coccole, ma non solo


Ti chiamo ciccia piccolina cucciola
palombina gufetta patatina
e bambina, ma piccola non sei,
anzi sei quasi alta e matronale
sui mezzi tacchi, e quasi pingue, quasi
oversize. Vien qua, vieni gattina,
gattona e gattamorta: lascia stare
dispetti e rappresaglie, mi dirai
domani della mia malvagità,
delle mie malefatte. Fa’ vedere
dove ti duole, sdràiati, accùcciati,
che ti carezzo tutta dappertutto.
Ti spidocchio coi denti, ti mangiucchio
ti becchetto ti bevo e sbocconcello,
ti spremo ti sprimaccio ti sculaccio
ti strofino ti frego, poi ti giro,
ti rigiro, t’impasto
con la tua stessa pasta e coi tuoi umori,
fossero pure acide flussioni,
malumori – ti cerco il bozzo il baco
l’eruzione, il buzzetto budinoso
(perché, a dire il vero, piccolina,
sei quasi non-più-giovane oramai).
Ma non balzare sull’arcione, aspetta
che ti massaggio ancora, che ti pizzico
la bua il castron il nervo accavallato,
che ti raccolgo tutta rannicchiata
come perla nell’umido suo guscio,
come tenera fava in un baccello.
Vieni, impàccati qui, che ti rancuro
tra la pancia e il pisello imbaccellato
a sua volta. Ma dimmelo, topina:
che ti ha fatto quel bruto, quell’Otello
nero di faccia e bieco d’intenzioni?
Che pensieri hai pensato in questi giorni
di lacrime e sconforto? Dove hai male?
Puoi punirmi se vuoi, mi puoi graffiare,
morsicarmi, sbranarmi, lubricarmi
di sputi e moccio e baci.
Stai qui con me, che se altri ti trascura,
ti bistratta e ti sfratta, qui hai ricetto
e il letto col tuo odore, qui la casa,
qui caramelle e latte e tettarella,
mia bellissima bella, mio pulcino.

litigi


Che bello far l’amore
dopo che ti ho sgridata, bastonata
e pestata (ma figuratamente).

Ti ho lisciato il pelo, ti ho lasciata
e anatematizzata, addirittura.
Non avessi quegli occhi e quel sedere,
giuro, t’avrei ammazzata.

Cosa non t’avrei fatto! Cosa ho fatto!
Quali sevizie, quanti morsi e baci!
Epperò dopo tanto sbraitare
non c’era tempo per la ripassata.

progressi

Lo ammetto, cara, hai fatto dei progressi
nelle prove di volo.
Meno di un anno fa saltavi appena
giù dal gradino della soglia, poi
ti ho vista fare sei rampe di scale
in quattro balzi, scalza
e con le scarpe in mano. Adesso è tutto
un va e vieni alla mia finestra,
e certo non è facile per te,
sebbene io abiti al secondo piano
di un condominio.

Ma ogni volta, uccellino, fai ritorno
alle piume e alle spine del tuo nido,
e io penso che è troppo presto ancora,
che ormai è troppo tardi.

Altro che salti, altro che svolazzi
ci vogliono per questi cieli e nembi,
per questi voli, queste migrazioni,
perché l’amore possa dirsi amore.

baci e segreti

Era foresto, lui, anzi un terrone,
ma dell’amata conosceva tutto,
anche la lingua ormai: quelle sue dolci
blesità veneziane, più marcate
nel sussurro, e il vezzoso arrotondare
le O, o il prolungare alcune U.
Gli era noto il variare del sapore
dalla nuca al solco delle natiche,
lungo quella diafana vegetazione
di sudata lanugine da scorrere
con lievissimi baci.

