Ars poetica

Si sa, non tutte riescono col buco
le ciambelle; così può capitare
di buttar via all’ennesima lettura
due strofe martoriate che alla prima
ti parevano belle, alla seconda
buone, poi decorose, finché tutto
si aggruma in un oscuro rompicapo.
Eppure, se non sei uno scrittore,
passi per un lettore forte, quasi
per un intenditore.

Ma che razza di gioco è questo gioco
(me lo domando ancora
dopo cinquant’anni che ci provo),
che shangai impossibile e da pazzi!
Non è mai giusto il verso, per non dire
delle rispondenze e tutto il resto.
Lo accorci di una sillaba ed è corto,
lo allunghi ed è troppo lungo, sposti una virgola
e tutto si muove.

Ciò che è oscuro rivela, ciò che è chiaro
non mette in luce che l’insipidezza.
Menti ma sei sincero, e viceversa;
simuli al punto che anche tu ci credi
ma non la dai a bere;
sei intonato e stoni, stecchi e trovi
che invece suona bene.
Come che sia, ti pare non di raro
di dire cose sagge, o almeno argute,
se non nuove del tutto .

E’ con qualche coraggio e con asprezza
che esprimi a volte vere indignazioni,
malgrado tanti scorni e scoramenti
che ti hanno un po’ spento, senza contare
l’habitus che ti snatura, la vetusta
voga del poeta giù di tono.
Una cosa è assodata, ad ogni modo:
l’arte è virtuosa, e le sudate carte
trasudano ottime intenzioni.

Ah, se fosse così anche la vita
e potessimo in ogni gesto tendere
a tanta perfezione! Saremmo tutti
Buddha, Gesù, Confucio,
o almeno giornalisti del Corriere.
Mai un passo falso, una parola
superflua o fuori posto: sempre attenti,
onesti giudiziosi coscienziosi.
O dei poco di buono, anzi dei geni
del malaffare, come ce ne sono:
dei veri farabutti, ma perfetti.

I Mercati

(appunti di teologia apofatica e previsioni a lunghissimo termine)

Dice che i sacrifici, il sacrificio
ci otterrà in premio la salvezza.
Ma il dio non ha sentimenti,
non lo commuovono i disoccupati
né i pensionati, e certo
non baderà alle lacrime di un ministro,
fosse pure un ministro del suo culto.
Non lo offendono le bestemmie,
non ci sarà grato delle offerte:
seguiterà a colpire di downgrading
i popoli e gli stati.
Neppure gli eletti, le triple A,
saranno risparmiati.

Sia fatta la Sua volontà,
se mai il divino può avere
un disegno, uno scopo, un’intenzione.
E officiamo il rito dei sacrifici
per disinteressata devozione,
senza nulla sperare
da colui che è unico e plurale
che non è giusto né ingiusto
che è umano e non umano
che non è bene e dunque non è male
che non ha cuore
che è impermeabile alle invocazioni
che non ha eserciti né polizie
eppure ci governa.

Ma vi conforti sapere, o disgraziati,
che ha un difetto la Sua divinità:
il sole si spegnerà un giorno,
e prima d’allora i pianeti
saran rifusi nel grande altoforno.
E prima ancora la luna si sgretolerà
e come valanga di sale precipiterà
sui diacci grattacieli di cristallo.
Dunque c’è almeno un attributo
che rende un po’ meno trascendente
il Senza Volto, l’occhiuto senza occhi:
questo iddio scellerato non è eterno.

Teofania del cestino

(Contra Severinum)

 
Non è mai pieno il piccolo cestino,
questo incommensurabile cratere.
E’ un pozzo senza fondo, un buco nero,
e niente sfugge al richiamo
della sua bocca muta,
alla sua inesorabile attrazione.

Quanti secoli e storia, quanta folla
di poeti e musici e profeti
viene sospinta qui, di-scaricata
su questi lidi – downloaded!

E quanto ho scritto in tutti questi anni!
Ma il destino, il cestino
è un miliardo di volte più capace
delle innumerevoli cartelle,
dei quaderni infiniti,
della biblioteca di Babele.

