Fusina

La domenica noi sedentari
si va al mare a Fusina
a vedere le navi passare.
Non è una spiaggia, Fusina,
ma un terminal presso un camping.

E le navi non sono che dei cargo,
ma hanno nomi di donna,
nomi mitologici
e di città lontane.
Oggi sono passate Bangkok, Argo
Calipso Galatea
Jamila Naomi Oriana.

Venezia, porta d’oriente, non è lontana
e l’inceneritore è la vicino.
Di nuovo faccio voto di partire
quando niente mi obbligherà a restare.

Sciarra

Per un po’ avevamo smesso di tenerci il broncio, io e la poesia. Mi sembrava persino che mi sorridesse da lontano. Cautamente avevo ripreso a corteggiarla, ma senza, come si dice, sbilanciarmi troppo. Avevo rimesso mano al sito dei Feaci, tirato giù dagli scaffali qualche plaquette sgualcita.
Poi non so che è successo. Adesso non ci salutiamo neppure, se per caso ci incontriamo.
A dirla tutta, me la ritrovo tra i piedi di continuo, ma è sempre più trasandata, a stento la riconosco. La sento farfugliare frasi sconnesse, nelle conversazioni che intrattiene con bidelle e portinai sfaccendati. Predilige la compagnia dei malparlanti, frequenta urlatori e slam nei pub di periferia.
Non so cosa fare per tenermene il più possibile lontano. Se esco a fare una passeggiata, marzo, non meno crudele di aprile, risveglia le radici di antiche malerbe; se mi chiudo in casa, Lei mi guarda in tralice dalla pila di libri dimenticati sul comodino.
Forse vorrei che stesse solo con me, malgrado io l’abbia lungamente trascurata. Vorrei che io e lei parlassimo con una sola voce. Ma la poesia è mobile, infedele e bagascia, per sua natura.

In aeroporto

Ed eccoli insieme, affiancati
in un’intimità arresa,
i due trolley gemelli
buffamente rigonfi, identici
l’uno all’altro, fuorché nel colore.

Andiamo in luoghi diversi,
stessa destinazione:
il mio odiamato paese,
la tua patria del cuore.
Non c’è niente di mio nel tuo bagaglio,
di tuo nel mio. Il tempo sarà buono,
promettono il mio e il tuo smartphone.

Ti fotografo
mentre sorridi a una foto
che hai appena scattato.
Decine di migliaia di jpg
testimoniano che ci siamo amati.

Torneremo con lo stesso volo,
nella stessa città, più o meno.
Tu seppellirai nella tua casa
un nuovo bottino di souvenir
e la mia casa sarà sempre altrove.

Tristizia

Forse non sono il solo
a notare, qui in casa mia,
maglie estive in inverno
o invernali d’estate
ripiegate e impilate sulle sedie,
le poche cose da portare via
e quelle da buttare, o da lasciare
alla sciatteria di altri inquilini.

Si sarà accorto, qualche amico,
l’amica che innaffia gli sterpi sul mio balcone,
la donna delle pulizie,
di quest’aria di smobilitazione
– malgrado il riordino, i restauri,
i quadri sempre più folti alle pareti,
le suppellettili allineate con troppa cura
sulla mensola storta.
Sa più di quanto io sappia, lei, ma tace.
È sempre troppo presto per gli addii.

Allergie

Allergie, allergèni malefici,
forze nemiche e aliene
e voi anticorpi, sedizione
di me contro me stesso,
voi, amici, che mi avvelenate
le fragole e la cioccolata,
di quali terrori o colpe siete figli?

Oh sì, l’anima pure
ha i suoi anticorpi anarchici
che la proteggono e sedano
e la fanno soffrire.
Ciò che un tempo le era nutrimento
ora è la sua malattia.

Per anestetizzarsi oggi si scrive,
ma di questo anestetico si muore.
Scrivere versi col cuore fa male,
mi rende tachicardico, cattivo,
specie di sera. Non mi fa dormire.

