I Mercati

 (appunti di teologia apofatica)

Dice che i sacrifici, il sacrificio
ci otterrà in premio la salvezza.
Ma il dio non ha sentimenti,
non lo commuovono i disoccupati
né i pensionati, e certo
non baderà alle lacrime di un ministro,
fosse pure un ministro del suo culto.
Non lo offenderanno le bestemmie,
non ci sarà grato delle offerte:
seguiterà a colpire di downgrading
i popoli e gli stati.
Neppure gli eletti, le triple A,
stavolta saranno risparmiati.

Sia fatta la Sua volontà,
se mai il divino può volere,
avere un disegno, un’intenzione.
E officiamo il rito dei sacrifici
per disinteressata devozione,
senza sperare, senza nulla chiedere
a colui che è unico e plurale,
che non è giusto né ingiusto,
che è umano e non umano,
che non è bene e dunque non è male,
che non ha cuore, che è impermeabile
alle preghiere, che non ha eserciti
né polizie eppure ci governa.
Ma tra tutto ciò che Egli non è
c’è almeno un attributo
che lo rende un po’ meno trascendente,
un limite alla sua divinità:
questo iddio scellerato non è eterno.

teofania del cestino


Non è mai pieno il piccolo cestino,
questo incommensurabile cratere.
E’ un pozzo senza fondo, un buco nero,
e niente sfugge al richiamo
della sua bocca immobile,
alla sua inesorabile attrazione.

Quanti secoli e storia, quanta folla
di poeti e musici e profeti
viene sospinta qui, di-scaricata
su questi lidi, downloaded
e specialmente uploaded!
E quanto ho scritto in tutti questi anni!
Ma il cestino è ancora più capace
delle mie innumerevoli cartelle,
dei quaderni infiniti,
della sterminata biblioteca.

La Macchina non è che il tritacarte
d’ogni esistente, e tutto
è per lui, per il trashcan.
I libri e i quaderni e le scritture
e ogni altra transeunte apparenza
(le musiche i filmati
i contatti i pallidi avatar)
qui non hanno esistenza
che per la loro unica e inflessibile
vocazione: di essere inghiottiti
dal divino immutabile Cestino.

microarchivi

Comprimere gli album di famiglia,
i miei quaderni, la mia cineteca
privata (e pirata), i miei CD,
in quattro cartelline non più grandi,
ciascuna, di una C o di una D,
il tutto impaccato in una comoda
chiavetta USB,
potrebbe essere un ottimo esercizio
d’annientamento, di preparazione
all’altra riduzione, che avverrà,
dell’intero me stesso dentro un’urna
cineraria, ed inoltre confortare
l’antica idea balorda che di noi
e del nostro lavoro, delle nostre
opere buone e delle malefatte
niente in fondo si perda, e che anzi tutto
possa durare e esistere nel niente.

“amore”


Me la ritrovo scritta dappertutto,
pubblicata e inedita, segreta
e, ahimè, oscenamente divulgata,
la parola, e con essa la notizia
che ho amato. Né posso più nasconderla:
impiegherei mill’anni a cancellarla.
“Amore”! – Ma cos’è, Diotima, amore?
Non è che anomalia grammaticale,
un predicato strambo tra io e tu,
(tra tu e me): un affetto, dopotutto,
divenuto affezione del linguaggio,
una proliferazione di linguaggio
maligna. Il te è fungibile: ci metti
qualsiasi nome e il canchero rimane.
A volte pare a te che non funzioni
la permutatio: io invece di tu,
te in luogo di me, ma quel costrutto
resta un vacuo nonsenso, una finzione
di senso, un’illusione.

Il contravveleno a volte è un semplice
“Non”, che è una parola tra parole.
E se non basta, puoi scrivere e dire
parole di dispregio – e vedrai, Diotima,
vedrai che svanirà come un folletto,
un sospiro nell’aria, il sortilegio.

 

meditazione


Insondabile, immenso.
Non dico dell’universo,
ma di casa mia, del suo disordine
che non è caos, ma entropia.

Specificatamente della perdita
d’informazione, prima che di senso.
Di tutto ciò che da secoli,
da milioni di anni oramai,
non butto via, non rassetto:
di opuscoli carte bollette
libri cd dvd
depliant dell’Auchan
arcaici dattiloscritti.

