Il nemico

E’ vero, siamo in guerra,
la gente ha paura – e ha ragione
ad avere paura,
perché ad ogni angolo c’è un nemico
(un celtico, mica uno slavo o un magrebino).
Guardate quanto in fretta
un uomo attraversa la strada semideserta
dell’ormai risanata e sicura
periferia di una periferia,
o come rapidamente si richiude
il pesante cancello di un villino
cinto da muraglioni di gelsomino
e di bosso. Possono ucciderti.
Specie se sei un bianco, possono ucciderti.
Ed è peggio dell’indifferenza,
peggio della solitudine
la morte civile di quello
che pure è solo un orpello: il cittadino,
il civis della tribus.

E’ sempre più difficile
finire la propria giornata
integri e onestamente, salvaguardare
un bene raro e prezioso come il buon nome
nel quartiere assediato, dove speri
che nessuno mai ti conosca,
ti riconosca (è raro ormai che qualcuno
metta la targhetta col cognome
sopra lo spioncino, sulla porta).

Un’eletta genia di malfattori,
di tutori dell’ordine, di assassini
vigila siepi e marciapiedi, scruta
nella buca della tua posta,
negli appositi contenitori
delle pile esaurite e d’altri rifiuti
(rigorosamente differenziati).
Sono dappertutto: negli uffici,
in chiesa, al lavoro, al bar (mai seduti),
davanti ai garage, dal panettiere,
nelle associazioni di volontariato.

Vi aspettano nell’atrio,
sui pianerottoli dei condomini,
dove volentieri e amabilmente
si fermano a scambiare due parole.
Non guardateli mai negli occhi,
non rispondete al saluto,
non intrattenetevi a conversare
con loro, mai, neppure del tempo
o di come le scale
siano mal lavate. Tacete,
se vi parlano – non assentite,
né interrogate.

Scansate ogni loro parola:
sarete comunque loro vittime,
ma eviterete di essere loro complici.
Perché una parola che dicono
è una pubblica scudisciata,
una frase decreta la gogna
per un uomo o una donna,
un discorso incita al linciaggio
e alza un patibolo. Ogni loro sillaba
è un delitto.

Nessuno può dire di loro
che non siano brave persone.
Rispettosi di tutte le leggi,
ottemperano ai doveri
dei buoni cittadini:
nessun gesto che sia
meno che decoroso,
conforme, informato al buonsenso.

Dicono parole giuste, che puoi trovare
in tutti i catechismi, sui giornali:
discorsi da cui nessuno
potrebbe dissentire, che nessuno
saprebbe neanche approfondire.
Nemmeno un conduttore di talk show,
un prete, un malpensante, un cardinale
ci troverebbe niente da censurare,
avrebbe da ridire.

Hanno orrore del sangue
(e certo ne avranno le mani sempre nette),
fiducia fiduciosa nella giustizia,
però in quella giusta e non faziosa.
Preferiscono ai carabinieri
la pulizia. Sono pacifisti,
alle mosche non fanno male,
ma solo alle zanzare.
Al massimo esporterebbero la democrazia.

Sono belli e curati nell’aspetto,
mitemente sorridono.
indossano tailleur, giacca & cravatta
(tinta neutra, taglia conformata),
in estate una polo ben stirata,
una tuta griffata se escono
col sacchetto della spazzatura
e il pitbull al guinzaglio. “Niente paura,
non morde, è mansueto”.

Sono i perfetti, sono i paladini
del politicamente corretto.
Ma più levano alte le mani
e fanno un profondo inchino
come davanti a un altare, pronunciando
la parola Rispetto, più vi spiano,
v’inseguono fin dentro casa, dentro il letto,
morbosi, gelosi e famelici
dell’aria che respirate,
occhiuti come la morte, livorosi.

Quel bon ton, quella distinzione
e quegli apprettati colletti
non brillano, non si distinguono
se loro non passeggiano a capo alto
nell’abiezione, in qualche marciume,
o se ovunque volgano lo sguardo
non vi sia una stortura, un’infrazione
a una legge ch’è legge di natura,
una macchia anche piccola ma deturpante,
un difetto da niente
che zelanti e infallibilmente
loro vedono scansano additano
-con garbo, con discrezione!

Un morbo d’altri tempi

Il barman del bar di via Riviera,
quello gentile, alacre, un po’ anziano,
col pizzetto puntuto, curioso,
che sempre ti sorrideva…
Mi chiedeva
di te, i primi tempi. “E la signora?”.
Una volta gli dissi: “dorme ancora”.
Un’altra volta ch’eri malata:
“Niente di grave, è solo influenzata”.

La tua grazia lo aveva conquistato.
Eppure tu non sapevi dire altro
che buongiorno. Ero io a ringraziare,
a rispondere prego, a interloquire,
se capitava.
Ma lui guardava te, ti vezzeggiava
con lo sguardo, ti amava.

Per qualche tempo poi mi vide solo,
incupito, poi ancora
in compagnia di una nuova signora.
Il tempo di bere un caffè
e “buonasera, grazie”. Salutava
a stento, era quasi sgarbato.
Ai miei tempi – pensava –
non ci si risposava così presto.

Ti supponeva morta – io supposi –
da pochi mesi: certo per mia colpa,
perché tu, ah!, tu eri
dolce educata fine delicata.
E io sicuramente un puttaniere
da cui t’eri buscato il mal francese.

Un uomo d’altri tempi. Che ne sapeva
dell’amore? E io, suo coevo,
che ne sapevo?

shut down failure

shut down failure

Ma a volte non si spegne,
s’incanta, s’ngrumano
i task e i processi nella RAM.
Proprio come i pensieri nella mente
che resiste al reset del sonno.

Il cielo del desktop rimane grigio,
pallide le icone come immerse
in un limbo, un tramonto
che non si spegne più.

E la clessidra che non si svuota mai,
la clessidra che seguita a ruotare
come un insetto ferito, mutilato.

Aumenterò la dose di Lexotan.

This is the question…

C:documentipoesieamore.
La rinomino, o la seleziono
e premo il tasto canc?

Ma lasciamola stare.
Procede, ma è solo linguistica
la rielaborazione.

Ma l’amore no

Come ho potuto, donne e governi
d’altri tempi, come
ho potuto dimenticarvi
per anni in una directory
sopravvissuta a quindici upgrade?

Per quanto tempo, miei antichi versi,
avete invidiato le illustri
cartelle MACROMEDIA JAVA ed ASP,
i nuovi e dominabili miei inferni!

Benvenuti in un mondo a voi ignoto.
Installatevi pure nel museo
del cuore, che nessuno
di voi si vergogni o si perda.
E’ tempo di incontrare
il driver di stampa a 32 bit
e la gloriosa carta
che nutrì l’anima acerba.

Ora è più difficile, lo so.
Il labor limae è più arduo
di qualsiasi debug.
Un algoritmo che frana
puoi sopportarlo, ma l’amore no.