Rassegna stampa

Dove sono finiti i miei vischiosi
fantasmi, le amanti molto amate,
le care antiche fandonie?
Nelle notti di chi sono migrate?
Da mesi ormai ho smesso di sognarle
e mi pare mill’anni: altri tempi,
altre pene e stagioni.

Ora sogno TG giornali online
talk show rassegne stampa
notturne e mattutine; mi affannano
Il saliscendi di FTSE MIB e spread
nei grafici del Sole 24 ore,
gli arcani ideogrammi che raffigurano
gravissime aritmie, malattie,
pestilenze e miseria. E poi le voci
sguaiate di profeti e di dannati,
la salvezza e l’inferno – E la guerra,
la guerra nelle vie e nelle piazze,
nel condominio multiculturale
e persino qui, in casa mia.
Sfondano la porta con l’ariete
guerrieri, forse barbari, Alemanni,
o forse Greci, opliti con le lance,
gli elmi crestati e occhiuti – quei diagrammi
dipinti sugli scudi scintillanti.

Mi svegliano alle otto meno venti
gli accenti un poco trafelati
e pur sempre rassicuranti,
molto urbani, di un noto giornalista:
di Cazzullo, di Stefano Folli.
La rassegna stampa, per l’appunto.

Strammàti

Erano più allegre, un tempo,
le rievocazioni cui indulgiamo
sempre più spesso, io e i quattro amici,
sebbene i fatti, raduno dopo raduno,
appaiano sempre più buffi.
Da molti anni non siamo più giovani
e solo ora, vecchi, lo sappiamo.

Qualche bicchiere, molte sigarette,
e infine eccola qua la nostra vita:
logori aneddoti, macchiette
e personaggi strambi. Strammàti,
li chiamiamo noi, a nostra volta
strammàti nei discorsi d’altri vecchi
delusi e maldicenti.

Ridiamo fino alle lacrime,
dispiegando la solita parata
di marionette fruste, amici, amori,
le gaffe degli sbadati come me,
i numeri dei poveri buffoni.

Ma abbassiamo lo sguardo, rimestando
le cicche, quando poi enumeriamo
quelli che non abbiamo più potuto
o voluto incontrare,
i più sfigati, gli squalificati
e chi si ritirò con disonore
da questa corsa zoppa che prosegue
verso mete che non sappiamo più.

Come avvenne, quando è accaduto,
e che potevamo fare noi  per loro,
per i già morti, per gli alcolizzati,
i colpiti da tegole, da infarti,
separazioni - e specialmente per
gli strammàti. Come quell’altro
tanto bravo a suonare la chitarra,
che impazzì all’improvviso
- per amore, si disse.

Tornò da Roma, dopo l’incidente,
e non uscì mai più dalla casa dove ancora
vive la vecchia madre - Per amore!
Ma altro male covava, altra è la pena,
più tremenda la tabe che ci scava.

Ripassando gli insegnamenti materni

Non mettere sul letto giacche scure,
tovaglie ricamate a tralci e fiori
e specialmente scarpe: è malauguio.
Mai aprire un ombrello dentro casa,
che porta male – Mai tagliare il pane
con la manca, o da dritta verso manca:
è presagio di guerra o inimicizia.

Uscir di casa tardi porta al vizio,
il pane a casa tua e ovunque il vino.
Cucire al buio e al chiuso è delle streghe,
a donna alla finestra non far festa.
Avere tanti amici è repentaglio
di corna o d’altre beghe, non averne
è gelosia del tuo, è tirchieria.

A tavola il coltello ha da usarlo
Il più vecchio, se ha senno e valìa:
mai un adolescente. Se ti versa
il caffè nella tazza un tuo parente,
prendila con la manca, a scongiurare
fatture e magarìe. E se hai vent’anni,
stai zitto in casa altrui, nella tua canta.

Non buttare mai il pane: è un’empietà.
Sull’olio spanto a terra spargi subito
quanto più sale puoi. Mai salutare
con la mano alla porta, o dalle scale.
Dando la mano, evita la croce
tra braccio e braccio; non tocchi la scopa
la punta della scarpa a una zitella.

Prestare è bello, meglio è non prestare.
Mariti e mogli altrui, stanne lontano.
Se mi fischia un orecchio non è certo
un acufene, ma una bella donna
che sta pensando a me – e ancora lei
che mentova il mio nome, se più volte
mi cade il cellulare dalle mani.