La Macchina non è che il tritacarte
d’ogni esistente, e tutto
è per lui, per il trashcan.
Le steli e le scritture d’ogni tempo
e ogni transeunte apparenza
(gli mp3, i filmati
i contatti e i pallidi avatar)
qui non hanno esistenza
che per la loro unica e inflessibile
vocazione: di essere inghiottiti
dal divino immutabile Cestino.

microarchivi

Comprimere gli album di famiglia,
i miei quaderni, la mia cineteca
privata (e pirata) e i miei CD
in quattro cartelline non più grandi,
ciascuna, di una C o di una D,
il tutto impaccato (packed)
in una chiavetta USB,
è un ottimo esercizio
d’annientamento, una preparazione
all’altra riduzione, che avverrà,
dell’immenso me stesso
in una minuscola urna cineraria.

Infine, non ci pare tanto stramba
l’antica idea balorda che di noi
niente si perda, e che tutto
possa durare, esistere e consistere
nel niente.

“amore”


Me la ritrovo scritta dappertutto,
pubblicata e inedita, segreta
e, ahimè, oscenamente divulgata,
la parola, e con essa la notizia
che ho amato. Né posso più nasconderla:
impiegherei mill’anni a cancellarla.
“Amore”! – Ma cos’è, Diotima, amore?
Non è che anomalia grammaticale,
un predicato strambo tra io e tu,
(tra tu e me): un affetto, dopotutto,
divenuto affezione del linguaggio,
una proliferazione di linguaggio
maligna. Il te è fungibile: ci metti
qualsiasi nome e il canchero rimane.
A volte pare a te che non funzioni
la permutatio: io invece di tu,
te in luogo di me, ma quel costrutto
resta un vacuo nonsenso, una finzione
di senso, un’illusione.

Il contravveleno a volte è un semplice
“Non”, che è una parola tra parole.
E se non basta, puoi scrivere e dire
parole di dispregio – e vedrai, Diotima,
vedrai che svanirà come un folletto,
un sospiro nell’aria, il sortilegio.

 

meditazione


Insondabile, immenso.
Non dico dell’universo,
ma di casa mia, del suo disordine
che non è caos, ma entropia.

Specificatamente della perdita
d’informazione, prima che di senso.
Di tutto ciò che da secoli,
da milioni di anni oramai,
non butto via, non rassetto:
di opuscoli carte bollette
libri cd dvd
depliant dell’Auchan
arcaici dattiloscritti.

Penso, e questo pensiero
un poco mi consola,
d’essere un’infinitesima frazione
dell’immenso frattale
fratto in milioni di milioni
di coglioni come me intasati
di cose e indistricate cognizioni
che Morte spazzerà via.

meditazione vipassana poco ortodossa

I – Sabato mattina

Poiché sono mortale
e questo caffè mattutino
potrebbe essere l’ultimo che bevo,
questo verso l’ultimo che scrivo
e questo respiro
di non molti respiri precedere
l’ultima espirazione, a addio poemetti
e grandi, anzi mediocri aspirazioni
(intanto ho finito le sigarette,
e questa meditazione
potrebbe essermi stata ispirata
dal memento mori cubitale
stampato sul pacchetto vuoto);

Poiché non sono immortale,
dovrei intanto fare economia
di respiri, rasserenarmi.
Fermarmi, se mai è possibile:
chiudere gli occhi, controllando
la respirazione, e concentrarmi
per recitare questo
poemetto in forma di giuramento
(se vorrà confermarsi in una forma):

Nessuno dei giorni che ho vissuto
sarà cancellato, perduto,
disprezzato (chiudi la bocca,
non parlare,
respira col ventre e con il cuore).
come un’ampolla sigillata,
conservi la bocca la dolcezza
di ogni bacio che ho dato,
che l’étere non svapori.
Disegni la mia carezza vuota
il contorno di un viso dileguato.