E’ bello – le diceva – riconoscerti,
e vedere che tu sei ancora tu.
Ogni volta diverso era il suo bacio
e ogni volta più intimo e più vasto.
Eppure era ormai il bacio di sempre,
la riproposizione di un discorso
concluso e ripreso dall’inizio:
non solo un bacio, ma un giro vizioso,
una parola d’ordine, una chiave,
il suggello di una riappropriazione.
– Sei qui di nuovo, sei di nuovo tu –
diceva ribaciandola. E di nuovo,
lungo l’esplorazione di rotonde
montuosità, di valli, di recessi,
di angoli – persino quelli acuti –
al dominio dei baci riannetteva
anche le asperità minime, i brufoli,
il nervo accavallato il lato oscuro
la bua il castron il piccolo segreto.

Infine (se poi aveva conclusione
quell’avventura scevra da sorprese),
era felice lui, e compiaciuto.
Si era inoltrato in più segrete pieghe
che le gole consuete – perché lei
era lieve era dolce era cedevole
nel secondare la passione. Inoltre
le piaceva parlare – e parlavano,
sghignazzavano anche, ripetendo
di ogni parte anatomica baciata
il nome strano in buffe traduzioni.
– Come si dice questo in Siciliano?
E questo? – Sticchiu, gammuneddu, cozzu,
curduzzu – rispondeva lui, e lei,
tutta aggricciata come per un
proditorio solletico, rideva,
sussurrandogli dentro l’orecchio
quelle stesse parole in veneziano.

Tutto di lei sapeva, tranne gli occhi.
Non erano ogni volta gli stessi occhi,
nel fondo avevano un altro colore,
nuovi riflessi – acquamarina zàfiro
labirinti di specchi alghe nuvole
laguna e cieli in tutte le stagioni:
com’erano, dov’erano i suoi occhi?
Lei diceva di amarlo, e certamente
in questo era sincera.
Ma era con allarme che talvolta
lui scopriva una vena, un’eruzione
non rilevata dalla mappa: forse
una piccola ecchimosi. Per anni
così i baci percorsero sentieri
allumacati, forse, da altri baci.

 
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Resistendo alla tentazione di scrivere una poesia d’amore

Di nuovo la cattiva ispirazione,
oggi che non piove e non c’è il sole
– la tentazione di scrivere all’amata
e dell’amore con le stesse parole
di quando l’amore era infelice
(no, non sono del tutto felice,
sebbene tu ogni giorno mi ripeta,
al telefono, che m’ami).
Di quella pena sento che potrei
soffrire ancora nel risentimento.
Ma non per colpa tua, per le mie colpe,
per una perversione dell’amore.

Sei così lontana in queste ore
di prefestivo silenzio – e già domani
splenderà su di me il tuo sorriso
tra le bionde cortine dei capelli
che come un baldacchino si chiuderanno
sul nostro cieco abbraccio.

Non scrivo nulla, amore. Chiudo gli occhi,
attendo che venga domani.
Non si sciupi nei versi l’amore
e i versi in un’eco di lamento.

Notizie

Cos’è accaduto, amore, in questi giorni?
Hai saputo dei morti in Afghanistan,
dei morti di Messina? Quanti sono
i morti? – E tu, amor mio,
come stai?
Sono ore che non ti vedo,
che non ti sento (ho spento il cellulare,
fonte di ogni informazione al mondo).

I tuoi bollettini amorosi,
le immancabili news mattutine
e le carezze e i baci telematici,
dolce supplemento ai baci dati,
riferiscono di astri e lune e nuvole
contemplate dal finestrino del bus.
So tutto del melograno, dei tuoi giuggioli,
del tuo giardino che non vedrò mai
anche se me ne porti le primizie;
so dei pianeti, delle figure
che disegnano nei lori giri
(ellissi più o meno schiacciate,
e tu sai calcolarne esattamente
la lunghezza e il momento);
di Venere che brilla come la luna
e che con lei svanisce nel giorno;
so le albe inviate via MMS,
i tramonti sulla tua laguna.
Grazie al tuo buonmattino, al mattino,
prima di alzare la persiana
so com’è la giornata,
se è nuvolo o c’è il sole. E qualche volta
ho una certezza: tra poco ti abbraccerò.

