Disordine

C’era qualcosa di urgente da fare
stamattina, ma non so più cosa
e perdo tempo in un in un surfing inconcludente,
consulto qualche quotidiano online,
scribacchio versi, tento invano le corde
dello strumento scordato.
Poi per ore mi affanno
in faccenduole domenicali.
Rimesto mucchi di maglie infeltrite,
annaspo tra libri e cianfrusaglie
come con l’intenzione di rassettare,
o di anticipare lo scompiglio
del prossimo trasloco.

Spalanco le ante dell’armadio
come si apre un libro
a una pagina a caso,
per trarre un vaticinio da una frase
o coglier di sorpresa
la verità nascosta,
per trovare qualcosa di perduto,
un passo, della vita, che mi piacque
e non so più dov’era.

Ma la verità è che non cerco
e che non c’è niente da trovare.
Niente di necessario o che mi manchi
negli angoli morti e nella polvere,
né un verso tra i molti accatastati
che abbia una ragione
per essere lì e non altrove.
Non un oggetto utile, una penna
che scriva, un foglio bianco su cui scrivere,
un CD nella sua custodia,
una cosa che a un’altra si accordi.
Non il residuo di un’opera
compiuta, se pur minima,
la traccia o il ricordo di un progetto,
la scoria di un momento
di felicità vera.

sonnolenza

Passato il grande freddo, non ci resta
che stare nella solita temperie,
sbadigliando e un poco trepidando,
nell’attesa del prossimo Burian
o d’altri venti più perniciosi:
degli Unni, degli Alemanni,
di un referto infausto, di un lutto.
O dell’amore tremendo, che ci riscuota
da questa sonnolenza
e bruci ciò che rimane – del meteorite
che ci schianti.

Misunderstandings

Oggi ho conversato col mio tablet:
in inglese, in lituano e in italiano.
È dotato di speech recognition
in centoventi lingue, così dice,
e di una buona sintesi vocale.

Ho avuto l’impressione che capisse,
ma solo la mia lingua, e che persino
mi compatisse. Infatti le parole
apparivano esatte sullo schermo:
come sempre sbagliate.

Le traduceva all’istante in inglese.
Quanto perfetto, non so dire, ma
la pronunciation era certamente
di gran lunga migliore della mia.

Faticava un po’ con i concetti
astratti, e con i sentimenti
complicati, non enunciabili
con un semplice t’amo o un vaffanculo.

Non capiva il non detto, m’invitava
a scandire, a parlar chiaro e forte.
Niente reticenze, sospensioni,
elusioni e intensi silenzi.

Niente solecismi, dialettismi
e gerghi d’ogni specie. Gli va bene
qualsiasi oscurità e stramba metafora,
purché sia accurata la dizione.

Non riconosce i nomi di persona,
e forse il tuo è not understandable.
E se lo scrivo, giusto per testare
il text-to-speech, lui sbaglia l’accento.

Cambio programma. Faccio che mi legga
una poesia. D’amore, per l’appunto.
Ma la sua voce suona derisoria,
mi schernisce. Segno che anche lui
ha capito la solfa. Mi conosce.

La casa presso il fiume

A due mesi dal preliminare
quasi non mi appartiene più
l’amata a prima vista, la vagheggiata,
la prescelta, l’unica casa
che davvero ho voluto nella vita.
La libreria di noce, i pavimenti
di faggio, e un grande ginko
così vicino che potrò toccalo
dal poggiolo  (le foglie del ginko,
quando  traslocherò, il prossimo autunno,
saranno di un giallo irreale).

E’ come non dovessi più abitarci
nel remoto futuro, dopo il rogito,
ma l’avessi perduta e non riuscissi
a ricordarne che l’essenziale,
similmente alle case in cui fui ospite,
o in cui immaginavo di abitare.

Ricordo solo gli alberi, i pavimenti
di faggio, e che è una casa
di una città fluviale.