Rifletti, mi dico, non distrarti,
metti qualche pausa, metti punti
e virgole nel flusso dei pensieri,
ragiona,
concatena le cause con gli affetti.

Ma un nonnulla, una palpebra di fumo
separa il mondo della veglia
dalla ressa di sogni sempre vigili
che preme sulla fronte.

Appena mi siedo e chiudo gli occhi
le tenui chiuse s’aprono e una piena
di luoghi volti fatti incongruenti
fluisce e si compenetra
con l’altro fiume che non so arginare,
come fumo nel fumo.

Corioretinopatia sierosa centrale

Forse l’ho sempre avuta, è congenita
quest’ombra sulla retina
del mio occhio sinistro,
la lacrima ingorgata che deforma
il profilo muto delle cose.
Ma io non la vedevo
perché guardavo il mondo con due occhi,
uno limpido e l’altro nubiloso.
O perché altri occhi
guardavano per me.

Per come riuscivi a vedere
così tante cose in questo niente
e persino a fotografarle,
lungamente ti ho amata.
Dovrò rieducare il mio sguardo,
rassegnarmi alla visione
di un paesaggio così disadorno,
accontentarmi dei residui
della visione delegata.

Istanza

‘A ‘ntistazioni fussi di superchiu
e l’oggettu ‘un ‘u mettu, ca ddassusu
ogni cosa si sapi, e già sapemu
ca nui semu suttani e ca ‘u Supranu
vidi tuttu e mi vidi e jè ogniscenti.
Dunqua scrivemu ccà senza raccami
e registramu e subbitu spidemu
‘a rispittusa istanza suttastanti.

‘U suttascrittu Monasteri eccetira,
ni l’ebbica buttana chi sapemu,
addì lu vintiquattru di sittembri
di lu dumila e quinnici, addumanna
di campari, ‘n saluti quantu po’,
ppi n’autri trent’ottanni, finu all’annu
ca si po’ carculari, calculannu
ca iddu fa cent’anni propriu tannu.

Motivu di l’Istanza, si nun basta
ca muriri dispiaci a nui murtali,
jè ‘u fattu risaputu ca campau
tribulannu, e campannu ‘un pruduciu
chiddu ca promitteru i so’ talenti
e iddu ê so’ parenti. Vui sapiti,
Signuri, ca jè curpa dî tirreni
e di li venti e poi di li stajuni
si ‘un ndichisci a simenza e nun fa fruttu.

Ccu la prisenti allura ‘u suttascrittu
umilimenti addumanna a Voscienza
d’allongari a stajiuni e dari tempu
chi scampa ‘u malutempu, pirdunannu
‘a curpa sova, siddu curpa n’avi.
Piccau, è veru, e nun si pintiu mai,
e ‘a lagnusia è piccatu veru gravi,
ma contra d’iddu stissu fici dannu
e mai a l’autra genti fici mali.

Avennu dittu quantu supra, e autru
nun avennu chi diri, ormai spirannu
sulu chissu ca spera, di campari
e muriri a cent’anni saziu d’anni,
cordialmenti arringrazia. In fede, addiu.
Monasteri Giuanni.

Ricerche

Cosa faccio stasera? Nulla faccio.
Guardo cose allineate sulle mensole
negli spazi tra i libri
e altre cose inutili
negli interstizi tra le indispensabili
e niente mi dà notizia
dello stimato Giovanni Monasteri
che pure molti attestano
di avere conosciuto.

Leggo – sì, leggo, ma alla rinfusa,
persino su fogli di carta.
E trovo carte antiche
in quelle cartelle sformate
che un tempo si chiamavano carpette,
mentre cerco una mappa catastale
per una domanda, un’istanza.

Mi dispero a cercare, più che altro,
e cercando ritrovo, come accade,
ciò che non stavo cercando.
Allora si produce, certe volte,
un fenomeno psichico strano
che chiamo nostalgia (dovrei cercare
la parola appropriata).

Le parole, anche loro si fanno
inerti e spaesate.
Cerco allora nel web, poi telefono
a un vecchio amico. Ma niente,
di me nessun indizio.