In sole due lunazioni per te forse
sono accadute altre e altre cose,
insieme ad albe e tramonti.
Per altri eventi hai trepidato,
oltre che per l’amore – ed anche questo
io so, perché so tutto ciò che puoi
dirmi di te, di noi – A me è accaduto
solo di amarti, e di pensare a te.

amore


A contarle, le volte che mi dici
amore, persino tu
che sei brava coi numeri
perderesti il conto, amore mio.

Però dovresti solamente dirlo,
giammai scriverlo, amore, che mi ami.

Dell’amore non si dovrebbe scrivere.
Quella parola, non dovresti, amore,
scriverla in migliaia di sms.

Ciò che è scritto rimane, amore mio,
mentre l’amore, amore,
è così volatile (non ridere!).
Invano tentiamo di avvincerlo
coi lacci disperati degli avverbi
(ti amo tanto, ti amo davvero…).

Posso dirtelo a voce, sussurrartelo
dentro il piccolo orecchio, nella bocca
sulla nuca e dovunque ti solletichi
il mio fiato: ti amo (tanto, sì).
(E poi mi piacci, sì, con tante c).

Non so scrivere più dell’amore,
specie di quello che tu dici dolce
e vero. Per antica consuetudine
col disamore, sono arcigne e torve
le mie poesie d’amore – e poco adatte
a questo nuovo amore.

Ma l’amore, l’amore nei tuoi occhi
mi guarda con tanta dolcezza,
con tanto amore, e le tue parole
sono così benevole (la cosa,
ti assicuro, non è per me usuale),
e io ti amo tanto, ma così tanto
che rischio anch’io di scriverlo, senz’ombra
di dubbio e di fastidio, che ti amo.

Un amore quasi unico

La mia doce metà, quella che amo
segretamente (perché, lo confesso,
non è metà ma un quarto), dice che
mi ama tanto, sicché non disdice
alla sua condizione tutto il sesso
che facciamo. Lei giura che è felice
unicamente tra le mie braccia.
E non mente, lo è almeno in prevalenza.

In pochi giorni ho baciato più lei
che tutte le altre donne che ho baciato
in quarant’anni, e dei suoi baci ormai
non posso fare senza.

 

un’e-mail da Parigi


Il tuo SONO FELICE cubitale
(espressione inconsueta, qui da noi)
ha illuminato oggi una giornata
autunnale, di cupo malumore.
“Sono felice”: seguono alcune
righe vuote – t’immagino
sola e felice in una stanza piccola
picchiare a raffica sul tasto Invio
perché si spicchi questo raro sole,

perché le due parole inconcepibili
brillino qui di quella stessa luce
che ancora, a notte fonda, ti riempie
gli occhi e il cuore (“Ti scrivo da un hotel
modesto, in boulevard Saint-Michel.
Puzza di piedi, ma dà su un giardino
che ha tutti i colori dell’autunno”).

Massimizzo la window. “A Parigi”,
prosegui, “è molto freddo, ma oggi il sole
per tutto il pomeriggio ha rischiarato
la lunga, estatica mia passeggiata.
Place du Tertre, gli Champs-Elysées
la fontana di Tinguely, Montmartre
Pont Neuf, il Café Procope…” (l’Operà
lo scrivi con l’accento sulla a).

“Ma non dirlo a nessuno, a nessuno”,
concludi. “Ti uccido se lo dici”.
Non mi spieghi il motivo, ma io capisco
perché non vuoi che sappiano gli amici
del tuo week-end, di questa passeggiata
a Parigi (ah, Parigi!). E così ammicchi,
mi apri la mano, ci metti furtivamente
la città dei miei sogni e la richiudi.
E’ un regalo, un regalo per me:

che non si perda come sbadigli
la tua notizia di felicità.
I boulevard i ponti e quella luce
sono per me, che tradisco il segreto
per rischiarare un poco ces parages
con la tua e-mail felice.