I Mercati

 (appunti di teologia apofatica)

Dice che i sacrifici, il sacrificio
ci otterrà in premio la salvezza.
Ma il dio non ha sentimenti,
non lo commuovono i disoccupati
né i pensionati, e certo
non baderà alle lacrime di un ministro,
fosse pure un ministro del suo culto.
Non lo offenderanno le bestemmie,
non ci sarà grato delle offerte:
seguiterà a colpire di downgrading
i popoli e gli stati.
Neppure gli eletti, le triple A,
stavolta saranno risparmiati.

Sia fatta la Sua volontà,
se mai il divino può volere,
avere un disegno, un’intenzione.
E officiamo il rito dei sacrifici
per disinteressata devozione,
senza sperare, senza nulla chiedere
a colui che è unico e plurale,
che non è giusto né ingiusto,
che è umano e non umano,
che non è bene e dunque non è male,
che non ha cuore, che è impermeabile
alle preghiere, che non ha eserciti
né polizie eppure ci governa.
Ma tra tutto ciò che Egli non è
c’è almeno un attributo
che lo rende un po’ meno trascendente,
un limite alla sua divinità:
questo iddio scellerato non è eterno.

teofania del cestino


Non è mai pieno il piccolo cestino,
questo incommensurabile cratere.
E’ un pozzo senza fondo, un buco nero,
e niente sfugge al richiamo
della sua bocca immobile,
alla sua inesorabile attrazione.

Quanti secoli e storia, quanta folla
di poeti e musici e profeti
viene sospinta qui, di-scaricata
su questi lidi, downloaded
e specialmente uploaded!
E quanto ho scritto in tutti questi anni!
Ma il cestino è ancora più capace
delle mie innumerevoli cartelle,
dei quaderni infiniti,
della sterminata biblioteca.

La Macchina non è che il tritacarte
d’ogni esistente, e tutto
è per lui, per il trashcan.
I libri e i quaderni e le scritture
e ogni altra transeunte apparenza
(le musiche i filmati
i contatti i pallidi avatar)
qui non hanno esistenza
che per la loro unica e inflessibile
vocazione: di essere inghiottiti
dal divino immutabile Cestino.

Ombre


Ti ho intravista nel buio. Eri di spalle,
un po’ curva come chi ha patito
l’offesa che sappiamo. Il tuo vestito
era scuro, il sogno in bianco e nero.
Andavi, immersa in una folla d’ombre
dentro una vasta oscurità – ed io
che non ti ho mai incontrata di notte
ma sempre di mattina, in piena luce,
sapevo che eri tu – mia luce d’oro
e smaraldo, mia rosa settembrina.
Quasi nulla restava di te
senza i colori, eppure
l’amore ti riconosceva
(non io, che me ne sono dissociato).


Poiché tu procedevi a capo chino
come gli altri del branco migrabondo
e io sedevo su un marciapiede,
unico vivo e solo spettatore
di quella fioca processione, lui,
l’amore, guardava a collo torto,
da sotto in su, così che non poteva
distinguere nel buio i tuoi capelli
chiari, dove un tempo indovinava
i tuoi pensieri arruffati.


Né potevo chiamarti: anche nei sogni,
come in certi conflitti, non si ha voce.
O forse non si vuole, né si può
cambiare ciò che è scritto – anche nei sogni.
Così non ti voltavi. E te ne andavi,
come i morti a cui già vai somigliando,
nel limbo affollato dei ricordi.

