rincasando

In che paese mai, in che contrada
vado errando stasera, che non trovo
la Romea, la mia strada verso casa?
Sono serrate tutte le serrande,
spenta ogni insegna. Le otto e mezza appena
ed è notte deserta – Ma qualcosa
divampa laggiù nel tenebrore
oltre le ferriere e le villette.
Un incendio, diresti, o un temporale,
bivacchi forse, o fuochi di ciminiere.

Non meno del tramonto
l’alba è ancora lontana, e di sicuro
quelli non sono lampi,
quel rombo non è tuono.
Non è di certo il crepitio e il bagliore
di una maschiata a una sagra
di paese, ché in questa buia landa
fitta di strade e di covi di umani
non ci sono paesi, e tanto meno
santi patroni.

Forse lampeggiano gli ultimi fuochi
di una tardiva, fioca contraerea.

mamma in abito da foto

Balbo. Questo il nome del fotografo
del paese. L’insegna Foto Balbo
durò per sette o più generazioni,
e mai vi fu in tutto il circondario,
ad Aidone a Ramacca a Mazzarino,
a memoria d’alcuno, altro fotografo
che fotobàlbo (fino al dopoguerra,
poi si estinse coi Balbo l’arte loro).

Lei aveva diciott’anni, diciassette.
Era il quarantatrè – o il quarantacinque?
Da sette mesi si era fidanzata,
o forse otto (la memoria sgarra,
a questa età). Era tempo di guerra
e l’abito era di cotone autarchico,
non di seta o di lino (il teritàl
non esisteva ancora). “Lo sai”, dice,
“chi era il mercante? Quello
tra via Umberto e via Garibaldi,
il nonno di una tua (non lo ricordi?)
compagna di liceo.”

Lei stessa fece poi l’imbastitura:
“con queste mani. Ci vedevo, allora,
infilavo l’aguglia ad occhi chiusi,
con questi occhi che erano grandi
ed ora, guarda, sono due pertugi”.
Era bella, era snella, e l’abitino
le stava come alle signorine
dei calendari: di colore avano.
E sotto aveva, ma non si vedeva,
un reggipetto bianco che pareva
di mussolina.

Quando fu pronto, mia nonna le disse:
“Si va da Balbo.” E intanto computava
con le dita i parenti dello sposo
e i propri: venticinque stampature,
più la stoffa, due lire e mezza al metro,
le scarpette coi fiocchi, la borsetta,
la permanente. Calcolando il tutto,
la spesa superava di sicuro
venticinque carrate di verdura.

Ed eccola, la foto: la conosco
da quando stava sopra il canterano
insieme ad altre, quella di mio padre
in un uniforme da sergente, e quelle
d’altri parenti – morti pure loro.
Vi campeggiano ora, ma a colori,
il Defunto intristito (era già anziano),
una sorella e i quattro miei nipoti.

Balbo ha disposto intorno i bianchi ombrelli
e l’ha ben istruita: “Stia più dritta!”
Com’è ubbidiente lei, com’è compita!
Spinge una tenda indietro, quasi emersa
da oltre il sipario di un varietà,
l’altra mano aggrappata alla borsetta.
“Sorrida! Alzi la testa, signorina!”
E lei allunga il collo, il pio sorriso
smarrito, i grandi occhi spalancati,
spaventati dal lampo di magnesio.
Com’è gracile e sola, e com’è bella
in quell’incerto, trepido debutto

via Pergola

Le stesse povere case,
ma i plasticoni che erano pastello
ora sono grigi, crepati,
striati delle rugginose lacrime
di grondaie sfondate.
Non erano state che catoi
negli anni cinquanta, poi
furono intonacate,
sopraelevate di uno o due piani.
Molti di quei balconi
non hanno più gassine*,
né panni stesi e panieri appesi,
né graste di prezzemolo e gerani.
La parabola non può mancare
dove ancora abita qualcuno:
disoccupati, vedove, lapisti*,
la famiglia che chiamano i pazzi,
qualche ladro. E mia madre.

 

 

* gassina: Avvolgibile fatto di assicelle di legno, collocato sul lato esterno delle imposte
* lapista: addetto a piccoli trasporti mediante motofurgone del tipo Ape Piaggio

 

bah!


