come da una pagina del diario


C’è sempre il mare, il mare nei miei sogni.
La sveglia suona nel pozzo del sonno
e io mi sveglio e non so che notte sia,
di che mese, di che settimana,
in quale letto e secolo e tomba.
Il mare è poco distante,
la stazione non è molto lontana.
Di notte il vento e i treni
fanno lo stesso rumore.


Marghera, novembre 1988

Sai, quel prozio che fu ciclista un tempo
(vinse una Catania-Enna
nel millenovecentrotrentanove)…
Te lo ricordi?
Teneva una Bianchi in soggiorno,
accanto alla televisione. Si vedeva
solo il manubrio a tortiglione,
coperta com’era da un drappo
che pareva prezioso, damascato.

L’ho visto l’ultima volta la scorsa estate.
Stava seduto al balcone
in pantaloncini e canottiera.
Ansimava nell’ultima salita,
le caviglie gonfie, tumefatte.

Farfugliava qualcosa su una figlia
morta nel cinquantanove. Poi mi porgeva
un foglietto, un referto cardiologico.

“Che c’è scritto?”, mi chiese.
… Stenosi aortica severa,
edema alla regione pretibiale…
“Niente: dice che devi star seduto
all’aria aperta, non ti affaticare”.
E lui già m’indicava
con la mano tremante, estastiato,
la stupenda veduta. “E che aria! Guarda:
il castellazzo, lo stadio, la cattedrale…”

Le rondini volano basse al mio paese.
Che cielo in quella stagione!
Ho saputo ieri che da mesi
ha toccato il traguardo.

ricordando G. C.


Quel moncone di ponte che additava
la montagna lontana, sporgendo
da un dirupo franoso, là sopra una strada
che solo tu vedevi
tra saggine e ginestre e pietrame;
quel ponte, mi spiegavi, non era un ponte,
ma un antico acquedotto.
Me lo dicevi come confidando
a me solo un segreto.
Non c’era anfratto e maceria
e leggenda che tu non conoscessi
di quelle nostre contrade.

Acquedotti. Ce n’erano tanti,
in epoca romana, ai tempi
di Massimiliano Erculeo, precisavi:
specie dove ora la campagna
era più arsa e spoglia. Poi, brandendo
uno stecco come una spada,
indicavi anche tu un preciso punto
all’orizzonte, dove terminava
il tuo ponte-acquedotto.

Sei morto l’anno dopo. Ora io solo
so del balzo di quelle antiche acque
da lì all’opposto arido versante
lungo l’immenso ponte.

in ufficio

Dovrebbe essere insonorizzato
questo intelligent building,
questo acquario del cazzo.
Non dovremmo sentire nulla,
più nulla, murati a vita come siamo
tra così spesse vetrate.

Ma il mio ufficio è presso l’autostrada,
vicino alla tangenziale,
dirimpetto al centro commerciale:
balugina qualche luce natalizia
nell’acquerugiola oziosa.
E tutto il giorno ho nella testa il rombo
dei tir, incessante (o il rumore
dei condizionatori?).

Un collega canticchia in falsetto
“Amore…” e non so cosa. Pare un gattino
sofferente, gnaulante, le orecchie
tappate dalle cuffiette.

Nel grigio sonnacchioso
striato di fuochi lividi
il fumo, forse il fuoco
di fumaioli letali (il petrochilmico).
Sono stanco, stanco, stanco.
Stanco. E anch’io insonnolito
come non avessi mai dormito
– o non mi fossi mai svegliato, amore,
in tutti questi anni.

I defy you, stars

Non era un uomo istruito, mio padre,
sia pace alle sua ossa tribolate.
Ma aveva fatto la guerra,
visto un bel po’ di mondo: la sua Grecia,
quella di cui ricordava le canzoni
(ta òmorfa màtìa su, ta òmorfa màtia),
la Germania, la Francia liberata,
poi Napoli (e cantava “era de maggio”),
poi Milano, poi basta: cinque in tutto,
quant’erano le dita della mano.
Parlava due o tre lingue: l’alemanno,
il greco, un petit peu di francese
e un arcaico idioma gallo-italico.
L’italiano lo odiava, e anche l’Itaglia.

