il dopo-elezioni


Dopo l’aprile piovoso (e non solo),
spero che faccia bello e il merlo esulti
là sulla tenera cima reclina
dell’abete davanti al mio poggiolo.
Spero che maggio duri i suoi trentuno
giorni, e poi segua giugno anche per me.
Che venga tardi luglio e poi l’autunno,
spero, e di alzarmi presto la mattina
per rassegnarmi al sonno non più tardi
delle dieci di sera. Che non strillino
per le scale i bambini, ch’io non oda
altro che il merlo cantare. E che infine
ci facciano la grazia di abolire
la moda delle braghe a vita bassa,
perché siano più belle le ragazze.

i fumatori


I fumatori mesti,
stupidi fumatori
nel cortile dell’intelligent building
o seduti sui gelidi gradini
della scala antincendio,
a coppie o soli, taciturni – loro
la sera guardano tutti i telegiornali,
ma non andranno a votare.

Le mogli li hanno mollati,
di scatti contrattuali
non sono mai informati, non gliene cale.
I colleghi li chiamano ladri,
dicono che finiranno male:
un bel cancro sarà il loro salario.

L’inflazione è al 4%,
la nazionale non promette bene,
si scioglie la banchisa polare,
le banche americane hanno perso 180 miliardi di dollari nell’ultimo anno,
Berlusconi vincerà le elezioni
e loro che fanno? Fumano.

Fumano! E tacciono. Infreddoliti e grami,
perseguitati dai solerti agenti
del dl 16/01/2003 n. 3,
invisi agli ottimisti ai pessimisti
ai salutisti ai sindacalizzati,
loro, l’appestata e silenziosa
minoranza, gli stoici pezzenti,
alla vita non chiedono che questo:
qualche pausa per scomparire un poco
dalla scena triviale.

si parlava di alberi, io e Anna


L’abete, quel povero albero
che dicono abete di Natale,
mette una tale tristezza, e lui stesso
pare così infelice,
se il giardiniere ne piantò uno solo.
L’infelicità puoi riconoscerla
in un vegetale, in un cane
come in una cassiera (mettiamo).
Io la riconosco anche in un sasso.
Ne ho, per dire, qualche cognizione.

Nasce così, già sbocciato,
l’abete: è un pino estroverso
per habitus e conformazione.
E’ tutto un dispiegare di grandi ali,
proteso ai voli, estroflesso,
disarmato: l’abete
è un richiamo, l’attesa di un abbraccio.

Spampàna fiducioso le sue fronde
a quel che viene, al sole e alle intemperie.
Come le creature umili, è sensibile,
socievole. L’abete
è fatto per insinuare i rami tra i rami
di un abete sodale, vuole almeno
un compagno della sue specie
(ma si contenta di una compagnia
arborea purchessia).

Niente è più compassionevole
di un abete solo
in mezzo alla campagna – o come quello
che reclina la cima, muto, croce
di se stesso, davanti al mio poggiolo.

dopo le ferie


Ogni anno è più esigua e smangiata
la striscia d’asfalto in cui termina
la strada del ritorno. E’ appena agosto
e le piogge riprendono a ferirla.

Ci ha bruniti a dovere il sole di luglio
che tutto assopisce e ci colma
dei doni che meritiamo.
Ha guastato le prugne, stroncato
l’abete trapiantato, maturato
i semi delle gramigne.
Incendi veleggiavano al tramonto
sulle colline listate di nero.

Poi la sassaiola, una cascata
improvvisa di grandine brutale.
Lapida i gerani, lacera
la nuova tenda da sole.
Spiove e l’autunno di colpo
scolorisce l’oro delle stoppie.
Tacciono i grilli – o furono cicale
sotto le stelle che ad una ad una
tutte sono cadute?

Appena il tempo per salutare,
ammainare l’amaca, ripiegare
lenzuola di fortuna. Le valige
non furono mai disfatte
e resta acceso al minimo il motore
per le ultime due ore
interminabili.

