come promesso…


Che fiori sono quei fiori gialli
dietro gli abeti? Tarassachi? Elianti?
E perché esplodono d’autunno,
gentile visione tra gli stracci
stesi ad asciugare sul poggiolo?

Chissà se profumano. Vorrei farne
un mazzetto per fräulein Sonnenblume
(ma chissà se lei, così elegante,
ama i fiori di campo).

Spero siano proprio girasoli,
e gigli, e rosedimaggio fuori stagione.
E che un benigno autunno
conceda altri giorni di sole
come questo, a me come a loro.

alla mia cara… fotografa


Donna dagli occhi chiari, grandi quasi
come il display della tua fotocamera,
che vita complicata, e quanto a lungo
ne fluisce il racconto – interminabile,
interrotto soltanto dagli scatti
che allestiscono per la memoria
lo sfondo al nuovo episodio.

(So a chi lo stai raccontando,
stasera, già lontana)

Sono belli, i tuoi occhi, e così chiari
perché sanno guardare, anzi vedere,
oltre che valutare le inquadrature,
saggiare i controluce. Sono belli
perché facili al pianto,
e perché puoi resistere alla luce
meridiana, là in cima alla rocca,
senza occhiali da sole – vuoi restare
nell’incanto, nel sole che in te brilla,
nell’ostinata sacra vocazione
a voler credere a tutto,
persino alle parole, e nell’amore.

poster


In uno di questi giorni di quasi autunno,
un mattino o nel tardo pomeriggio,
quando il sole accarezza più dolcemente,
mi stenderò insieme a te
sul prato di villa Pisani,
vicino alla statua sbilenca
di un satiro ghignante o di una ninfa.
Ma andrebbe bene anche l’erba
di un parco cittadino.

Ti verserò nell’orecchio rosso come un papavero
parole quasi d’amore,
ti solleticherò la nuca
con un filo d’erba, una festuca.
Che visione quel verde e, in primo piano,
come in una macro,
la lanugine d’oro – e le tue ciglia,
esili giunchi in riva a un lago chiaro.

Invano tu cercherai a tentoni,
mentre ti abbraccerò,
il Nokia e la prodigiosa fotocamera.
Io li avrò gettati nello stagno.



Un de ces jours de quasi-automne,
un matin ou en fin d’après-midi,
quand le soleil caresse plus tendrement,
je m’allongerai avec toi
sur le gazon de Villa Pisani,
près de la statue boiteuse
d’un satyre au souris malin ou d’une nymphe .
Mais il suffirait aussi l’herbe
d’un parc urbain.

Je verserai dans ton oreille rouge comme un coquelicot
des mots presque d’amour,
je chatouillerai ta nuque
d’un fil d’herbe, d’une féstuque.
Quelle vision ce vert-là et, au premier plan,
comme dans une macro,
le duvet d’or de tes cils,
frêles roseaux au bord d’un lac transparent .

En vain – moi qui te serre dans mes bras –
toi tu chercheras à tâtons ton Nokia et ta formidable “caméra”.
Je les aurai déjà jetés dans l’étang.

(traduit par madeinfranca)

non sono sogni


Le lettere che mi spedisco, come le chiami,
e che mi recapito ogni notte
dalle quattro alle cinque – tu sostieni
che m’impedisco di aprirle – ma lo vedi,
non mi curo neppure di cifrarle.
Non sono veri sogni,
te ne faccio il racconto al telefono
come di viaggi e sperdimenti reali.
E tu ch’eri con me, guida e compagna,
sai già dov’ero, in quale stazione
e per quale disguido.

Reali sono i grovigli d’incroci,
le peripezie gli abbandoni,
le irriconoscibili macerie
della mia casa, le città informi
e i lutti e le persone. Mi ricordo
persino i fatti: accaddero di giorno,
un giorno, e li rimemoro
ogni notte, senza pietà.

Nessun arcano messaggio,
nessuna premonizione se non questa:
tutto è accaduto, niente accadrà più.
E tu, amata e sempre presente,
specchio fedele, mio sguardo severo,
non sei altri che tu, ombra perfetta,
mio doppio altero, mio travestimento.

ieri sera


Subito dopo cena, ieri sera,
ha cucinato il coniglio ,
rimestato sughi (un ricco pranzo
per quattro, e pure abbondante).
Poi ha incoperchiato pentole e tegami
e se n’è andata.

E’ quasi l’una. Forse
dovrei mettere la pentola sul fuoco.
Spero arrivi qualcuno.
Almeno lei, la cuoca, la fantesca,
la mia padrona, la mia antica amante.


Variazione

Subito dopo cena, ieri sera,
lei scongelò e cucinò un cinghiale,
rimestò a lungo sughi (il pranzo era
per cinque convitati, forse sei).
Poi incoperchiò le pentole e i tegami
e se ne andò con un arrivederci
a domani.

Oggi difatti eravamo in tanti
a pranzo, in casa mia: io e lei.
La cuoca, la fantesca, la sorella,
la padrona di casa, l’ex amante…
Inoltre erano state convocate
la donna della mia vita (ancora lei)
e lei, la moglie, lei, la cara amica.

Non mancava all’appello che la fica.

ri-scritture


[Scrivere il suo nome, ora, è come
contornare di nero un alone
che resiste a ogni cancellatura.

Ma se riappare il pallido disegno
che parve bello, malfatto, impossibile,
io di nuovo lo imbratto, lo cancello.

E spalmo sgorbi e sbaffi e colature
con risolute pennellate che
travolgono velature e indecisioni.

Ma ci si arrende infine: ciò che è scritto
è scritto. E questa tenue scialbatura
non regge a nuovi graffi.]

 


Stavolta il suo saluto è un cenno vago,
un sorriso fugace. Siede poi
lontana, all’altro capo della sala,
non troppo intenta al suo frugale pranzo.
Già danza il cuore, e io sono un ragazzo
che vuole ma non osa trarre al ballo
la più bella e più schiva. E’ assai prudente,
Berenice, ma, ahimè, non abbastanza.
Ancora un giorno, ancora un mese. E’ presto,
è già tardi per dirle che mi piace.

ri-scritture


[ Scrivere il suo nome, ora, è come
contornare di nero gli aloni
residuati da cancellature,
spalmare sbaffi e sgorbi e colature
con risolute pennellate che
travolgono velature e indecisioni.

Come un antico inchiostro mi svaniva
sul quaderno la vita, che in quel punto
lasciò segni indecisi, decisivi,
là dove si diceva di una passione
misteriosa oramai e di una sua
assidua puntigliosa decifrazione ]