Disordine

C’era qualcosa di urgente da fare
stamattina, ma non so più cosa
e perdo tempo in un in un surfing inconcludente,
consulto qualche quotidiano online,
scribacchio versi, tento invano le corde
dello strumento scordato.
Poi per ore mi affanno
in faccenduole domenicali.
Rimesto mucchi di maglie infeltrite,
annaspo tra libri e cianfrusaglie
come con l’intenzione di rassettare,
o di anticipare lo scompiglio
del prossimo trasloco.

Spalanco le ante dell’armadio
come si apre un libro
a una pagina a caso,
per trarre un vaticinio da una frase
o coglier di sorpresa
la verità nascosta,
per trovare qualcosa di perduto,
un passo, della vita, che mi piacque
e non so più dov’era.

Ma la verità è che non cerco
e che non c’è niente da trovare.
Niente di necessario o che mi manchi
negli angoli morti e nella polvere,
né un verso tra i molti accatastati
che abbia una ragione
per essere lì e non altrove.
Non un oggetto utile, una penna
che scriva, un foglio bianco su cui scrivere,
un CD nella sua custodia,
una cosa che a un’altra si accordi.
Non il residuo di un’opera
compiuta, se pur minima,
la traccia o il ricordo di un progetto,
la scoria di un momento
di felicità vera.

La casa presso il fiume

A due mesi dal preliminare
quasi non mi appartiene più
l’amata a prima vista, la vagheggiata,
la prescelta, l’unica casa
che davvero ho voluto nella vita.
La libreria di noce, i pavimenti
di faggio, e un grande ginko
così vicino che potrò toccalo
dal poggiolo  (le foglie del ginko,
quando  traslocherò, il prossimo autunno,
saranno di un giallo irreale).

E’ come non dovessi più abitarci
nel remoto futuro, dopo il rogito,
ma l’avessi perduta e non riuscissi
a ricordarne che l’essenziale,
similmente alle case in cui fui ospite,
o in cui immaginavo di abitare.

Ricordo solo gli alberi, i pavimenti
di faggio, e che è una casa
di una città fluviale.

passeggiata a Giare


Giare – Questa fila di capanne
che non sono capanne ma cavane,
lungo il canale che non è canale
ma esso stesso mare, anzi laguna,
tanto è incerta la striscia di terra
che lo separa dalla barena.
E questo, all’altro lato della strada,
è un campo di rape, esattamente
di ravizzone – sì, ricordo il nome
che m’insegnasti: brassica campestris.


Ripasso la lezione: il ravizzone
è questo giallo mare luminoso
solcato da scriminature verdi
di non so che altra erba; le capanne
di legno scuro, dal tetto di canne,
si chiamano cavane (sì, ricordo).
E le canne non sono proprio canne
ma grollo (graminacea:
puccinella palustris).
No, non conosco la derivazione
del toponimo Giare,
nè la direzione per Oriago
di Mira, Borbiago di Mira,
Gambarare di Mira: dimmi tu
e conducimi, Arianna, ottima guida.


Fa che io non sia straniero in queste lande
di terre e d’acque – indicami, insegnami
il luogo dove vivo da vent’anni.
Qual è il Bacchiglione, quale il Brenta
in questo intrico di fiumi e canali?
E Marghera dov’è, dov’è Venezia
in questo mare che non è il mare?


Ho sognato mio padre.
Eravamo io e lui
in una grande cucina,
seduti a un tavolo deserto
(sparecchiato per sempre).

Entrambi tacevamo, gli occhi bassi.
Lui era aggrappato al suo bicchiere,
io al mio. Vino rosso.
A turno, con gesto spossato,
ci versavamo da bere.

Con fatica, poi, rantolando,
scostava indietro la sedia
per tastarsi le tasche
in cerca del suo pacchetto di MS.
Non lo trovava e riprendeva a bere.

Gli vietarono il fumo, oltre che il sesso,
dopo l’operazione al cuore.

rincasando

In che paese mai, in che contrada
vado errando stasera, che non trovo
la Romea, la mia strada verso casa?
Sono serrate tutte le serrande,
spenta ogni insegna. Le otto e mezza appena
ed è notte deserta – Ma qualcosa
divampa laggiù nel tenebrore
oltre le ferriere e le villette.
Un incendio, diresti, o un temporale,
bivacchi forse, o fuochi di ciminiere.

Non meno del tramonto
l’alba è ancora lontana, e di sicuro
quelli non sono lampi,
quel rombo non è tuono.
Non è di certo il crepitio e il bagliore
di una maschiata a una sagra
di paese, ché in questa buia landa
fitta di strade e di covi di umani
non ci sono paesi, e tanto meno
santi patroni.