E’ più che mai difficile scansare
sulla striscia d’asfalto buche e frane
quando la vecchia grama e i quattro sassi
sono già alle mie spalle, un barbaglio
nel vetro retrovisore, quello sguardo
di mater dolorosa lagrimosa
che lungamente peserà sul cuore.

agosto 1998

Bisanzio


Stanotte la mia casa s’affacciava
sul Canal Grande. Abitavo nella Ca’ d’Oro,
o forse altrove, in riva al Corno d’Oro
in una fantastica Bisanzio.
Passavano velieri galeoni
e gondole feluche sanpieròte.
E tutte, varie e lievi imbarcazioni,
si allontanavano, mentre il balcone,
staccatosi dalle trifore moresche,
come un tappeto volante si alzava in volo.

Ma ecco, tra cigolii e schianti, nell’azzurro
fattosi d’improvviso fosco e buio,
avanzare una nave immonda, nera,
così grande e vicina
da oscurare il cielo. Si fermava
e incombeva come un vasto muro
d’un guasto condominio.

 

appunti di viaggio


Fusina è una ringhiera
tra un prato verde e il mare.
Quattro acacie, due tamerici,
un bar, un imbarcadero.

Su sdraio coloratissime
i mestrini prendono il sole.
Lungo la banchina aristocratici,
surreali lampioni.

Un cartello stinto, forse un divieto
di balneazione, o di pesca.
Del resto con quale scusa,
con quale esca…

Passano vicinissimi
rimorchiatori e navi
dai cui nomi traiamo auspici:
R.E. tours, O.S.A., Icaro, Caronte.

Fusina è il mare più vicino,
la Rimini dei pigri,
il terminal dei sedentari.
Venezia è sull’altra sponda,
oltre una fuga di briccole.

Da qui, in questo settembre, potrei partire.
Telefonare, almeno.
Ah le rotte d’oriente!

Ad A. che “riordina” la (sua) casa di vacanza


Ancora brucia il sole del pomeriggio
mentre, seduto sotto il fico, torno
a interrogarmi sulla ragione
del tuo tornare qui – del mio non dico
o non ricordo,
ma so che saremo per sempre
compagni almeno in questo ritornare
al luogo dei nostri sponsali.

Sarà un breve soggiorno: per te
durerà poco più del lungo viaggio,
quanto basta per dare aria alla casa
e sgombrarla di certi rinsecchiti
“cadaverini”, come tu li chiami.
Topi? “Ma no, topolini:
non più grandi di scarafaggi”.

A sentire le zie, ci vuol coraggio
anche solo ad entrare; figurarsi
a dar di scopa, come tu sai fare,
sui muri di pietra grezza, sui vecchi travi
pavesati di pendule ragnatele
simili a grigi, laceri tendaggi.

Eppure è bello qui. “Sì, molto bello,
amore”…
Non suona strana
la parola, non più abituale,
a dieci anni dal nostro divorzio.
Con che tenerezza mi guardi
da sotto i ricci stinti e impolverati!

Ma sì, ti amo, amica
e compagna di sempre. Ti amo
perché so tutto di te e non ti conosco.
Ti amo perché non mi sei parente,
hai cessato di essermi amante
e sei la mia famiglia.
Ti amo perché non capisco
e ammiro e disapprovo
questa tua eroica devozione
ad una casa, l’improba fatica
che chiami, minimizzando,
riordino. Ti amo
per come, serenamente e con vigore,
contrasti il disfacimento. Ti amo, tanto
che non mi trattengo dall’abbracciarti
mentre mi riferisci, con una smorfia
più d’afflizione che di ripugnanza,
sull’effetto delle esche avvelenate:
piccoli, ah sì, minuscoli,
e quasi indistinguibili, nella polvere,
dalle foglie secche dei gerani.

Mi piace e mi commuove
il tuo affanno, la tua scalmana,
il bel colore rubizzo da fornaia
davanti al forno, ma assai mi dispiace
che tu debba patire questo caldo.

Impiegherai tre giorni
(i più roventi giorni del secolo,
secondo i notiziari)
per compiere il faticoso rito. E quando
dalla polvere riemergeranno
l’ara, il tavolo di pietra
radicato nel pavimento
come il letto di Ulisse, e poi quello
che fu il nostro letto smontabile,
il talamo da campo, trispi e tavole
e materassi; quando riappariranno
lo scheletro ligneo di una sella,
le damigiane impagliate, le quartare,
le stoviglie incellofanate,
le sedie di moplen
- e le cassapanche tarlate
da dove, perché non muffisca,
tiri fuori il corredo da sposa
e lo sciorini per l’aia al sole,
lo stendi sui cespi di gerani,
sulla lunga ringhiera, sulla pergola,
sulla pietre da collezione;

quando avrai rassettato ogni cosa,
riposto tovaglie e lenzuola,
impilato una sull’altra
vecchie valige e arcaiche cassapanche,
ornato di nuovi cardi e fiori secchi
il tino, gli orci e gli angoli più in ombra;
allora sigillerai le imposte,
chiuderai le porte di ferro,
e, riconsegnate le masserizie
alla custodia del buio che le divora,
ripartirai contenta: di venerdì,
col pullman delle quindici.