Penso, e questo pensiero
un poco mi consola,
d’essere un’infinitesima frazione
dell’immenso frattale
fratto in milioni di milioni
di coglioni come me intasati
di cose e indistricate cognizioni
che Morte spazzerà via.

meditazione vipassana poco ortodossa


I – Sabato mattina

Poiché sono mortale
e questo caffè mattutino
potrebbe essere l’ultimo che bevo,
questo verso l’ultimo che scrivo
e questo respiro
di non molti respiri precedere
l’ultima espirazione, a addio poemetti
e grandi, anzi mediocri aspirazioni
(intanto ho finito le sigarette,
e questa meditazione
potrebbe essermi stata ispirata
dal memento mori cubitale
stampato sul pacchetto vuoto);

Poiché non sono immortale,
dovrei intanto fare economia
di respiri, rasserenarmi.
Fermarmi, se mai è possibile:
chiudere gli occhi, controllando
la respirazione, e concentrarmi
per recitare questo (che mi frulla
in testa da un paio di giorni)
poemetto in forma di giuramento
(se vorrà confermarsi in una forma):

Nessuno dei miei pochi giorni
sia cancellato, disperso,
disprezzato – chiudi la bocca,
non parlare, respira col ventre
e con il cuore. Conservi, la bocca,
la dolcezza
di ogni labile bacio:
come un’ampolla sigillata,
che l’étere non svapori.
Disegni la mia carezza vuota
il contorno di un viso dileguato.

Chiudere gli occhi – chiudi semplicemente
gli occhi e respira piano,
lascia andare la mente, lasciala andare…

Rasserenarmi, cessare
ogni combattimento, non spaventare
l’ombra fragile che ha il suo viso, ancora,
e la sua figura, il suo nome.
Rellentare i battiti del cuore
(del cuore, del cuore, del cuore…),
sincronizzarli al respiro,
normalizzare, regolare il ritmo…

Non è facile: i versi, come il cuore,
hanno qualche extrasistole
se ripenso ai suoi occhi
e al resto; perché l’amore
come il fumo nuoce alla salute,
provoca perturbazioni circolatorie.

Ma non smetterò di fumare.
Non voglio, amore: mi piace.
Non ti dimenticherò, posso riuscirci.
E questa non è una minaccia:
è un voto, una preghiera,
stupida.

Come gemme quegli occhi, in aeternum,
custodirò nel sacrario del cuore.
Non mi scioglierò dal ricordo
dell’abbraccio che altri, i malevoli,
dicono dimenticato.
Nessun amore sarà mai più dolce
e più saldo e più certo
dell’amore di cui ebbi certezza,
se pure è perduto, finito (come altri dice,
non senza ragionevolezza).


II – Dopopranzo, ancora senza sigarette

Altre ne ho amate, poi.
Non molte: un paio. E non avrei potuto
credere di poterle amare, e perciò amarle,
non fossi stato certo di amare te,
di non averti mai dimenticata.

Su questo arduo concetto, a dire il vero,
trovavo un veemente disaccordo,
specie se lo esponevo a letto,
dopo aver fatto l’amore.
L’oblio, mi si obiettava, è necessario
come sgombrare la tavola dei piatti sporchi
e degli avanzi.

Ma cosa abbiamo, fuorché la memoria?
Ogni storia è il prosieguo della storia
di cui siamo scrittori e scrittura:
noi, che non possiamo cancellare
senza perdere e perderci.
L’oblio è privilegio degli dèi,
che la speranza non sanno
perché non hanno ricordi.

Va’ tu senza voltarti: io ti seguo,
perché non sia il nulla alle tue spalle
quando ti volterai. E tu, lontana,
rimani dietro le mie,
a fianco di chiunque tu sia.

Ora mi alzo: fine
della meditazione vipassàna.
Vado a comprare l’ultimo pacchetto
di sigarette, poi smetto
per almeno una settimana.

Non posso andare più per una via
che frana dietro i miei passi,
che ogni giorno ha il suo inizio dall’abisso,
inseguito dal vuoto ad ogni passo.