SMS

Due primavere fa
avevo sedici anni, ora ne ho quasi
sessanta, sessant’anni giudiziosi.
Tu, benché maritata da sei lustri
e vessata dai guai, dalla famiglia,
eri un’impubere preadolescente.
Come oggi sfolgorava primavera,
Impazzavano i merli e altri uccelli.
Le mie tasche fremevano di trilli,
e i nostri messaggi amorosi
erano così fitti e numerosi
che non bastavano tre cellulari.
Ora le parole nel display
dicono affetto, un’amorevolezza
da vecchi amici, quasi da parenti.
Ti mando un bacio a volte,
lieve e sulla guancia, beninteso.
Una carezza, ma non certo ardita.
Stasera sono ancora più prudente,
basta “un caro saluto”.

Digestione difficile

La cara poetessa che mi degna
di dediche non sempre lusinghiere
dice di me che ho un’esistenza labile,
che la mia presa sul reale è debole,
o su di me la presa del reale.
Aggiunge che il ragazzo è intelligente
ma non legge, non scrive, non s’impegna.
Ha sempre sonno e inopinatamente,
nel bel mezzo di grati conversari,
dopo la cena sontuosa, si spegne.

Rovistando nei cassetti

Ci sarà pure qualcosa da salvare
che abbia un nome, una provenienza certa
e sia una cosa mia,
tra questi indecifrabili detriti.
O qualcosa da leggere che non sia
un libro – perché i libri sono troppi
per appartenere a qualcuno:
mi entrano in casa da sé come falene,
palpitano un poco all’inizio,
si posano negli angoli e lì restano.

Di tanti anni e di alcuni amori
(poche avventure senza conseguenze
e una vera sventura)
dev’essere rimasto un documento
manoscritto e firmato, che certifichi
che qualcuno ha vissuto in questa casa.

Una lettera, forse, dell’epoca
in cui se ne scriveva
e la posta elettronica non c’era.
Quella che lessi fino a consumarla
e mi rimase oscura.

Disordine

C’era qualcosa di urgente da fare
stamattina, ma non so più cosa
e perdo tempo in un surfing inconcludente,
consulto qualche quotidiano online,
scribacchio versi, tento invano le corde
dello strumento scordato.
Poi per ore mi affanno
in faccenduole domenicali.
Rimesto mucchi di maglie infeltrite,
annaspo tra libri e cianfrusaglie
come con l’intenzione di rassettare,
o di anticipare lo scompiglio
del prossimo trasloco.

Spalanco le ante dell’armadio
come si apre un libro
a una pagina a caso,
per trarre un vaticinio da una frase
o coglier di sorpresa
la verità nascosta,
per trovare qualcosa di perduto,
un passo, della vita, che mi piacque
e non so più dov’era.

Ma la verità è che non cerco
e che qui non c’è niente da trovare.
Niente di necessario o che mi manchi
negli angoli morti e nella polvere,
né un verso tra i molti affastellati
che abbia una ragione
per essere lì e non altrove.
Non un oggetto utile, una penna
che scriva, un foglio bianco su cui scrivere,
un CD nella sua custodia,
una cosa che a un’altra si accordi.
Non un indizio di nobili intenti,
il residuo di un’opera compiuta,
la traccia o il ricordo di un progetto,
la scoria di un momento
di felicità vera.

sonnolenza

Passato il grande freddo, non ci resta
che stare nella solita temperie,
sbadigliando e un poco trepidando,
nell’attesa del prossimo Burian
o d’altri venti più perniciosi:
degli Unni, degli Alemanni,
di un referto infausto, di un lutto.
O dell’amore tremendo, che ci riscuota
da questa sonnolenza
e bruci ciò che rimane – del meteorite
che ci schianti.

Misunderstandings

Oggi ho conversato col mio tablet:
in inglese, in lituano e in italiano.
È dotato di speech recognition
in centoventi lingue, così dice,
e di una buona sintesi vocale.

Ho avuto l’impressione che capisse,
ma solo la mia lingua, e che persino
mi compatisse. Infatti le parole
apparivano esatte sullo schermo:
come sempre sbagliate.

Le traduceva all’istante in inglese.
Quanto perfetto, non so dire, ma
la pronunciation era certamente
di gran lunga migliore della mia.

Faticava un po’ con i concetti
astratti, e con i sentimenti
complicati, non enunciabili
con un semplice t’amo o un vaffanculo.

Non capiva il non detto, m’invitava
a scandire, a parlar chiaro e forte.
Niente reticenze, sospensioni,
elusioni e intensi silenzi.

Niente solecismi, dialettismi
e gerghi d’ogni specie. Gli va bene
qualsiasi oscurità e stramba metafora,
purché sia accurata la dizione.

Non riconosce i nomi di persona,
e forse il tuo è not understandable.
E se lo scrivo, giusto per testare
il text-to-speech, lui sbaglia l’accento.

Cambio programma. Faccio che mi legga
una poesia. D’amore, per l’appunto.
Ma la sua voce suona derisoria,
mi schernisce. Segno che anche lui
ha capito la solfa. Mi conosce.