Piccolo di taglia, arabo alquanto,
normanno e longobardo e catalano,
Massèr Griöli era un grande e felice
rapsodo, un uomo arguto e appassionato,
specie al terzo bicchiere – Ma che vino,
amici! E che racconti!
Storielle buffe, perlopiù inventate,
com’erano – diceva – i film di Ringo
o le storie dei libri: storie, appunto.
Gli urgeva sempre in gola una risata
ma non rideva mai.
Solo gli occhi nerissimi ridevano
se meditava frottole e facezie.
E sapeva a memoria quattro canti
dell’Inferno, nonché un intero brano
del Romeo e Giulietta in traduzione
ottocentesca. “Stelle, io vi disfido”,
tuonava, minacciando il lampadario
con la strenua forchetta.
Poi se ne stava immobile per ore,
la testa sprofondata tra le braccia
conserte sopra il tavolo. Fingeva.
Fingeva di dormire, non voleva
si capisse che era infelice.

Stellata sulla casa di vacanza

I

 Ancora una volta, come quando
ti chiamavi mia moglie,
siamo qui insieme a contemplare
il cielo che non muta, tu sdraiata
sulla sdraio, io scomodamente
seduto su una sedia traballante.
Tu estatica, io sofferente
di torcicollo. Per niente al mondo
ti perderesti, prima di partire,
l’ultima stellata. Non hai cenato,
ma non morirai d’inedia.
Aveva più fichi che foglie
stamani il fico, e tutti li hai mangiati.

Mi sorprendo a rispondere “sì, amore”
se la tua voce mi chiama: accade
solo qui, in questo posto, di sera.
E’ un riflesso condizionato, o solo
un riflesso, un riverbero, il bagliore
che s’irradiò da qui, da questo poggio
anni luce fa – la nostra voce
è l’eco di parole d’altri amanti
morti da milioni di anni
e seppelliti in un’unica tomba.

Ogni stella – dicevo una sera,
in quei lontani anni –
è una coppia di amanti
che guarda il cielo stellato: un solo sguardo
non brillerebbe agli sguardi perduti
d’altri lontani amanti: lei sdraiata
sulla sdraio, lui scomodamente
seduto su una sedia traballante.

“Pensa: quando la luce ci raggiunge,
non si amano più, o sono morti”.
Così ti dicevo – ricordo.
E mi fingo infiniti sguardi
che guardano identici sguardi
attraverso il tempo, gemellanze
di amori nello spazio, o un solo amore
che rimbalza e danza nel tempo
e contempla se stesso, infinite
rifrazioni di un’unica luce.

“Guarda, mia cara, ogni stella
è un amore che brilla prima di spegnersi
come una supernova”. “Il paradosso”
ribatti, “è evidente: nessuna stella
avrebbe dovuto brillare
allora, quando il fuoco
s’era acceso da poco”, “Ma lo spazio
è curvo”, obietto. Gli occhi mi si chiudono.
Una cometa mi resta impigliata
nelle ciglia, si va sfilacciando.

Persino io lo sento: sto ronfando.

 

II

“Guarda che spettacolo!”, bisbigli
nel mio sonno. Ho un soprassalto.
“Che fai, dormi?”, “Non dormo”.
Ed io: “Ascolta, amore: ad occhi chiusi
si vede ancora meglio”.

Lo spettacolo ha il solito, solenne
commento sonoro: il coro
dei grilli – Ah, il respiro della notte
che il cuore dilata e s’alza
fino agli astri! Alto, vasto
vibrare, risuonare d’erbe e fronde
all’onda musicale delle stelle!

“Bello, vero?”, “Sì, bello”.
Ho dormito un minuto, mill’anni,
e ti ho sognata. Eri tu,
ma eri un’altra. Con le dita
ho sfiorato il tuo braccio (o un bracciolo
di similpelle). “Cambiamo sedia?”
Non hai sentito.

