ciò che resta


Mentre scrivevo e scrivevo
e cancellavo,
stavo per scrivere che questo mio scrivere
consiste nel cancellare
più che nello scrivere – e intanto
che scrivevo e scrivevo e cancellavo,
pensavo a tutte le volte
che ho deciso fermissimamente
di chiuderla qui, di lasciarti.

C’era un errore logico patente,
perché, se in effetti rimane
un numero esiguo di parole
rispetto alle molte parole cancellate,
è anche vero che le cancellate
le avevo scritte, prima di cancellarle.

Scrivo cancello riscrivo
ricancello – e inevitabilmente
io ti penso, mio amore.
Il saldo è positivo, in fondo. E infine,
scrivendo e cancellando, in ben due ore
ho dato all’esistenza le parole
che puoi leggere qui.

il giorno più caldo del secolo (secondo il tiggì uno)


Tu che mi fosti un tempo così cara,
se fossi qui stasera
nuda in questa calura tra le mie
braccia sudate, certo apprezzeresti
la frescura del condizionatore.
E ti direi ti amo e capiresti
che non sarebbe vero. O forse no,
ti direi che da tempo mi son dato
ad altri sport, a diverse scritture
e non pratico più l’amore estremo,
l’amore di chi ama ad ogni costo,
malgrado il disamore dell’amata
e lo dice e ridice per puntiglio,
con impegno con odio e per capriccio:
tu non mi ami, io invece sì,
ti amo e mi ci addanno, maledetta,
ti amo e morirò di questo amore.

O forse ti direi che non ti ho amata,
in fondo, che il mio amore era un sopruso,
e a questa confessione seguirebbe
una grande scopata.

Vicino al letto sempre disfatto,
sulla pila di stracci da stirare
c’è pure, ben ripiegato
e a portata di mano
un molto evocativo asciugamano.
E’ estate, amore. Potremmo di nuovo
tenere la finestra spalancata
al sole e al concerto dei merli,
e noi stessi cantare.
Ma non dobbiamo. Così la finestra
rimane chiusa, perché non ritorni
e m’entri nella casa e dentro i sogni
l’uccellino fuggito dalla gabbia,
l’allodola, la zigoletta mia,
la ciuffolotta, il topino muschiato.
O forse perché non evapori via
l’afrore… stavo per dire del peccato.

tradimento


Forse perché il tuo amore era un po’ afasico
(aveva fiato solo per i baci,
per dire amore, specie i primi tempi,
e per qualche dimessa querimonia);

o perché ogni parola era un azzardo,
una promessa da non mantenere,
per noi colpevoli oltre che d’amare
di amarci un po’ di meno, ultimamente;

perché ogni bacio divora le parole
di un racconto acerbo, frettoloso,
e a bocconi famelici consuma
il tempo che rimane, quei furtivi
appuntamenti ormai sempre più rari:

per tutto ciò, e per questo tradimento
ultimo, solo mio, riparatore,
ora non ho coraggio né parole
e non riesco a dirtelo al telefono
che ti amo, che ti ho amata
e non avrei dovuto,

che per amore e per codardia
mi tocca dirti addio.

 

il nostro Natale


Tu coi tuoi, io coi miei – a far bagordi
con gli amici spaiati, separati
vedovi e divorziati. L’ho annunciato
allegramente, amore, che tornavo
dal dolce esilio dell’amore, lieto
come non fossi più innamorato.
Però pensavo a te quando ho gettato
gli astici vivi nell’acqua bollente
(fischiavano, la pentola tremava).
A te infelice sequestrata spenta
che mestamente levavi il tuo calice
alla salute dei sequestratori.

Qui eravamo in dodici stasera,
forse venti o quaranta, e abbiam mangiato
per ottanta, per cento. Non mancavi
che tu, amore mio quasi tradito.

Nessun messaggio poi a mezzanotte,
nessun saluto. Mi dirai domani
che hai cucinato un gran cenone e tu
non hai toccato cibo, che non sei
andata a letto. Che hai sparecchiato,
porto i cappotti agli amici ubriachi
e gli ombrelli i cappelli e tanti auguri;
preso una camomilla, una tisana,
rimboccato all’infante le coperte
e poi tutta la notte, sospirando,
contemplato le stelle giù in giardino,
sotto la pioggia. C’era anche la luna,
e Giove, e la cometa – Poi verrà
santo Stefano, inesorabilmente,
e sarà, Inshallàh, dopodomani.
Due giorni, amore mio, per digerire
e io le frottole tue e tu le mie.

aprendo un pacchetto


Io come te infedele,
per quanti anni ho atteso.

Infine ho preso le forbici. Prima di aprirlo,
l’ho scalpato, ma lentamente,
perchè, sai, eri stata crudele
a tradire la tua quasi promessa.

L’incarto era di carta nera e rossa,
d’oro il nastro e tutto arricciolato
come capelli arruffati.

Non sapevo più dove tenerlo.
Sul tavolo in cucina mi pareva
troppo in vista: gli amici
mi avrebbero chiesto per chi fosse.

Inoltre non volevo avere fretta,
né, questa volta, essere ottimista
come quando avevo acconsentito
che entrassi nella mia casa più segreta.

In un cassetto no, troppo nascosto.
Speravo di non dimenticarti,
o di aspettare il tempo di capire
se valesse la pena aspettare.

Sul comò forse, innanzi alla specchiera
in cui a lungo si specchiò, tetragona
bambola capelluta. O sulla panca,
negletto e impolverato come altri
più antichi ingombri. Oppure sopra il letto
dove avresti dormito con me – forse.

Molto di te mi avevi raccontato,
tutto di te ignoravo, tranne gli occhi.
Ti sarebbe piaciuto? Era un po’ troppo
o troppo poco? E inoltre (e innanzitutto),
avresti, amore, preso quel treno
prima che la rafia delle ciocche
perdesse il suo colore?

 

domenica


Mi alzo dal letto che ho già preso
la grave decisione
(o forse è lei a prendermi,
mentre ancora sbadiglio): mi rado.
Lascio solo il bargiglio.

I primi peli grigi sulle gote.
Tardivi, a dire il vero. E un poco storti.
Ritti, stopposi, quasi un’aliena,
più ispida vegetazione.

(Avevo scritto qui, ieri sera,
due mezze righe. Versi, pressappoco.
In uno compariva tra due virgole
la parola amore. Seleziono,
premo Delete. Le dodici e trenta,
l’ora di colazione.)

 

diario autunnale del fotografo dilettante


Eppure mi è parso, in questo autunno
che inganna con troppi specchi,
di rivederti nell’oro di un faggio,
nel verde dei tigli che si sfa
in ruggine e nel verde che resiste,

nello specchio di un lago, in uno sterpo,
nelle ramaglie sommerse. 
Ho creduto
di ritrovare un colore, un indizio
del tuo lieve passaggio, del tuo passo,
una baluginante somiglianza
ai tuoi occhi e alla tua figura.

A volte, persino,  imito la tua postura
inquadrando un cespuglio di mirto,
e mi pare quasi di riuscire
a usurpare il tuo sguardo.

Ma l’illusione dura fino a sera,
quando sul desktop, dove ora abiti,
smuoiono i colori dell’autunno
che troppo, ahimè, rifulgono.

Invano aumento la luce,
il contrasto, la saturazione.
come con altri amori, in altre stagioni.
Non ritrovo i tuoi occhi, né il mio cuore.