Misunderstandings

Oggi ho conversato col mio tablet:
in inglese, in lituano e in italiano.
È dotato di speech recognition
in centoventi lingue, così dice,
e di una buona sintesi vocale.

Ho avuto l’impressione che capisse,
ma solo la mia lingua, e che persino
mi compatisse. Infatti le parole
apparivano esatte sullo schermo:
come sempre sbagliate.

Le traduceva all’istante in inglese.
Quanto perfetto, non so dire, ma
la pronunciation era certamente
di gran lunga migliore della mia.

Faticava un po’ con i concetti
astratti, e con i sentimenti
complicati, non enunciabili
con un semplice t’amo o un vaffanculo.

Non capiva il non detto, m’invitava
a scandire, a parlar chiaro e forte.
Niente reticenze, sospensioni,
elusioni e intensi silenzi.

Niente solecismi, dialettismi
e gerghi d’ogni specie. Gli va bene
qualsiasi oscurità e stramba metafora,
purché sia accurata la dizione.

Non riconosce i nomi di persona,
e forse il tuo è not understandable.
E se lo scrivo, giusto per testare
il text-to-speech, lui sbaglia l’accento.

Cambio programma. Faccio che mi legga
una poesia. D’amore, per l’appunto.
Ma la sua voce suona derisoria,
mi schernisce. Segno che anche lui
ha capito la solfa. Mi conosce.

Ombre


Ti ho intravista nel buio. Eri di spalle,
un po’ curva come chi ha patito
l’offesa che sappiamo. Il tuo vestito
era scuro, il sogno in bianco e nero.
Andavi, immersa in una folla d’ombre
dentro una vasta oscurità – ed io
che non ti ho mai incontrata di notte
ma sempre di mattina, in piena luce,
sapevo che eri tu – mia luce d’oro
e smaraldo, mia rosa settembrina.
Quasi nulla restava di te
senza i colori, eppure
l’amore ti riconosceva
(non io, che me ne sono dissociato).


Poiché tu procedevi a capo chino
come gli altri del branco migrabondo
e io sedevo su un marciapiede,
unico vivo e solo spettatore
di quella fioca processione, lui,
l’amore, guardava a collo torto,
da sotto in su, così che non poteva
distinguere nel buio i tuoi capelli
chiari, dove un tempo indovinava
i tuoi pensieri arruffati.


Né potevo chiamarti: anche nei sogni,
come in certi conflitti, non si ha voce.
O forse non si vuole, né si può
cambiare ciò che è scritto – anche nei sogni.
Così non ti voltavi. E te ne andavi,
come i morti a cui già vai somigliando,
nel limbo affollato dei ricordi.

Mi troverai già lì, sarà una specie
di ricongiungimento familiare.
Potrò frequentarti, finalmente
a te affine, ombra tra le ombre.
Senza più menzogne, se non le mie
a me stesso. E senza impedimenti.

una certezza


Se pure, com’è plausibile,
tu avessi un nuovo amore
o un nuovo operatore telefonico
e avessi cambiato numeri e indirizzo
e per un blackout universale
una catastrofe una migrazione
di massa, intercontinentale,
non esistessero più né le zie
né la posta elettronica
né amici comuni né postini
né curiosi e pettegoli e ruffiani
né radio e gazzettini e link obliqui

se anche non dovessimo di nuovo
incrociare le nostre rotte sbandate
per una tua o mia distrazione
per una infrazione stradale
come quando imbroccavo dieci volte
lo stesso ZTL
perché guardavo te mentre guidavo

e se tu non andassi mai più al mare
né al lavoro né altrove
e io non conoscessi tutte le strade
le svolte i portici i bar i negozi
le librerie le fermate dei bus
dove ti portano impegni sconfinamenti
divieti intralci disguidi commissioni
ordinarie disgrazie e infedeltà

se anche non volessi più vederti
perché non voglio, no
vederti né incontrarti
finché vige inflessibile il divieto
(mio o tuo non importa)
non dico di toccarci ma persino
di dirci ciao come va
se persino emigrassimo, io in Lapponia
e tu in Nuova Zelanda
e tu ti sposassi ancora sette volte
e avessi venti figli neozelandesi

salvo che uno di noi due non crepi,
prima o poi finiremo ancora a letto.
Ne sono certo.

ciò che resta


Mentre scrivevo e scrivevo
e cancellavo,
stavo per scrivere che questo mio scrivere
consiste nel cancellare
più che nello scrivere – e intanto
che scrivevo e scrivevo e cancellavo,
pensavo a tutte le volte
che ho deciso fermissimamente
di chiuderla qui, di lasciarti.

C’era un errore logico patente,
perché, se in effetti rimane
un numero esiguo di parole
rispetto alle molte parole cancellate,
è anche vero che le cancellate
le avevo scritte, prima di cancellarle.

