I – Sabato mattina
Poiché sono mortale
e questo caffè mattutino
potrebbe essere l’ultimo che bevo,
questo verso l’ultimo che scrivo
e questo respiro
di non molti respiri precedere
l’ultima espirazione, a addio poemetti
e grandi, anzi mediocri aspirazioni
(intanto ho finito le sigarette,
e questa meditazione
potrebbe essermi stata ispirata
dal memento mori cubitale
stampato sul pacchetto vuoto);
Poiché non sono immortale,
dovrei intanto fare economia
di respiri, rasserenarmi.
Fermarmi, se mai è possibile:
chiudere gli occhi, controllando
la respirazione, e concentrarmi
per recitare questo (che mi frulla
in testa da un paio di giorni)
poemetto in forma di giuramento
(se vorrà confermarsi in una forma):
Nessuno dei miei pochi giorni
sia cancellato, disperso,
disprezzato – chiudi la bocca,
non parlare, respira col ventre
e con il cuore. Conservi, la bocca,
la dolcezza
di ogni labile bacio:
come un’ampolla sigillata,
che l’étere non svapori.
Disegni la mia carezza vuota
il contorno di un viso dileguato.
Chiudere gli occhi – chiudi semplicemente
gli occhi e respira piano,
lascia andare la mente, lasciala andare…
Rasserenarmi, cessare
ogni combattimento, non spaventare
l’ombra fragile che ha il suo viso, ancora,
e la sua figura, il suo nome.
Rellentare i battiti del cuore
(del cuore, del cuore, del cuore…),
sincronizzarli al respiro,
normalizzare, regolare il ritmo…
Non è facile: i versi, come il cuore,
hanno qualche extrasistole
se ripenso ai suoi occhi
e al resto; perché l’amore
come il fumo nuoce alla salute,
provoca perturbazioni circolatorie.
Ma non smetterò di fumare.
Non voglio, amore: mi piace.
Non ti dimenticherò, posso riuscirci.
E questa non è una minaccia:
è un voto, una preghiera,
stupida.
Come gemme quegli occhi, in aeternum,
custodirò nel sacrario del cuore.
Non mi scioglierò dal ricordo
dell’abbraccio che altri, i malevoli,
dicono dimenticato.
Nessun amore sarà mai più dolce
e più saldo e più certo
dell’amore di cui ebbi certezza,
se pure è perduto, finito (come altri dice,
non senza ragionevolezza).
II – Dopopranzo, ancora senza sigarette
Altre ne ho amate, poi.
Non molte: un paio. E non avrei potuto
credere di poterle amare, e perciò amarle,
non fossi stato certo di amare te,
di non averti mai dimenticata.
Su questo arduo concetto, a dire il vero,
trovavo un veemente disaccordo,
specie se lo esponevo a letto,
dopo aver fatto l’amore.
L’oblio, mi si obiettava, è necessario
come sgombrare la tavola dei piatti sporchi
e degli avanzi.
Ma cosa abbiamo, fuorché la memoria?
Ogni storia è il prosieguo della storia
di cui siamo scrittori e scrittura:
noi, che non possiamo cancellare
senza perdere e perderci.
L’oblio è privilegio degli dèi,
che la speranza non sanno
perché non hanno ricordi.
Va’ tu senza voltarti: io ti seguo,
perché non sia il nulla alle tue spalle
quando ti volterai. E tu, lontana,
rimani dietro le mie,
a fianco di chiunque tu sia.
Ora mi alzo: fine
della meditazione vipassàna.
Vado a comprare l’ultimo pacchetto
di sigarette, poi smetto
per almeno una settimana.
Non posso andare più per una via
che frana dietro i miei passi,
che ogni giorno ha il suo inizio dall’abisso,
inseguito dal vuoto ad ogni passo.