Un morbo d’altri tempi

Il barman del bar di via Riviera,
quello gentile, alacre, un po’ anziano,
col pizzetto puntuto, curioso,
che sempre ti sorrideva…
Mi chiedeva
di te, i primi tempi. “E la signora?”.
Una volta gli dissi: “dorme ancora”.
Un’altra volta ch’eri malata:
“Niente di grave, è solo influenzata”.

La tua grazia lo aveva conquistato.
Eppure tu non sapevi dire altro
che buongiorno. Ero io a ringraziare,
a rispondere prego, a interloquire,
se capitava.
Ma lui guardava te, ti vezzeggiava
con lo sguardo, ti amava.

Per qualche tempo poi mi vide solo,
incupito, poi ancora
in compagnia di una nuova signora.
Il tempo di bere un caffè
e “buonasera, grazie”. Salutava
a stento, era quasi sgarbato.
Ai miei tempi – pensava –
non ci si risposava così presto.

Ti supponeva morta – io supposi –
da pochi mesi: certo per mia colpa,
perché tu, ah!, tu eri
dolce educata fine delicata.
E io sicuramente un puttaniere
da cui t’eri buscato il mal francese.

Un uomo d’altri tempi. Che ne sapeva
dell’amore? E io, suo coevo,
che ne sapevo?

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