Mi troverai già lì, sarà una specie
di ricongiungimento familiare.
Potrò frequentarti, finalmente
a te affine, ombra tra le ombre.
Senza più menzogne, se non le mie
a me stesso. E senza impedimenti.

una certezza


Se pure, com’è plausibile,
tu avessi un nuovo amore
o un nuovo operatore telefonico
e avessi cambiato numeri e indirizzo
e per un blackout universale
una catastrofe una migrazione
di massa, intercontinentale,
non esistessero più né le zie
né la posta elettronica
né amici comuni né postini
né curiosi e pettegoli e ruffiani
né radio e gazzettini e link obliqui

se anche non dovessimo di nuovo
incrociare le nostre rotte sbandate
per una tua o mia distrazione
per una infrazione stradale
come quando imbroccavo dieci volte
lo stesso ZTL
perché guardavo te mentre guidavo

e se tu non andassi mai più al mare
né al lavoro né altrove
e io non conoscessi tutte le strade
le svolte i portici i bar i negozi
le librerie le fermate dei bus
dove ti portano impegni sconfinamenti
divieti intralci disguidi commissioni
ordinarie disgrazie e infedeltà

se anche non volessi più vederti
perché non voglio, no
vederti né incontrarti
finché vige inflessibile il divieto
(mio o tuo non importa)
non dico di toccarci ma persino
di dirci ciao come va
se persino emigrassimo, io in Lapponia
e tu in Nuova Zelanda
e tu ti sposassi ancora sette volte
e avessi venti figli neozelandesi

salvo che uno di noi due non crepi,
prima o poi finiremo ancora a letto.
Ne sono certo.

ciò che resta


Mentre scrivevo e scrivevo
e cancellavo,
stavo per scrivere che questo mio scrivere
consiste nel cancellare
più che nello scrivere – e intanto
che scrivevo e scrivevo e cancellavo,
pensavo a tutte le volte
che ho deciso fermissimamente
di chiuderla qui, di lasciarti.

C’era un errore logico patente,
perché, se in effetti rimane
un numero esiguo di parole
rispetto alle molte parole cancellate,
è anche vero che le cancellate
le avevo scritte, prima di cancellarle.

Scrivo cancello riscrivo
ricancello – e inevitabilmente
io ti penso, mio amore.
Il saldo è positivo, in fondo. E infine,
scrivendo e cancellando, in ben due ore
ho dato all’esistenza le parole
che puoi leggere qui.

coccole, ma non solo


Ti chiamo ciccia piccolina cucciola
palombina gufetta patatina
e bambina, ma piccola non sei,
anzi sei quasi alta e matronale
sui mezzi tacchi, e quasi pingue, quasi
oversize. Vien qua, vieni gattina,
gattona e gattamorta: lascia stare
dispetti e rappresaglie, mi dirai
domani della mia malvagità,
delle mie malefatte. Fa’ vedere
dove ti duole, sdràiati, accùcciati,
che ti carezzo tutta dappertutto.
Ti spidocchio coi denti, ti mangiucchio
ti becchetto ti bevo e sbocconcello,
ti spremo ti sprimaccio ti sculaccio
ti strofino ti frego, poi ti giro,
ti rigiro, t’impasto
con la tua stessa pasta e coi tuoi umori,
fossero pure acide flussioni,
malumori – ti cerco il bozzo il baco
l’eruzione, il buzzetto budinoso
(perché, a dire il vero, piccolina,
sei quasi non-più-giovane oramai).
Ma non balzare sull’arcione, aspetta
che ti massaggio ancora, che ti pizzico
la bua il castron il nervo accavallato,
che ti raccolgo tutta rannicchiata
come perla nell’umido suo guscio,
come tenera fava in un baccello.
Vieni, impàccati qui, che ti rancuro
tra la pancia e il pisello imbaccellato
a sua volta. Ma dimmelo, topina:
che ti ha fatto quel bruto, quell’Otello
nero di faccia e bieco d’intenzioni?
Che pensieri hai pensato in questi giorni
di lacrime e sconforto? Dove hai male?
Puoi punirmi se vuoi, mi puoi graffiare,
morsicarmi, sbranarmi, lubricarmi
di sputi e moccio e baci.
Stai qui con me, che se altri ti trascura,
ti bistratta e ti sfratta, qui hai ricetto
e il letto col tuo odore, qui la casa,
qui caramelle e latte e tettarella,
mia bellissima bella, mio pulcino.