezie, lo spettacolo aveva inizio.
Talvolta il narratore appariva un po’ riluttante, persino infastidito, ma era tutta scena. Gli piaceva creare un clima di attesa, farsi pregare. Bisognava che zio Angelo, il direttore di scena, lo incitasse:
«Avà, Griò, e fann’ rid’» (Dài,  Gregorio, facci ridere). Papà lo guardava con un’espressione tra l’indignato e il minaccioso. «E pp’ cu’ m’ p’gghiasti, pp’ ‘n pulcinedda?» (Per chi mi hai preso, per Pulcinella?), diceva. Oppure: «E chi ggh scalanu u b’gliettu? » (e che, hanno abbassato il costo del biglietto?).
Poi attaccava a parlare di faccende serie, serissime: di politica, di ciclismo (il calcio non gli interessava), della p’tturina della tabaccaia, di quanto gli mancava la salsiccia “vera”, lì a Desio, della sua gucciula duodenale che gli procurava una fastidiosa intolleranza alle sarde fritte, specie se annaffiate con mezzo litro di vino. E che male poteva fare mezzo un litro di vino sincero, limpido come l’ambra?
Anche il racconto dei suoi malanni faceva parte dello spettacolo. E noi sapevamo che in quel divagare masslar Griöli stava cercando uno spunto per traghettarci in altri tempi e luoghi. Quei “discorsi seri” c’entravano poco o niente con la storia che avrebbe raccontato, eppure erano un prologo necessario, perché non si balza di colpo dal luogo dove si vive, afflitti e scontenti,  all’altrove meraviglioso del racconto; o dai malumori del presente al tempo lontano in cui il fatto narrato accadde, se mai accadde.
«Griò, fann’ rid’», ripeteva lo zio. Papà divagava, come faccio io adesso.

PANAGIOTIS

Non sempre le storie di massar Griöli facevano ridere. Talvolta facevano  piangere, oppure erano storie terrificanti di magarìe e di diavoli.
Quella volta che ci raccontò la storia di Panagiotis, aveva iniziato col lamentarsi del fatto che stava diventando vecchio, un vecchio brutto e spelacchiato. Uno dei miei zii gli aveva detto:
«Griò, prchì m talì accuscì brutt? (Gregorio, perché mi guardi così brutto?)»
«P’rchì sign’ brutt’» (perché sono brutto), lui aveva risposto. Certe mattine, si mise a dire, vedendo all’improvviso la sua faccia nello specchio, faceva un salto alto così per lo spavento. «Idì beddamatri, e cu’ è ssà facci d’ cruvacch’ sp’nn’zzà» (Madonna mia, di chi è quella faccia di corvaccio spennacchiato?). Ma poi aggiungeva che, fattasi la barba, la sua figura la faceva ancora; e comunque si riteneva assai meno brutto di tanti vecchiardi di sua conoscenza.
Ne aveva conosciuti di uomini brutti in vita sua! Anche di donne brutte, certamente. Ma la donna davvero brutta, quella proprio inguardabile, diceva, il padre la tiene chiusa in casa, magari legata alla mangiatoia come una scecca. I maschi, invece, nessuno può trattenerli quann l’asgeu s’ mpënna (quando l’uccello mette le piume). Vanno in giro senza freni a spaventare la gente con la loro mostruosità, e le femmine prene s’impressionano e per effetto dell’impressione figliano mostri consimili ai mostri in libera uscita che hanno visto. In questo modo i mostri si riproducono, perpetuando la loro discendenza, ché certo nessuna donna li sposerebbe mai.
«Sapeste quanti ne ho visti, mostri  e mostresse!», disse papà quel giorno. «Ma il mostro più mostruoso di tutti lo conobbi nel Peloponneso, in Grecia.»
Qui il narratore si accese una sigaretta. Faceva sempre così quando entrava nel vivo del racconto: si accendeva una sigaretta e fumava con studiata lentezza, lo sguardo perso nelle volute di fumo, lui stesso circonfuso di fumo.
«Sapeste quante ne ho viste.»
«Ero sergente maggiore di carriera del regio esercito e avevo vent’anni. Vint’anni, carusgi, l’età di mio figlio adesso, guarda d’ mau! Eravamo andati lì per spezzare le reni ai Greci, ma i greci avevano rotto il culo a noi. Poi erano intervenuti i tedeschi e lo avevano rotto a loro. Ma tra sconfitti ci si intende, e in fondo noi italiani capivamo che la guerra non era mestiere nostro, come non era mestiere dei Greci. I Tedeschi sì, figli di buttana, la sapevano fare la guerra. Checché ne dicesse il duce, noi, discendenza romana, non avevamo nulla a che vedere coi nostri lontani antenati, così come i moderni Greci avevano perso per strada la valentia degli antichi Ateniesi e Spartani. Tu, pr’esempiu (qui mio padre si rivolgeva a uno dei miei zii), non somigli per niente a tuo nonno Miano, che era alto e biondo, mentre tu sei scuro e alto quanto una seggia. Ora, se tu non somigli a tuo nonno, che è morto trent’anni fa, come puoi pretendere di somigliare a Giulio Cesare?»
A questo punto papà versò da bere a tutti. Un intero fiasco di vino, perché il pubblico era numeroso. «Unn’av’ma r’vat? (dov’eravamo rimasti?)»
«Nnô peloponnesu, l’Ateniesi, i spartài», disse uno degli zii.
Papà riprese il filo del racconto.
«Eravamo nel Peloponneso, come truppe di presidio, ma la nostra presenza lì era inutile, che tanto, come i Greci si muovevano, i tedeschi li fulminavano. I Greci sono uguali a noi, solo la loro lingua è diversa dall’italiano. Ma io l’avevo imparata senza difficoltà. Tutta la divisione italiana parlava greco, specialmente i siciliani. Io parlavo greco come un greco nato e cresciuto. I tedeschi, invece, parlavano solo tedesco. Eravamo noi italiani a fare da interpreti quando i tedeschi prendevano qualche partigiano e lo interrogavano. In Peloponneso non c’erano molti partigiani, ce n’erano tanti in Tessaglia e in Epiro, ma in Peloponneso si stava abbastanza tranquilli. Però anche lì, ogni tanto, i tedeschi prendevano qualche partigiano. Prima gli strappavano le unghie dei piedi e delle mani con le tenaglie e poi lo interrogavano. Se non cantava, gli immergevano la testa in una pila piena d’acqua a più riprese, finché il poveretto non decideva se morire subito annegato o fucilato dopo aver confessato. Noi italiani facevamo da interpreti, ma traducevamo a modo nostro. Lasciavamo intendere al prigioniero che lo volevamo aiutare, bastava che dicesse qualche nome, pure un nome di fantasia, e indicasse un luogo. Si trattava solo di non lasciarlo morire così, di mala morte. Meggh f’c’là che nià nt’ na pila com a ‘n ratt (meglio fucilato che annegato in una pila come un topo). Noi eravamo fedeli al re, non eravamo fascisti.»
«Come, non e’rvu fascisti: tutti er’mu fascisti» (come sarebbe, non eravate fascisti: tutti lo eravamo), interloquì il solito zio Angelo, il più anziano dei miei zii materni.
«Guai a dire che non eravamo fascisti», precisò mio padre, «ma una cosa era essere fascisti, un’altra non negare di esserlo.»
Ogni volta che parlava della guerra, mio padre ci teneva a sottolineare che non era mai stato fascista, come se dovesse ancora discolparsi, lui, di quanto era successo in quei tempi infami. D’accordo, era militare di carriera, un sottufficiale, e aveva combattuto una guerra fascista, ma non era mai stato fascista.
«Sì, c’era qualche fascista fanatico nel mio reggimento, ma tutti, noi Italiani, anche quei pochi fascisti, andavamo d’accordo coi Greci. Non c’era italiano che non avesse fraternizzato con una bella korízi, una bella ragazza, e ficcavamo dalla mattina alla sera. Si mangiava insieme, si beveva e cantava fino a tarda notte. Arrostivamo arnìa e cazikìa, agnelli e capretti. Si mangiava, si ficcava e si cantava. E che musica! Che canzoni!
Ta mátia sou, ta mátia sou, Mariù,
ta megàla sou màtia (i tuoi occhi, i tuoi occhi, Mariù, i tuoi grandi occhi neri).»
È una canzone d’amore, spiegava papà, dopo averla cantata per intero. La cantava sempre, quando raccontava della sua Grecia. E aveva un’espressione estatica mentre la cantava. Anche quella volta la cantò; poi riprese a raccontare.
«Una sera stavo tornando da una festa ed ero mezzo ubriaco. Non tanto ubriaco da non poter tornare alla guarnigione con le mie gambe, ma abbastanza da perdermi, perché il posto da cui tornavo era molto lontano. Nello zaino avevo un bel fiasco di vino che i miei amici greci mi avevano regalato. Camina ch’ t’ cammina, a un certo punto mi resi conto che mi ero perso, ma non me ne importava, allegro com’ero. Camminavo e cantavo: Ta mátia sou, ta mátia sou, Mariù. Camina ch’ t’ camina a tantöngh, mi ritrovo sulla riva di un fiume. Costeggio il fiume per un po’ e, tutt’a un tratto, scorgo oltre il fiume una massaria, che conoscevo bene per esserci stato varie volte a mangiare e bere  e cantare. Ma come fa ‘sta massaria, disci ‘n tra mi, a trovarsi dall’altra parte di questo fiume che non ho mai visto? Quando mai ho attraversato un corso d’acqua che non fosse un ddavnèr, un torrente, in questo posto? Ad ogni modo, c’era un ponte di legno e decido di attraversarlo. Era notte, il cielo era pieno di stelle. Non ho mai visto così tante stelle in vita mia, in Peloponneso ci sono più stelle che in qualsiasi altro posto nel mondo. Mentre attraverso il ponte, scorgo un uomo appoggiato al parapetto di legno. Quest’uomo non indossava una divisa, quindi doveva essere per forza un greco. Tutti gli italiani e i tedeschi erano militari, solo i greci non indossavano la divisa. Ma, per essere un greco, mi sembrava insolitamente alto. Lui non mi aveva ancora visto, mentre io, adesso, lo vedevo di profilo. Ma più mi avvicinavo, più quel profilo mi pareva strano. L’uomo aveva una faccia lunga lunga, un mento troppo sporgente che terminava in un pizzetto rossiccio. Anche l’unica gota che potevo scorgere era fulva e pelosa fin sotto l’occhio obliquo. Non aveva naso, mi pareva; a meno che non fosse naso quel lieve rigonfiamento che gli scendeva dalla fronte fin quasi alla bocca. Quest’uomo, a un certo punto, quando gli fui a tre metri di distanza, si accorse della mia presenza e si girò di scatto verso di me… Oh Madonna! Gli cadde il cappello da sopra la testa per il soprassalto, perché anche lui si spaventò per il grido che mi uscì dalla gola. Beddamatri santissima, credetemi, sotto il cappello aveva le corna! Era na crava (una capra), na facci d’ crava precisa, che più crava non poteva essere: il pizzetto sotto il mento, le corna, il muso che pareva atteggiato a una risatina di scherno e invece tremava per la paura. Perché io, quasi senza rendermene conto, avevo messo mano alla pistola d’ordinanza e certamente gli avrei sparato, se lui non si fosse buttato ginocchioni ai miei piedi, con le braccia levate, gridando: Eímai én’ánthropos, Eímai én’ánthropos, den me skotónei: Io sono un uomo, sono un uomo, non mi ammazzare. Non me la scordo mai quella scena: quest’uomo alto due metri e con la testa di capra, si butta per terra ginocchioni e grida con voce del tutto umana: Eímai én’ánthropos, den me skotónei, gi ‘aftó genníthika, den me skotónei: non mi ammazzare, io sono un uomo, sono nato così, non mi ammazzare.
Lentamente riposi la pistola nella custodia, mentre lui  si alzava cautamente in piedi, le braccia ancora sollevate. Era alto almeno due metri, non avevo mai visto un uomo così alto. Sempre che un uomo con la faccia e la testa di becco, con due corna intorcinate, possa dirsi uomo. Con estrema lentezza, tenendo una mano alzata, con l’altra tirò fuori un pacchetto di sigarette. Thélete éna tsigáro?, vuoi una sigaretta?, mi disse, porgendomi il pacchetto. Erano sigarette italiane. Accettai, gli porsi a mia volta da accendere. Le mani gli tremavano. Aveva mani trascurate, con lunghe unghie adunche, ma del tutto umane. Tutto in lui era umano, fuorché dal collo in su. Mi disse il suo nome: Panagiotis. Io gli dissi il mio.
Mentre aspiravo a grandi boccate il fumo della sigaretta, nel suo sorriso di capra mi parve di poter leggere un fremito di commossa riconoscenza. I suoi occhi piccoli e senza ciglia, così distanti tra loro che non riuscivo a guardare in entrambi, erano umidi di lacrime. Disse più volte: grazie. In italiano. Ma di cosa mi era riconoscente, di non averlo ammazzato?  Quando si voltò per andarsene, notai che era malvestito, la giacca lisa e rattoppata ai gomiti, i pantaloni troppo larghi per quelle gambe scheletriche e piuttosto corte rispetto al busto. Non volevo che se ne andasse in quel modo, come una capra bastonata. Lo chiamai: Panagiotis. Lui si voltò. Posai lo zaino per terra e tirai fuori il fiasco di vino. Un fiasco da cinque litri, di un vino che dio sa quanto era buono. Lo presi con ambo le mani e glielo porsi: tieni, bevilo alla mia salute. Lui esitava. «Sas arései to krasí?» (ti piace il vino?), gli domandai. Eccome se gli piaceva, dicevano i suoi piccoli occhi obliqui. Mi avvicinai e gli misi il fiasco in mano. Lui lo prese con delicatezza, lo levò in alto, come a voler contemplare dalla giusta distanza quel miracolo. Lo scuoteva come fosse un trofeo, o forse ancora tremava. Guardava me e il fiasco alternativamente. Poi se lo strinse al petto e con infinita riconoscenza ripeté: grazie.»
«Ce ne andammo ognuno per la sua strada e non lo vidi mai più. Né ho mai più visto, in vita mia,  un uomo tanto brutto, un cristiano con la testa d’animale. Eppure gli volli bene, in quei pochi minuti in cui stavo per ammazzarlo ma poi fumammo insiieme una sigaretta. Gli volli tanto bene da regalargli un fiasco di vino. Avrei preferito regalargli la mia zita, se lei lo avesse voluto.»

Fusina

La domenica noi sedentari
si va al mare a Fusina
a vedere le navi passare.
Non è una spiaggia, Fusina,
ma un terminal presso un camping.

E le navi non sono che dei cargo,
ma hanno nomi di donna,
nomi mitologici
e di città lontane.
Oggi sono passate Bangkok, Argo
Calipso Galatea
Jamila Naomi Oriana.

Venezia, porta d’oriente, non è lontana
e l’inceneritore è la vicino.
Di nuovo faccio voto di partire
quando niente mi obbligherà a restare.

Sciarra

Per un po’ avevamo smesso di tenerci il broncio, io e la poesia. Mi sembrava persino che mi sorridesse da lontano. Cautamente avevo ripreso a corteggiarla, ma senza, come si dice, sbilanciarmi troppo. Avevo rimesso mano al sito dei Feaci, tirato giù dagli scaffali qualche plaquette sgualcita.
Poi non so che è successo. Adesso non ci salutiamo neppure, se per caso ci incontriamo.
A dirla tutta, me la ritrovo tra i piedi di continuo, ma è sempre più trasandata, a stento la riconosco. La sento farfugliare frasi sconnesse, nelle conversazioni che intrattiene con bidelle e portinai sfaccendati. Predilige la compagnia dei malparlanti, frequenta urlatori e slam nei pub di periferia.
Non so cosa fare per tenermene il più possibile lontano. Se esco a fare una passeggiata, marzo, non meno crudele di aprile, risveglia le radici di antiche malerbe; se mi chiudo in casa, Lei mi guarda in tralice dalla pila di libri dimenticati sul comodino.
Forse vorrei che stesse solo con me, malgrado io l’abbia lungamente trascurata. Vorrei che io e lei parlassimo con una sola voce. Ma la poesia è mobile, infedele e bagascia, per sua natura.

In aeroporto

Ed eccoli insieme, affiancati
in un’intimità arresa,
i due trolley gemelli
buffamente rigonfi, identici
l’uno all’altro, fuorché nel colore.

Andiamo in luoghi diversi,
stessa destinazione:
il mio odiamato paese,
la tua patria del cuore.
Non c’è niente di mio nel tuo bagaglio,
di tuo nel mio. Il tempo sarà buono,
promettono il mio e il tuo smartphone.

Ti fotografo
mentre sorridi a una foto
che hai appena scattato.
Decine di migliaia di jpg
testimoniano che ci siamo amati.

Torneremo con lo stesso volo,
nella stessa città, più o meno.
Tu seppellirai nella tua casa
un nuovo bottino di souvenir
e la mia casa sarà sempre altrove.

Tristizia

Forse non sono il solo
a notare, qui in casa mia,
maglie estive in inverno
o invernali d’estate
ripiegate e impilate sulle sedie,
le poche cose da portare via
e quelle da buttare, o da lasciare
alla sciatteria di altri inquilini.

Si sarà accorto, qualche amico,
l’amica che innaffia gli sterpi sul mio balcone,
la donna delle pulizie,
di quest’aria di smobilitazione
– malgrado il riordino, i restauri,
i quadri sempre più folti alle pareti,
le suppellettili allineate con troppa cura
sulla mensola storta.
Sa più di quanto io sappia, lei, ma tace.
È sempre troppo presto per gli addii.

Allergie

Allergie, allergèni malefici,
forze nemiche e aliene
e voi anticorpi, sedizione
di me contro me stesso,
voi, amici, che mi avvelenate
le fragole e la cioccolata,
di quali terrori o colpe siete figli?

Oh sì, l’anima pure
ha i suoi anticorpi anarchici
che la proteggono e sedano
e la fanno soffrire.
Ciò che un tempo le era nutrimento
ora è la sua malattia.

Per anestetizzarsi oggi si scrive,
ma di questo anestetico si muore.
Scrivere versi col cuore fa male,
mi rende tachicardico, cattivo,
specie di sera. Non mi fa dormire.

Rifletti, mi dico, non distrarti,
metti qualche pausa, metti punti
e virgole nel flusso dei pensieri,
ragiona,
concatena le cause con gli affetti.

Ma un nonnulla, una palpebra di fumo
separa il mondo della veglia
dalla ressa di sogni sempre vigili
che preme sulla fronte.

Appena mi siedo e chiudo gli occhi
le tenui chiuse s’aprono e una piena
di luoghi volti fatti incongruenti
fluisce e si compenetra
con l’altro fiume che non so arginare,
come fumo nel fumo.

Corioretinopatia sierosa centrale

Forse l’ho sempre avuta, è congenita
quest’ombra sulla retina
del mio occhio sinistro,
la lacrima ingorgata che deforma
il profilo muto delle cose.
Ma io non la vedevo
perché guardavo il mondo con due occhi,
uno limpido e l’altro nubiloso.
O perché altri occhi
guardavano per me.

Per come riuscivi a vedere
così tante cose in questo niente
e persino a fotografarle,
lungamente ti ho amata.
Dovrò rieducare il mio sguardo,
rassegnarmi alla visione
di un paesaggio così disadorno,
accontentarmi dei residui
della visione delegata.

Istanza

‘A ‘ntistazioni fussi di superchiu
e l’oggettu ‘un ‘u mettu, ca ddassusu
ogni cosa si sapi, e già sapemu
ca nui semu suttani e ca ‘u Supranu
vidi tuttu e mi vidi e jè ogniscenti.
Dunqua scrivemu ccà senza raccami
e registramu e subbitu spidemu
‘a rispittusa istanza suttastanti.

‘U suttascrittu Monasteri eccetira,
ni l’ebbica buttana chi sapemu,
addì lu vintiquattru di sittembri
di lu dumila e quinnici, addumanna
di campari, ‘n saluti quantu po’,
ppi n’autri trent’ottanni, finu all’annu
ca si po’ carculari, calculannu
ca iddu fa cent’anni propriu tannu.

Motivu di l’Istanza, si nun basta
ca muriri dispiaci a nui murtali,
jè ‘u fattu risaputu ca campau
tribulannu, e campannu ‘un pruduciu
chiddu ca promitteru i so’ talenti
e iddu ê so’ parenti. Vui sapiti,
Signuri, ca jè curpa dî tirreni
e di li venti e poi di li stajuni
si ‘un ndichisci a simenza e nun fa fruttu.

Ccu la prisenti allura ‘u suttascrittu
umilimenti addumanna a Voscienza
d’allongari a stajiuni e dari tempu
chi scampa ‘u malutempu, pirdunannu
‘a curpa sova, siddu curpa n’avi.
Piccau, è veru, e nun si pintiu mai,
e ‘a lagnusia è piccatu veru gravi,
ma contra d’iddu stissu fici dannu
e mai a l’autra genti fici mali.

Avennu dittu quantu supra, e autru
nun avennu chi diri, ormai spirannu
sulu chissu ca spera, di campari
e muriri a cent’anni saziu d’anni,
cordialmenti arringrazia. In fede, addiu.
Monasteri Giuanni.