Si leva intanto la luna, esigua ancora.
“Ha la gobba a levante?”, “No, a ponente”.
Tu sei sempre più intenta, deliziata,
io distratto, inquieto. Ora disegni
nell’aria con un dito
costellazioni: l’Orsa, il Sagittario…
“Li vedi?”, “Non li vedo”,
“E’ perché non t’impegni”.
Ma tu non hai visto cadere
nessuna stella cadente, io ne ho vedute
dieci, “dieci a zero”. Francamente,
non ho alcun desiderio.

Luglio 1997

All’ombra del gelso bianco
la zia Santina con gli ultimi denti
mastica avemarie.
Alvise sulla sdraia pare dorma.
Sogna di fionde e nidi da predare
biascicando ambarabàcicìcocò.
Tre civette, sorelle e cugine,
prendono il sole in topless. Dalla collina
il limitante le guarda col binocolo.
Marino (che qui è un cognome)
non impedito dall’enfio pancione
pieno di vino e fegato cirrotico
raccoglie pietre per il muro a secco.
Il cane del vicino
fa strage del suo prezzemolo.
In autunno il muro
sarà abbastanza alto, e certamente
lui morirà in inverno.

All’ombra del gelso bianco
scrivo i versi di sempre (amari, dicono).

Ciascuno con il suo mantra
è solo. Ha un suo desiderio
e non lo può dire.

Agosto è vicino. A sera
una stella si fionda
dietro la collina.
Il desiderio di ognuno
tutti sanno qual è.

Lassù

La terra vista dalla luna (e viceversa)

Quando vengono in ferie gli emigranti
è agosto, il sacro e santo menz’austu,
la fatale festa del ritorno
e della madonna (Santissima
Ausiliatrice delle Vittorie).

Le tavolate in campagna,
specialmente di sera,
con la lampadina appesa al fico,
le paste di mandorla dolcissime
e il melone rosso (che lassù
si chiama, pensa un po’, melondorùge).

Quando non piove, di giorno
vien notato che il cielo è cilestre
e di sera le stelle sono tante
e la luna una sola (a dire il vero
c’è dappertutto, ma non così grande).

Ah, una notte così
te la sogni lassù,
a Dusseldòrf a Bruxelles a Milano.
L’acqua di fonte è pura, il pane è buono,
la lattuga è fresca, le uova pure,
il sole tramonta ogni sera dietro il colle
e, pensa un po’, rispunta ogni mattina.
Però lassù, come dire?, è un’altra cosa:
le città sono tutte in pianura,
le strade larghe e piane, gli autobùs
ogni dieci minuti.

Lassù c’è tanta gente, ma riservata.
Gli ospedali sono puliti,
le infermiere educate.
Si muore quasi mai, e per le strade
si vedono pochi e sparutissimi
cortei funebri. Ah sì, Lassù la gente
sta proprio bene.

Nei bottegoni vendono di tutto,
li chiamano supermercati.
Sui balconi milioni di vedove
coltivano gerani e rose.
Certo, ormai anche qui.
Ma credimi, lassù
è un’altra cosa.

PORTO EMPEDOCLE

quegli ulivi, com’erano antichi!
Provvidero gli unguenti a salme greche
e ai Sicani olio e collane.
Ma le ruspe li strappano già via
insieme a rugginose falci e spade
e monete che brillano ancora
se le strofini s’una pietra nera.

Pazienti ulivi nati sulle tombe,
sulle stoviglie e i teschi di coloni
che aravano ossame di coloni:
Ricordate voi? Ricordate?
Non dico l’eroe o il nobiluomo
che sprofondò nella nebbia dell’Ade
lasciando stoviglie d’oro e armi argive
nella terra assolata,

ma le voci recenti, il canto
dell’aia. Ricorda qualcuno?
Il frumento battuto con le mazze,
trebbiato dagli zoccoli dei muli,
spagliato col tridente. E tu ricordi,
accigliato Nettuno?

Qui frantumi di tegole si mischiano
ad ariballi anfore crateri.
Capitelli e pietre degli stazzi
fanno un pietrame indistinto.
Tutto cambiò, morì tra questi ulivi,
persino il morire. Ma il merlo
è sempre quello
e fischia un eterno motivo.