Scrivo cancello riscrivo
ricancello – e inevitabilmente
io ti penso, mio amore.
Il saldo è positivo, in fondo. E infine,
scrivendo e cancellando, in ben due ore
ho dato all’esistenza le parole
che puoi leggere qui.

il giorno più caldo del secolo (secondo il tiggì uno)


Tu che mi fosti un tempo così cara,
se fossi qui stasera
nuda in questa calura tra le mie
braccia sudate, certo apprezzeresti
la frescura del condizionatore.
E ti direi ti amo e capiresti
che non sarebbe vero. O forse no,
ti direi che da tempo mi son dato
ad altri sport, a diverse scritture
e non pratico più l’amore estremo,
l’amore di chi ama ad ogni costo,
malgrado il disamore dell’amata
e lo dice e ridice per puntiglio,
con impegno con odio e per capriccio:
tu non mi ami, io invece sì,
ti amo e mi ci addanno, maledetta,
ti amo e morirò di questo amore.

O forse ti direi che non ti ho amata,
in fondo, che il mio amore era un sopruso,
e a questa confessione seguirebbe
una grande scopata.

Vicino al letto sempre disfatto,
sulla pila di stracci da stirare
c’è pure, ben ripiegato
e a portata di mano
un molto evocativo asciugamano.
E’ estate, amore. Potremmo di nuovo
tenere la finestra spalancata
al sole e al concerto dei merli,
e noi stessi cantare.
Ma non dobbiamo. Così la finestra
rimane chiusa, perché non ritorni
e m’entri nella casa e dentro i sogni
l’uccellino fuggito dalla gabbia,
l’allodola, la zigoletta mia,
la ciuffolotta, il topino muschiato.
O forse perché non evapori via
l’afrore… stavo per dire del peccato.

tradimento


Forse perché il tuo amore era un po’ afasico
(aveva fiato solo per i baci,
per dire amore, specie i primi tempi,
e per qualche dimessa querimonia);

o perché ogni parola era un azzardo,
una promessa da non mantenere,
per noi colpevoli oltre che d’amare
di amarci un po’ di meno, ultimamente;

perché ogni bacio divora le parole
di un racconto acerbo, frettoloso,
e a bocconi famelici consuma
il tempo che rimane, quei furtivi
appuntamenti ormai sempre più rari:

per tutto ciò, e per questo tradimento
ultimo, solo mio, riparatore,
ora non ho coraggio né parole
e non riesco a dirtelo al telefono
che ti amo, che ti ho amata
e non avrei dovuto,

che per amore e per codardia
mi tocca dirti addio.

 

il nostro Natale


Tu coi tuoi, io coi miei – a far bagordi
con gli amici spaiati, separati
vedovi e divorziati. L’ho annunciato
allegramente, amore, che tornavo
dal dolce esilio dell’amore, lieto
come non fossi più innamorato.
Però pensavo a te quando ho gettato
gli astici vivi nell’acqua bollente
(fischiavano, la pentola tremava).
A te infelice sequestrata spenta
che mestamente levavi il tuo calice
alla salute dei sequestratori.

Qui eravamo in dodici stasera,
forse venti o quaranta, e abbiam mangiato
per ottanta, per cento. Non mancavi
che tu, amore mio quasi tradito.

Nessun messaggio poi a mezzanotte,
nessun saluto. Mi dirai domani
che hai cucinato un gran cenone e tu
non hai toccato cibo, che non sei
andata a letto. Che hai sparecchiato,
porto i cappotti agli amici ubriachi
e gli ombrelli i cappelli e tanti auguri;
preso una camomilla, una tisana,
rimboccato all’infante le coperte
e poi tutta la notte, sospirando,
contemplato le stelle giù in giardino,
sotto la pioggia. C’era anche la luna,
e Giove, e la cometa – Poi verrà
santo Stefano, inesorabilmente,
e sarà, Inshallàh, dopodomani.
Due giorni, amore mio, per digerire
e io le frottole tue e tu le mie.

Il nostro Natale

Tu coi tuoi, io coi miei – a far bagordi
con gli amici spaiati, separati
vedovi e divorziati. L’ho annunciato
allegramente, amore, che tornavo
dal dolce esilio dell’amore, lieto
come non fossi più innamorato.
Però pensavo a te quando ho gettato
gli astici vivi nell’acqua bollente
(fischiavano, la pentola tremava).
A te infelice sequestrata spenta
che mestamente levavi il tuo calice
alla salute dei sequestratori.

Qui eravamo in dodici stasera,
forse venti o quaranta, e abbiam mangiato
per ottanta, per cento. Non mancavi
che tu, amore mio quasi tradito.

Nessun messaggio poi a mezzanotte,
nessun saluto. Mi dirai domani
che hai cucinato un gran cenone e tu
non hai toccato cibo, che non sei
andata a letto. Che hai sparecchiato,
porto i cappotti agli amici ubriachi
e gli ombrelli i cappelli e tanti auguri;
preso una camomilla, una tisana,
rimboccato all’infante le coperte
e poi tutta la notte, sospirando,
contemplato le stelle giù in giardino,
sotto la pioggia. C’era anche la luna,
e Giove, e la cometa – Poi verrà
santo Stefano, inesorabilmente,
e sarà, Inshallàh, dopodomani.
Due giorni, amore mio, per digerire
e io le frottole tue e tu le mie.