(Chiudere gli occhi – chiudi semplicemente
gli occhi e respira piano,
lascia andare la mente, lasciala andare…)

Rasserenarmi, cessare
ogni combattimento, non spaventare
l’ombra fragile che ha il suo viso, ancora,
e la sua figura, il suo nome.
Rellentare i battiti del cuore
(del cuore, del cuore, del cuore…),
sincronizzarli al respiro,
normalizzare, regolare il ritmo…

E’ difficile, respirare piano.
I versi, come il cuore,
hanno qualche extrasistole
se ripenso ai suoi occhi
e al resto; perché l’amore
come il fumo nuoce alla salute,
provoca perturbazioni circolatorie.

Non smetterò di fumare.
Non voglio, amore: mi piace.
Non ti dimenticherò, posso riuscirci.
E questa non è una minaccia,
è un voto, una preghiera.

Come gemme i tuoi occhi
custodirò nel sacrario del cuore.
Non mi scioglierò dal ricordo
dell’abbraccio che hai dimenticato.
Nessun amore sarà mai più dolce
e più saldo e più certo
dell’amore di cui ebbi certezza,
se pure è perduto, finito (come altri dice,
non senza ragionevolezza).

 

II – Dopopranzo, ancora senza sigarette

Altre ne ho amate, poi.
Non molte: un paio. E non avrei potuto
credere di poterle amare, e perciò amarle,
non fossi stato certo di amare te,
di non averti mai dimenticata.

Su questo arduo concetto, a dire il vero,
trovavo un veemente disaccordo,
specie se lo esponevo a letto,
dopo aver fatto l’amore.
L’oblio, mi si obiettava, è necessario
come sgombrare la tavola dei piatti sporchi
e degli avanzi.

Ma cosa abbiamo, fuorché la memoria?
Ogni storia è il prosieguo della storia
di cui siamo scrittori e scrittura.
Niente possiamo davvero cancellare
senza perdere e perderci.
L’oblio è privilegio degli dèi,
che la speranza non sanno,
perché non hanno ricordi.

La chimica o la fisica quantistica,
gli stati entangled o l’interazione
a distanza (di tempo e di spazio)
tra chi sa che enzimi secreti
in qualche deliziosa circostanza
dalle mie e tue mucose: non so cosa
possa spiegare ciò ora accade.
Un io plurale, un tu che mi comprende
ed è qui e là, giù e su: un tu
che chiamerei olistico.
La meravigliosa conferma
di un’ipotesi euristica del cuore.
Stupefacente è il fenomeno, e
discretamente mistico:
Ogni giorno, alla stessa ora,
dico: “Adesso” – e tu appari.

Mormorazioni paramistiche notturne

[segue…]

Ma una sola, tra tanti canti e suoni
e clangori e blablà e filosofie
fuse insieme nel sogno incessante,
nel silenzio sonoro – una sola
è la sorgente, il germe d’ogni parola,
suono che accende ogni suono: la Parola.

La conobbero forse certi maghi,
o i bambini la sognano d’estate:
quel soffio, quel mantra, quel fiat
che soffia sulla brace delle stelle,
sulle sfere che dissero sonore,
e spalanca la terra, dove i demoni
dormono il sonno dei minerali
che attendono la luce per brillare.

L’universo, che ha tanti tasti e suoni,
e non soltanto per il nostro orecchio,
ha pure un suo riposto interruttore,
simile a quello che cerco a tentoni
sul comodino ingombro di libri:
l’illusione può esserne accesa
e spenta, come lo sguardo
di chi si sveglia e addormenta.

E’ un suono mormorato, due o tre sillabe,
ma smuove i cieli più che cento salmi
gridati, più che il sofferto,
lungo invocare del santo sillabato
goccia a goccia alla terra come sangue.

L’uomo che possiede quella chiave
può saziarsi di cibo, bere vino
e bestemmiare, ma al suo comando
un angelo accorrerà
e come un falcone ammaestrato
si poserà sul suo braccio,
recandogli il potere, noto a chi
è simile al pensiero e vola e varia,
di creare e dissolvere universi
quasi fossero sogno – perché sono
sogno favola flatus
aria.