Forse lampeggiano gli ultimi fuochi
di una tardiva, fioca contraerea.

mamma in abito da foto

Balbo. Questo il nome del fotografo
del paese. L’insegna Foto Balbo
durò per sette o più generazioni,
e mai vi fu in tutto il circondario,
ad Aidone a Ramacca a Mazzarino,
a memoria d’alcuno, altro fotografo
che fotobàlbo (fino al dopoguerra,
poi si estinse coi Balbo l’arte loro).

Lei aveva diciotto anni, diciassette.
Era il quarantatrè – o il quarantacinque?
Da sette mesi si era fidanzata,
o forse otto (la memoria sgarra,
a questa età). Era tempo di guerra
e l’abito era di cotone autarchico,
non di seta o di lino (il teritàl
non esisteva ancora). “Lo sai”, dice,
“chi era il mercante? Quello
tra via Umberto e via Garibaldi,
il nonno di una tua (non lo ricordi?)
compagna di liceo.”

Lei stessa fece poi l’imbastitura:
“con queste mani. Ci vedevo, allora,
infilavo l’aguglia ad occhi chiusi,
con questi occhi che erano grandi
ed ora, guarda, sono due pertugi”.
Era bella, era snella, e l’abitino
le stava come alle signorine
dei calendari: di colore avano.
E sotto aveva, ma non si vedeva,
un reggipetto bianco che pareva
di mussolina.

Quando fu pronto, mia nonna le disse:
“Si va da Balbo.” E intanto computava
con le dita i parenti dello sposo
e i propri: venticinque stampature,
più la stoffa, due lire e mezza al metro,
le scarpette coi fiocchi, la borsetta,
la permanente. Calcolando il tutto,
la spesa superava di sicuro
venticinque carrate di verdura.

Ed eccola, la foto: la conosco
da quando stava sopra il canterano
insieme ad altre, quella di mio padre
in un uniforme da sergente, e quelle
d’altri parenti – morti pure loro.
Vi campeggiano ora, ma a colori,
il Defunto intristito (era già anziano),
una sorella e i quattro miei nipoti.

Balbo ha disposto intorno i bianchi ombrelli
e l’ha ben istruita: “Stia più dritta!”
Com’è ubbidiente lei, com’è compita!
Spinge una tenda indietro, quasi emersa
da oltre il sipario di un varietà,
l’altra mano aggrappata alla borsetta.
“Sorrida! Alzi la testa, signorina!”
E lei allunga il collo, il pio sorriso
smarrito, i grandi occhi spalancati,
spaventati dal lampo di magnesio.
Com’è gracile e sola, e com’è bella
in quell’incerto, trepido debutto

via Pergola

Le stesse povere case,
ma i plasticoni che erano pastello
ora sono grigi, crepati,
striati delle rugginose lacrime
di grondaie sfondate.
Non erano state che catoi
negli anni cinquanta, poi
furono intonacate,
sopraelevate di uno o due piani.
Molti di quei balconi
non hanno più gassine*,
né panni stesi e panieri appesi,
né graste di prezzemolo e gerani.
La parabola non può mancare
dove ancora abita qualcuno:
disoccupati, vedove, lapisti*,
la famiglia che chiamano i pazzi,
qualche ladro. E mia madre.

 

 

* gassina: Avvolgibile fatto di assicelle di legno, collocato sul lato esterno delle imposte
* lapista: addetto a piccoli trasporti mediante motofurgone del tipo Ape Piaggio

 

bah!


Chissà se c’è davvero. C’è chi giura
d’averla vista all’alba, chi di notte,
alle undici di sera alle otto all’una
e persino di giorno, ad ore strane.
Potrebbe non esistere o, se esiste,
rivelarsi soltanto agli iniziati.
Mente agli occhi assonnati, è un’apparenza,
un satellite meteo, una vana
parvenza tra le nubi novembrine.
E’ un concetto, un’ipotesi, una mezza
verità che talvolta appare intera.
Sarebbe, se davvero fosse vera,
così incostante ubiqua salterina,
ora rossa ora bianca ora di rame,
ora più tenue di una lieve piuma
ed ora incisa come una lacuna?
L’orbita irregolare a serpentina
è una scusa di chi ci crede ancora,
di chi incolpa le stelle d’ogni strana
altalena del cuore – non esiste
in nessun luogo, né è esistita mai,
la luna.

domenica


Che festa gli urli estivi dei bambini
nelle belle giornate come questa,
laggiù, nell’altra casa,
in un altro tempo della vita.
La porta sempre aperta sul cortile
dove anch’io avevo giocato,
il vociare ad ogni ora e gli abbai
di donne e cani felici.

Ora non li sopporto,
i bambini e le madri e gli animali.
Già di mattina chiudo il balcone
e accendo le luci, la radio,
il condizionatore
e il pc: in quest’ordine.

Maledetti vicini, maledetto
condominio multiculturale.
Anch’io finirò per chiamarli
barbari marocchini mustafà,
io più di loro clandestino.