Chissà se c’è davvero. C’è chi giura
d’averla vista all’alba, chi di notte,
alle undici di sera alle otto all’una
e persino di giorno, ad ore strane.
Potrebbe non esistere o, se esiste,
rivelarsi soltanto agli iniziati.
Mente agli occhi assonnati, è un’apparenza,
un satellite meteo, una vana
parvenza tra le nubi novembrine.
E’ un concetto, un’ipotesi, una mezza
verità che talvolta appare intera.
Sarebbe, se davvero fosse vera,
così incostante ubiqua salterina,
ora rossa ora bianca ora di rame,
ora più tenue di una lieve piuma
ed ora incisa come una lacuna?
L’orbita irregolare a serpentina
è una scusa di chi ci crede ancora,
di chi incolpa le stelle d’ogni strana
altalena del cuore – non esiste
in nessun luogo, né è esistita mai,
la luna.

ritorno


Com’è triste, difficile il ritorno
e irreale ed estranea questa casa.
Niente qui mi appartiene fuorché questa
testimonianza, effigie di un incontro
forse solo sognato.

Forse domani anch’io saprò vedere
i belvedere, i luoghi, le contrade
dove conduco chi mi vi conduce.
Però non saprò mai dove si vada,
altri l’avrà saputo.

domenica


Che festa gli urli estivi dei bambini
nelle belle giornate come questa,
laggiù, nell’altra casa,
in un altro tempo della vita.
La porta sempre aperta sul cortile
dove anch’io avevo giocato,
il vociare ad ogni ora e gli abbai
di donne e cani felici.

Ora non li sopporto,
i bambini e le madri e gli animali.
Già di mattina chiudo il balcone
e accendo le luci, la radio,
il condizionatore
e il pc: in quest’ordine.

Maledetti vicini, maledetto
condominio multiculturale.
Anch’io finirò per chiamarli
barbari marocchini mustafà,
io più di loro clandestino.

non sono sogni


Le lettere che mi spedisco, come le chiami,
e che mi recapito ogni notte
dalle quattro alle cinque – tu sostieni
che m’impedisco di aprirle – ma lo vedi,
non mi curo neppure di cifrarle.
Non sono veri sogni,
te ne faccio il racconto al telefono
come di viaggi e sperdimenti reali.
E tu ch’eri con me, guida e compagna,
sai già dov’ero, in quale stazione
e per quale disguido.

Reali sono i grovigli d’incroci,
le peripezie gli abbandoni,
le irriconoscibili macerie
della mia casa, le città informi
e i lutti e le persone. Mi ricordo
persino i fatti: accaddero di giorno,
un giorno, e li rimemoro
ogni notte, senza pietà.

Nessun arcano messaggio,
nessuna premonizione se non questa:
tutto è accaduto, niente accadrà più.
E tu, amata e sempre presente,
specchio fedele, mio sguardo severo,
non sei altri che tu, ombra perfetta,
mio doppio altero, mio travestimento.

il dopo-elezioni


Dopo l’aprile piovoso (e non solo),
spero che faccia bello e il merlo esulti
là sulla tenera cima reclina
dell’abete davanti al mio poggiolo.
Spero che maggio duri i suoi trentuno
giorni, e poi segua giugno anche per me.
Che venga tardi luglio e poi l’autunno,
spero, e di alzarmi presto la mattina
per rassegnarmi al sonno non più tardi
delle dieci di sera. Che non strillino
per le scale i bambini, ch’io non oda
altro che il merlo cantare. E che infine
ci facciano la grazia di abolire
la moda delle braghe a vita bassa,
perché siano più belle le ragazze.

i fumatori

I fumatori mesti,
stupidi fumatori
nel cortile dell’intelligent building
o seduti sui gelidi gradini
della scala antincendio,
a coppie o soli, taciturni – loro
la sera guardano tutti i telegiornali,
ma non andranno a votare.

Le mogli li hanno mollati,
di scatti contrattuali
non sono mai informati, non gliene cale.
I colleghi li chiamano ladri,
dicono che finiranno male:
un bel cancro sarà il loro salario.

L’inflazione è al 4%,
la nazionale non promette bene,
si scioglie la banchisa polare,
le banche americane hanno perso 180 miliardi di dollari nell’ultimo anno,
Berlusconi vincerà le elezioni
e loro che fanno? Fumano.

Fumano! E tacciono. