A ‘NZIMMA

I miei avi si rivolterebbero nella tomba se sapessero che mi sono ridotto a bere acqua a cena. Riso lesso, petto di pollo e un bicchiere d’acqua. Colpa della gastrite, o di quello che è. La gastroscopia non evidenzia malattie importanti, eppure il vino mi fa male. Ecco, ho proferito la bestemmia: il vino fa male.
Io vengo da una stirpe di grandi bevitori. Bevitori, non ubriaconi: fa molta differenza. Era impossibile che un Monasteri potesse ubriacarsi.
Il professore Roccella, biologo e scienziato, docente di biologia all’università di Catania, aveva una spiegazione del fatto che il vecchio Giovanni Monasteri, mio nonno, poteva bere litri e litri di vino senza ubriacarsi. Diceva che nel sangue di un uomo su centomila c’è una sostanza diversa dall’ordinario enzima che trasforma l’alcool in zuccheri. Questa sostanza è pur sempre un enzima, ma speciale, un ADH potenziato. Il professore Roccella era convinto, appunto, che mio nonno avesse questo super enzima nel sangue.
Solo alcuni anni dopo la morte del nonno, quando andavo a liceo, ho capito il significato di quella sua orgogliosa affermazione: haiu a ‘nzimma nnô sangu. O anche: a mi’ ‘nzimma è speciau (la mia ‘nzimma è speciale). Così diceva, inalberando il pugno e mostrando il poderoso bicipite. Qualche volta, quando menzionava questa ‘nzimma, strizzava l’occhio alla zzè P’ppina, una vecchia criata sua coetanea che tutti chiamavano ‘sgnè P’ppina, trattandola con più rispetto di quanto se ne dovesse a una serva. Io e mia sorella la chiamavamo zzė P’ppina e le volevamo bene come a una nonna. La zzė P’ppina aiutava mia madre nei lavori di casa, sfacchinando dalla mattina all’alba fino a sera, e si occupava con speciale sollecitudine di ogni necessità del nonno, che era vedovo da molti anni e, a ottant’anni, aveva il vigore e l’aspetto di un cinquantenne.
Io, bambino, mi figuravo questa ‘nzimma come uno spirito potente e benigno, poiché il nonno era forte ma buono, salvo quando parlava dei percorai che pascevano abusivamente le pecore nelle sue terre; e allora gridava, prendeva lo schioppo appeso al muro e minacciava di fare una strage. Questa ‘nzimma, mi pareva avesse qualcosa a che fare con lo Spirito Santo del catechismo. Il nonno diceva, infatti, che il vino era spirito, e la ‘nzimma era un’incarnazione dello Spirito, una sorta di divinità che prodigava forza e chiedeva in cambio un quotidiano tributo di vino: spiritus ad spiritum. Infatti Giovanni Monasteri diceva che la ‘nzimma voleva bere, che la ‘nzimma aveva sete. E subito Prendeva la cannata e correva a riempirla fino all’orlo. Spillare il vino era facile, lo sapevo fare anch’io, che non andavo ancora a scuola: bastava sfilare lievemente il cavicchio di legno della Botte Grande. La Botte Grande, che chiamavano così per distinguerla dalle varie altre botti e barilotti, era davvero imponente, la regina delle botti: grande come la casa della zzè P’Ppina, che era solo un catoio ma pur sempre una casa.
Il professor Roccella (me lo ricordo ancora) era un vecchietto smilzo, dal grande naso sormontato da occhiali minuscoli. Sedeva su una sedia imbottita dai braccioli troppo alti per le sue braccia. Si chinava su di me, digrignava i denti e mi faceva: bau! Ma io non avevo paura, perché poi mi sorrideva e mi prendeva sulle ginocchia.
“Giuannuzzu, Giovanni Monasteri, tu devi studiare”, mi diceva. “Devi studiare. E, dato che hai il nome è il sangue di Giovanni Monasteri, diventerai un grand’uomo”.
“Il sangue con la ‘nzimma?”, io gli domandavo.
“Che è ‘sta ‘nzimma?”
“Quella che fa bere tanto vino e poi divento forte.”
“Certo, l’enzima, e berrai anche tu tanto vino senza ubriacarti.
Il professor Roccella era proprietario di una grande tenuta di cui mio nonno era fattore e mezzadro. Si volevano bene, il professore e il nonno. Ogni tanto andavano in giro “ê fraschi fraschi”, diceva mio padre”: a cercare erbe e verdure. Il professore indicava un’erbaccia qualsiasi, ne pronunziava il nome scientifico e mio nonno diceva il nome volgare. I nomi scientifici finivano quasi tutti in us e is, e anche il nonno pronunziava spesso la parola officinalis: aveva imparato il latino, e voleva insegnarlo anche a suo figlio. “Rosamarinus officinalis: ‘ndovina chi è”, chiedeva a mio padre, che non rispondeva e seguitava a strigliare la bestia o a togliere il marcio col f’ssett dalla ceppaia di un nocciuolo. “Rosamarìngh”, diceva il nonno, rispondendo alla sua stessa domanda. E ancora: “com s’ ciam’nu i sanacioli?”. Mio padre non rispondeva. “Diplotaxis erucoides”, diceva il nonno. “E u zunghett?… Juncus effusus. E i scaptinfrunti? Silene vulgaris.”
Mio padre taceva, poiché la sigaretta gli pendeva perennemente dal labbro, ma pareva annuire. Il fumo gli usciva da un angolo della bocca, dal naso e dai capelli. Ogni tanto imprecava a denti stretti, sciarriandosi ora col mulo, ora con la ceppaia, ora col tempo e con le nuvole.
Quegli sbuffi di fumo erano, a loro modo, un discorso che il nonno comprendeva: in campagna faceva troppo caldo d’estate, troppo freddo d’inverno, perciò bisognava dissetarsi o scaldarsi assiduamente. La fiaschetta col vino era lí apposta, li seguiva come un cane segue il padrone, e se la passavano di continuo.
Anche mio padre aveva a ‘nzimma nel sangue, a quanto si diceva, ma in quantità minore rispetto a quella di suo padre; poiché le virtù degli avi si degradano di generazione in generazione, mischiandosi il sangue dei forti con altro sangue meno valoroso. Mio padre riusciva a bere appena tre litri di vino senza ubriacarsi. Io ne bevevo un litro e mezzo al massimo, fino all’anno scorso. Poi mi è venuta la gastrite, o quello che è. Così doveva disperdersi la ‘nzimma di nonno Giovanni, insieme a tante altre sue virtù di cui ancora si favoleggia.

A marredda
(La matassa)

Accaddero tanti fatti inspiegabili nella vita di mia madre, come in quella di sua madre e della madre di sua madre. Volessi raccontarli tutti, potrei fare romanzi, per dirla come la dice lei (e magari prima i poi li farò).
Comincio col raccontarne uno, forse il più strano di tutti, accaduto a nonna Calorina. Me lo son fatto raccontare di nuovo da mia madre e lei, per l’ennesima volta, ha giurato che non ce ne mette e non ce ne leva niente, è andata precisamente come lei la conta, e anche nonna Calorina la contava così.
Un giorno passava per la strada un uomo che vendeva filo di tutti i colori, aghi di tutte le misure e filo da cucire e da ricamo. Nonna Calorina, a quei tempi, stava giusto ricamando le lenzuola per la dote delle sue figlie.
“Figlio mio”, racconta mia madre, “quest’uomo era un uomo bellissimo, ma altissimo, un gigante, ancora più alto di te, e nero di faccia, ma nero, nero come il tizzone.”
“Ma davvero era così nero, mamma, o era solo abbronzato? Non era per caso nero come i tuoi nipoti quando tornano dal mare?”.
“Macchè abbronzato, era nero, nero, ti dico. Nero più nero del lutto, nero come non se n’era mai visti (ne avremmo visti poi, dopo lo sbarco dei mericani, e ne vediamo anche adesso). Ma, fatto ancora più strano, aveva i capelli legati a treccia dietro la nuca, tale e quale le femmine che portano la treccia. Quest’uomo, come ti dico, andava banniando per le strade, che vendeva aguglie di tutte le misure e filo di tutti i colori, spagnolette e marredde di filo. Aveva una voce, ti dico, che spaccava le pietre. Quest’uomo parlava la lingua di un uomo normale, e vendeva, come ti dico, filo e augghie di tutte le misure.”
Interrompo il racconto di mia madre. “Ma tu c’eri?”, Le chiedo. Lei sembra pensarci un po’ su e poi mi dice che no, non c’era, ma mia nonna, sua madre, non raccontava fesserie. Ma poi mi dice che sì, c’era, c’era anche lei, ma non si ricorda tutto per filo e per segno, perché era signorina e aveva altre marredde per la testa. Il racconto della nonna è comunque degno di fede.
Ma ora, pensando a quand’era signorina, ha perso il filo e riprende daccapo il racconto.
“Insomma, come ti dico, c’era quest’uomo bellissimo, altissimo e nero di faccia, ma nero, nero come il tizzone, più nero del nero del lutto. Aveva un canestro pieno di filo a spagnolette. Marredde e spagnolette, ti dico, di tutti i colori. Con questa treccia nera dietro il cozzo, e una voce, ti dico, che spaccava le pietre.”
Le faccio segno di venire alla conclusione, e lei mi descrive di nuovo quest’uomo gigantesco, bello, nero come il tizzone, che vendeva marredde e spagnolette di ogni foggia e colore.
“Allora, come ti dico, tua nonna esitava, perché quest’uomo nero faceva impressione, quant’era nero. Ma lui si era fermato e aveva posato il canestro per terra, per mostrarle tutto quel filo a spagnolette e marredde. Tua nonna si fece coraggio, indicò una marredda rossa e gli domandò: quanto costa? L’uomo prese in mano la marredda, l’accarezzò, mostrandogliela, e disse il prezzo: tre centesimi. Senza aver neppure rovistato nelle tasche del fadale, e senza capire come, tua nonna si trovò in mano tre centesimi giusti, li mise nella mano nera e grandissima di quest’uomo nero e si prese questa marredda. L’uomo se ne andò, sparì. Ma come lei prese in mano la marredda, vide che era ‘mpidugghiata e tutta a giummi giummi, e non la si poteva spidugghiare. Provò e riprovò, con le unghie, a districare i ‘mpidugghi, ma più tentava di sbrogliarli, più quelli si ‘mpidugghiavano. Allora si arrabbiò e nominò con poca reverenza il nome di sant’Anna (perché nonna Calorina, quando la pigliano i s’ssantom’ni, non nominava mai il nome di Dio o dei santi, né il nome della Madonna, ma sempre e solo quello di san’Anna). Poi prese ‘stu jomm’ru di filo, lo buttò per terra e lo pestò sotto i piedi. E come la pestava, ‘sta marredda si muoveva, che pareva un serpente. Più la pestava, più lei si muoveva e torceva come un serpente.
Allora tua nonna – credimi figlio mio, m’ sentu a surr’zzar i carni (a raccontarlo mi si accappona la pelle) – credimi, figlio mio, tua nonna si fece il segno di croce, prese lo spirito delle iniezioni e lo versò su questa cosa. Poi prese un pospero e le diede fuoco.
Come svampò, questa cosa si mise a correre per tutta la casa e a soffiare come un gatto e, figlio mio, gridava con voce di femmina, e vuoi sapere che diceva?”
Io so già cosa diceva, ma le chiedo: che diceva?
“Diceva: tacch’m-sciogg’hm,
scioggh’m-tacch’m. È più diceva così, questa cosa in fiamme, più correva per la casa. Era propriamente un fuoco che correva a zigghizagghi e si torceva e diceva: tacch’m-sciogg’m, scioggh’m-tacch’m (lègami-scioglimi, scioglimi-lègami).
E, figlio mio, vuoi sapere come finì?”
Le dico che voglio saperlo, ma già lo so.
“Tua nonna prese la scopa e cominciò a correre dietro a questa lingua di fuoco, come volesse cacciare un gattaccio fuori di casa. E vuoi sapere che disse, questa marredda in fiamme, questa lingua di fuoco, prima di rotolare giù dal gradino della soglia e disfarsi, che ormai era cenere?”
Lo voglio proprio sapere, le dico, ma già lo so: questa cosa, che bruciava e strillava, gridò un’orribile bestemmia e rotolò giù dal gradino della soglia, disfacendosi in cenere.
“Perché quell’uomo nero… Quell’uomo nero era il diavolo. È quella marredda di filo era ‘ntantaziunata.”

Il tesoro di Biagio

(Un racconto scritto almeno trent’anni fa)

Brasi Mezzalenticchia

Fu l’uccisione del mulo il primo dei numerosi peccati che dannarono Biagio Marotta. Gli fracassò il cranio. E non con una schioppettata, né col dorso della zappa o con un mazzapicchio, ma con un pugno. Sì, proprio un pugno in mezzo alle orecchie, su quella testaccia di mulo impenitente. Lo zio Suoledilegno aveva visto coi suoi occhi quel pugno poderoso abbattersi sulla povera bestia come il maglio del maniscalco sull’incudine, e quella, colpita a morte, stramazzare per non più rialzarsi. Continua a leggere

Panagiotis

LA LINGUA DI MIO PADRE

Mio padre era un poliglotta. Parlava il tedesco, il greco moderno, un po’ di francese, il napoletano e vari dialetti regionali. All’occorrenza parlava benissimo anche l’italiano, se proprio doveva e non c’era altro modo per farsi capire. Ma la sua lingua madre, la lingua che davvero conosceva – come un  narratore deve conoscere la propria lingua – era il ciaccès, il piazzese, l’antico vernacolo parlato a Piazza Armerina, una lingua derivante dall’occitano, contaminata di siciliano e non esente da influenze germanico-longobarde.
Le occasioni in cui potevo meglio apprezzare il ciaccès, la sua duttilità, le sue singolari sonorità, erano quando papà raccontava storie. Griöli Monasteri era, infatti, un grande narratore, oltre ad avere eccezionali doti attoriali. E anche allora, all’epoca del suo esilio brianzolo, poteva contare su un pubblico affezionato, dato che a Desio e a Nova Milanese si era formata una cospicua enclave ciaccèsa.  I numerosi  parenti di mia madre avevano colonizzato almeno un ettaro di territorio tra  Nova Milanese  e Muggiò, edificando un intero quartiere. Ogni sabato pomeriggio ci arrivavano in casa non so quanti fratelli di mia madre e cugini e procugini, tutti maschi. Le femmine non erano ammesse a quelle riunioni, poiché quasi mai i racconti di mio padre erano adatti a un pubblico femminile. I convenuti si sedevano attorno al grande tavolo in cucina e, dopo non pochi preamboli e facezie, lo spettacolo aveva inizio.
Talvolta il narratore appariva un po’ riluttante, persino infastidito, ma era tutta scena. Gli piaceva creare un clima di attesa, farsi pregare. Bisognava che zio Angelo, il direttore di scena, lo incitasse:
«Avà, Griò, e fann’ rid’» (Dài,  Gregorio, facci ridere). Papà lo guardava con un’espressione tra l’indignato e il minaccioso. «E pp’ cu’ m’ p’gghiasti, pp’ ‘n pulcinedda?» (Per chi mi hai preso, per Pulcinella?), diceva. Oppure: «E chi ggh scalanu u b’gliettu? » (e che, hanno abbassato il costo del biglietto?).
Poi attaccava a parlare di faccende serie, serissime: di politica, di ciclismo (il calcio non gli interessava), della p’tturina della tabaccaia, di quanto gli mancava la salsiccia “vera”, lì a Desio, della sua gucciula duodenale che gli procurava una fastidiosa intolleranza alle sarde fritte, specie se annaffiate con mezzo litro di vino. E che male poteva fare mezzo litro di vino sincero, limpido come l’ambra?
Anche il racconto dei suoi malanni faceva parte dello spettacolo. E noi sapevamo che in quel divagare masslar Griöli stava cercando uno spunto per traghettarci in altri tempi e luoghi. Quei “discorsi seri” c’entravano poco o niente con la storia che avrebbe raccontato, eppure erano un prologo necessario, perché non si balza di colpo dal luogo dove si vive, afflitti e scontenti,  all’altrove meraviglioso del racconto; o dai malumori del presente al tempo lontano in cui il fatto narrato accadde, se mai accadde.
«Griò, fann’ rid’», ripeteva lo zio. Papà divagava, come faccio io adesso.

PANAGIOTIS

Non sempre le storie di massar Griöli facevano ridere. Talvolta facevano  piangere, oppure erano storie terrificanti di magarìe e di diavoli.
Quella volta che ci raccontò la storia di Panagiotis, aveva iniziato col lamentarsi del fatto che stava diventando vecchio, un vecchio brutto e spelacchiato. Uno dei miei zii gli aveva detto:
«Griò, prchì m’ talì accuscì brutt? (Gregorio, perché mi guardi così brutto?)»
«P’rchì sign’ brutt’» (perché sono brutto), lui aveva risposto. Certe mattine, si mise a dire, vedendo all’improvviso la sua faccia nello specchio, faceva un salto alto così per lo spavento. «Idì beddamatri, e cu’ è ssà facci d’ cruvacch’ sp’nn’zzà» (Madonna mia, di chi è quella faccia di corvaccio spennacchiato?). Ma poi aggiungeva che, fattasi la barba, la sua figura la faceva ancora; e comunque si riteneva assai meno brutto di tanti vecchiardi di sua conoscenza.
Ne aveva conosciuti di uomini brutti in vita sua! Anche di donne brutte, certamente. Ma la donna davvero brutta, quella proprio inguardabile, diceva, il padre la tiene chiusa in casa, magari legata alla mangiatoia come una scecca. I maschi, invece, nessuno può trattenerli quann l’asgeu s’ mpënna (quando l’uccello mette le piume). Vanno in giro senza freni a spaventare la gente con la loro mostruosità, e le femmine prene s’impressionano e per effetto dell’impressione figliano mostri consimili ai mostri in libera uscita che hanno visto. In questo modo i mostri si riproducono, perpetuando la loro discendenza, ché certo nessuna donna li sposerebbe mai.
«Sapeste quanti ne ho visti, mostri  e mostresse!», disse papà quel giorno. «Ma il mostro più mostruoso di tutti lo conobbi nel Peloponneso, in Grecia.»
Qui il narratore si accese una sigaretta. Faceva sempre così quando entrava nel vivo del racconto: si accendeva una sigaretta e fumava con studiata lentezza, lo sguardo perso nelle volute di fumo, lui stesso circonfuso di fumo.
«Sapeste quante ne ho viste.»
«Ero sergente maggiore di carriera del regio esercito e avevo vent’anni. Vint’anni, carusgi, l’età di mio figlio adesso, guarda d’ mau! Eravamo andati lì per spezzare le reni ai Greci, ma i greci avevano rotto il culo a noi. Poi erano intervenuti i tedeschi e lo avevano rotto a loro. Ma tra sconfitti ci si intende, e in fondo noi italiani capivamo che la guerra non era mestiere nostro, come non era mestiere dei Greci. I Tedeschi sì, figli di buttana, la sapevano fare la guerra. Checché ne dicesse il duce, noi, discendenza romana, non avevamo nulla a che vedere coi nostri lontani antenati, così come i moderni Greci avevano perso per strada la valentia degli antichi Ateniesi e Spartani. Tu, pr’esempiu (qui mio padre si rivolgeva a uno dei miei zii), non somigli per niente a tuo nonno Miano, che era alto e biondo, mentre tu sei scuro e alto quanto una seggia. Ora, se tu non somigli a tuo nonno, che è morto trent’anni fa, come puoi pretendere di somigliare a Giulio Cesare?»
A questo punto papà versò da bere a tutti. Un intero fiasco di vino, perché il pubblico era numeroso. «Unn’av’ma r’vat? (dov’eravamo rimasti?)»
«Nnô peloponnesu, l’Ateniesi, i spartài», disse uno degli zii.
Papà riprese il filo del racconto.
«Eravamo nel Peloponneso, come truppe di presidio, ma la nostra presenza lì era inutile, che tanto, come i Greci si muovevano, i tedeschi li fulminavano. I Greci sono uguali a noi, solo la loro lingua è diversa dall’italiano. Ma io l’avevo imparata senza difficoltà. Tutta la divisione italiana parlava greco, specialmente i siciliani. Io parlavo greco come un greco nato e cresciuto. I tedeschi, invece, parlavano solo tedesco. Eravamo noi italiani a fare da interpreti quando i tedeschi prendevano qualche partigiano e lo interrogavano. In Peloponneso non c’erano molti partigiani, ce n’erano tanti in Tessaglia e in Epiro, ma in Peloponneso si stava abbastanza tranquilli. Però anche lì, ogni tanto, i tedeschi prendevano qualche partigiano. Prima gli strappavano le unghie dei piedi e delle mani con le tenaglie e poi lo interrogavano. Se non cantava, gli immergevano la testa in una pila piena d’acqua a più riprese, finché il poveretto non decideva se morire subito annegato o fucilato dopo aver confessato. Noi italiani facevamo da interpreti, ma traducevamo a modo nostro. Lasciavamo intendere al prigioniero che lo volevamo aiutare, bastava che dicesse qualche nome, pure un nome di fantasia, e indicasse un luogo. Si trattava solo di non lasciarlo morire così, di mala morte. Meggh f’c’là che nià nt’ na pila com a ‘n ratt (meglio fucilato che annegato in una pila come un topo). Noi eravamo fedeli al re, non eravamo fascisti.»
«Come, non e’rvu fascisti: tutti er’mu fascisti» (come sarebbe, non eravate fascisti: tutti lo eravamo), interloquì il solito zio Angelo, il più anziano dei miei zii materni.
«Guai a dire che non eravamo fascisti», precisò mio padre, «ma una cosa era essere fascisti, un’altra non negare di esserlo.»
Ogni volta che parlava della guerra, mio padre ci teneva a sottolineare che non era mai stato fascista, come se dovesse ancora discolparsi, lui, di quanto era successo in quei tempi infami. D’accordo, era militare di carriera, un sottufficiale, e aveva combattuto una guerra fascista, ma non era mai stato fascista.
«Sì, c’era qualche fascista fanatico nel mio reggimento, ma tutti, noi Italiani, anche quei pochi fascisti, andavamo d’accordo coi Greci. Non c’era italiano che non avesse fraternizzato con una bella korízi, una bella ragazza, e ficcavamo dalla mattina alla sera. Si mangiava insieme, si beveva e cantava fino a tarda notte. Arrostivamo arnìa e cazikìa, agnelli e capretti. Si mangiava, si ficcava e si cantava. E che musica! Che canzoni!
Ta mátia sou, ta mátia sou, Mariù, ta megàla sou màtia (i tuoi occhi, i tuoi occhi, Mariù, i tuoi grandi occhi neri).»
È una canzone d’amore, spiegava papà, dopo averla cantata per intero. La cantava sempre, quando raccontava della sua Grecia. E aveva un’espressione estatica mentre la cantava. Anche quella volta la cantò; poi riprese a raccontare.
«Una sera stavo tornando da una festa ed ero mezzo ubriaco. Non tanto ubriaco da non poter tornare alla guarnigione con le mie gambe, ma abbastanza da perdermi, perché il posto da cui tornavo era molto lontano. Nello zaino avevo un bel fiasco di vino che i miei amici greci mi avevano regalato. Camina ch’ t’ cammina, a un certo punto mi resi conto che mi ero perso, ma non me ne importava, allegro com’ero. Camminavo e cantavo: Ta mátia sou, ta mátia sou, Mariù. Camina ch’ t’ camina a tantöngh, mi ritrovo sulla riva di un fiume. Costeggio il fiume per un po’ e, tutt’a un tratto, scorgo oltre il fiume una massaria, che conoscevo bene per esserci stato varie volte a mangiare e bere  e cantare. Ma come fa ‘sta massaria, disci ‘n tra mi, a trovarsi dall’altra parte di questo fiume che non ho mai visto? Quando mai ho attraversato un corso d’acqua che non fosse un ddavnèr, un torrente, in questo posto? Ad ogni modo, c’era un ponte di legno e decido di attraversarlo. Era notte, il cielo era pieno di stelle. Non ho mai visto così tante stelle in vita mia, in Peloponneso ci sono più stelle che in qualsiasi altro posto nel mondo. Mentre attraverso il ponte, scorgo un uomo appoggiato al parapetto di legno. Quest’uomo non indossava una divisa, quindi doveva essere per forza un greco. Tutti gli italiani e i tedeschi erano militari, solo i greci non indossavano la divisa. Ma, per essere un greco, mi sembrava insolitamente alto. Lui non mi aveva ancora visto, mentre io, adesso, lo vedevo di profilo. Ma più mi avvicinavo, più quel profilo mi pareva strano. L’uomo aveva una faccia lunga lunga, un mento troppo sporgente che terminava in un pizzetto rossiccio. Anche l’unica gota che potevo scorgere era fulva e pelosa fin sotto l’occhio obliquo. Non aveva naso, mi pareva; a meno che non fosse naso quel lieve rigonfiamento che gli scendeva dalla fronte fin quasi alla bocca. Quest’uomo, a un certo punto, quando gli fui a tre metri di distanza, si accorse della mia presenza e si girò di scatto verso di me… Oh Madonna! Gli cadde il cappello da sopra la testa per il soprassalto, perché anche lui si spaventò per il grido che mi uscì dalla gola. Beddamatri santissima, credetemi, sotto il cappello aveva le corna! Era na crava (una capra), na facci d’ crava precisa, che più crava non poteva essere: il pizzetto sotto il mento, le corna, il muso che pareva atteggiato a una risatina di scherno e invece tremava per la paura. Perché io, quasi senza rendermene conto, avevo messo mano alla pistola d’ordinanza e certamente gli avrei sparato, se lui non si fosse buttato ginocchioni ai miei piedi, con le braccia levate, gridando: Eímai én’ánthropos, Eímai én’ánthropos, den me skotónei: Io sono un uomo, sono un uomo, non mi ammazzare. Non me la scordo mai quella scena: quest’uomo alto due metri e con la testa di capra, si butta per terra ginocchioni e grida con voce del tutto umana: Eímai én’ánthropos, den me skotónei, gi ‘aftó genníthika, den me skotónei: non mi ammazzare, io sono un uomo, sono nato così, non mi ammazzare.
Lentamente riposi la pistola nella custodia, mentre lui  si alzava cautamente in piedi, le braccia ancora sollevate. Era alto almeno due metri, non avevo mai visto un uomo così alto. Sempre che un uomo con la faccia e la testa di becco, con due corna intorcinate, possa dirsi uomo. Con estrema lentezza, tenendo una mano alzata, con l’altra tirò fuori un pacchetto di sigarette. Thélete éna tsigáro?, vuoi una sigaretta?, mi disse, porgendomi il pacchetto. Erano sigarette italiane. Accettai, gli porsi a mia volta da accendere. Le mani gli tremavano. Aveva mani trascurate, con lunghe unghie adunche, ma del tutto umane. Tutto in lui era umano, fuorché dal collo in su. Mi disse il suo nome: Panagiotis. Io gli dissi il mio.
Mentre aspiravo a grandi boccate il fumo della sigaretta, nel suo sorriso di capra mi parve di poter leggere un fremito di commossa riconoscenza. I suoi occhi piccoli e senza ciglia, così distanti tra loro che non riuscivo a guardare in entrambi, erano umidi di lacrime. Disse più volte: grazie. In italiano. Ma di cosa mi era riconoscente, di non averlo ammazzato?  Quando si voltò per andarsene, notai che era malvestito, la giacca lisa e rattoppata ai gomiti, i pantaloni troppo larghi per quelle gambe scheletriche e piuttosto corte rispetto al busto. Non volevo che se ne andasse in quel modo, come una capra bastonata. Lo chiamai: Panagiotis. Lui si voltò. Posai lo zaino per terra e tirai fuori il fiasco di vino. Un fiasco da cinque litri, di un vino che dio sa quanto era buono. Lo presi con ambo le mani e glielo porsi: tieni, bevilo alla mia salute. Lui esitava. «Sas arései to krasí?» (ti piace il vino?), gli domandai. Eccome se gli piaceva, dicevano i suoi piccoli occhi obliqui. Mi avvicinai e gli misi il fiasco in mano. Lui lo prese con delicatezza, lo levò in alto, come a voler contemplare dalla giusta distanza quel miracolo. Lo scuoteva come fosse un trofeo, o forse ancora tremava. Guardava me e il fiasco alternativamente. Poi se lo strinse al petto e con infinita riconoscenza ripeté: grazie.»
«Ce ne andammo ognuno per la sua strada e non lo vidi mai più. Né ho mai più visto, in vita mia,  un uomo tanto brutto, un cristiano con la testa d’animale. Eppure gli volli bene, in quei pochi minuti in cui stavo per ammazzarlo ma poi fumammo insieme una sigaretta. Gli volli tanto bene da regalargli un fiasco di vino. Avrei preferito regalargli la mia zita, se lei lo avesse voluto.»

Fusina

La domenica noi sedentari
si va al mare a Fusina
a vedere le navi passare.
Non è una spiaggia, Fusina,
ma un terminal presso un camping.

E le navi non sono che dei cargo,
ma hanno nomi di donna,
nomi mitologici
e di città lontane.
Oggi sono passate Bangkok, Argo
Calipso Galatea
Jamila Naomi Oriana.

Venezia, porta d’oriente, non è lontana
e l’inceneritore è la vicino.
Di nuovo faccio voto di partire
quando niente mi obbligherà a restare.

Sciarra

Per un po’ avevamo smesso di tenerci il broncio, io e la poesia. Mi sembrava persino che mi sorridesse da lontano. Cautamente avevo ripreso a corteggiarla, ma senza, come si dice, sbilanciarmi troppo. Avevo rimesso mano al sito dei Feaci, tirato giù dagli scaffali qualche plaquette sgualcita.
Poi non so che è successo. Adesso non ci salutiamo neppure, se per caso ci incontriamo.
A dirla tutta, me la ritrovo tra i piedi di continuo, ma è sempre più trasandata, a stento la riconosco. La sento farfugliare frasi sconnesse, nelle conversazioni che intrattiene con bidelle e portinai sfaccendati. Predilige la compagnia dei malparlanti, frequenta urlatori e slam nei pub di periferia.
Non so cosa fare per tenermene il più possibile lontano. Se esco a fare una passeggiata, marzo, non meno crudele di aprile, risveglia le radici di antiche malerbe; se mi chiudo in casa, Lei mi guarda in tralice dalla pila di libri dimenticati sul comodino.
Forse vorrei che stesse solo con me, malgrado io l’abbia lungamente trascurata. Vorrei che io e lei parlassimo con una sola voce. Ma la poesia è mobile, infedele e bagascia, per sua natura.

In aeroporto

Ed eccoli insieme, affiancati
in un’intimità arresa,
i due trolley gemelli
buffamente rigonfi, identici
l’uno all’altro, fuorché nel colore.

Andiamo in luoghi diversi,
stessa destinazione:
il mio odiamato paese,
la tua patria del cuore.
Non c’è niente di mio nel tuo bagaglio,
di tuo nel mio. Il tempo sarà buono,
promettono il mio e il tuo smartphone.

Ti fotografo
mentre sorridi a una foto
che hai appena scattato.
Decine di migliaia di jpg
testimoniano che ci siamo amati.

Torneremo con lo stesso volo,
nella stessa città, più o meno.
Tu seppellirai nella tua casa
un nuovo bottino di souvenir
e la mia casa sarà sempre altrove.

Tristizia

Forse non sono il solo
a notare, qui in casa mia,
maglie estive in inverno
o invernali d’estate
ripiegate e impilate sulle sedie,
le poche cose da portare via
e quelle da buttare, o da lasciare
alla sciatteria di altri inquilini.

Si sarà accorto, qualche amico,
l’amica che innaffia gli sterpi sul mio balcone,
la donna delle pulizie,
di quest’aria di smobilitazione
– malgrado il riordino, i restauri,
i quadri sempre più folti alle pareti,
le suppellettili allineate con troppa cura
sulla mensola storta.
Sa più di quanto io sappia, lei, ma tace.
È sempre troppo presto per gli addii.

Allergie

Allergie, allergèni malefici,
forze nemiche e aliene
e voi anticorpi, sedizione
di me contro me stesso,
voi, amici, che mi avvelenate
le fragole e la cioccolata,
di quali terrori o colpe siete figli?

Oh sì, l’anima pure
ha i suoi anticorpi anarchici
che la proteggono e sedano
e la fanno soffrire.
Ciò che un tempo le era nutrimento
ora è la sua malattia.

Per anestetizzarsi oggi si scrive,
ma di questo anestetico si muore.
Scrivere versi col cuore fa male,
mi rende tachicardico, cattivo,
specie di sera. Non mi fa dormire.