Di nuovo, dopo il commiato, i miei parenti
(che chiami ancora zia, cugina, mamma)
diranno che sei stramba, che sei brava,
a venire da così lontano,
tu, multilaureata e veneziana,
a sfacchinare come una vignera.

Nei giorni che seguiranno
ripasserò davanti al cancello chiuso.
Lo riaprirò, una volta, prima che
anche la mia estate sia conclusa.
Strapperò ciuffi d’erba dal lastricato,
Innaffierò i gerani e gli oleandri,
coglierò dei fichi da portarti.
Ma la porta, la porta del tempio
resterà chiusa per un anno.

Torneremo, di certo: esattamente
nella terza decade di luglio.
Ai miei occhi la casa avrà altre crepe
e io altre ferite, ma per te
nulla sarà mutato.
Io mi siederò sotto il fico
sempre più verde e fronzuto,
tu brandirai la scopa e alacremente
spazzerai via le macerie e la terra
in cui tutto precipita e si perde.

_________________________


Ad A. che riordina, ecc.
(postilla polemica)

Io non potrò mai esserti d’aiuto,
farti da chierichetto: non lo prevede,
il rito, non me lo concede
il genius loci che con te invece
è in mistica, perfetta comunione.

La querelle, non del tutto scherzosa,
è anch’essa annosa e rituale.
Non posso non rimproverartelo:
sono tuoi, non più miei
i polverosi tesori.
Il divorzio fu infatti ratificato
da un notaio, lo stesso
che aveva celebrato il matrimonio.
Il profanus da allora
Non può entrare nel tempio
che per recare alla sacerdotessa
(a Demetra, a Minerva)
offerte che spera gradite: frutta, granite,
olio, acqua del pozzo,
vasetti per dolcissime conserve.

la palude di fronte


E’ un vecchio cantiere chiuso,
dicono i coinquilini,
lo sterro erboso, il luogo misterioso
che quando piove diventa acquitrino
e cova di zanzare tigre, forse di tigri, là
oltre la rete zincata e il contrafforte
di una ben squadrata siepe di bosso.

Di là misteriosi, perigliosi fossi
nascosti da erbacce e canneti, di qua il giardino
condominiale, dove, ludibrio dei bambini,
sconfinano a volte rane
spaesate che non ritrovano
la smagliatura, il varco per tornare
nel loro mondo lontano.

Vento di luglio

E’ nei giorni più caldi d’estate
che viene il vento sulle colline.
Ogni frutto è caduto, consumato.
Dalle pietraie la gramigna e il cardo
spandono al vento i semi.

Nel giardino della rivista
di fai da te e giardinaggio
s’alzano vortici di paglia.
Non gli sono propizi questi climi,
questa terra non l’ama.

Dopo l’arsura, anch’io ora patisco
un vento infuocato, carico
di semi d’erbe grame
simili a grano ingiallito e mai mietuto.

Selvatiche spighe tenaci
si agitano e premono ai recinti,
lanciano piccole frecce
nelle aiuole assediate, nei solchi vuoti.

Il loglio ha pregato che il vento
giungesse prima del fuoco.
Tutte le terre incolte
fremevano alle brezze, nell’attesa
non della pioggia ancora, ma del vento.

E il vento venne, spargendo semi e incendi
dove ormai poche viti
cercano un sostegno, dove mai
più imbiondirà il grano.

G. Monasteri

come da una pagina del diario


C’è sempre il mare, il mare nei miei sogni.
La sveglia suona nel pozzo del sonno
e io mi sveglio e non so che notte sia,
di che mese, di che settimana,
in quale letto e secolo e tomba.
Il mare è poco distante,
la stazione non è molto lontana.
Di notte il vento e i treni
fanno lo stesso rumore.


Marghera, novembre 1988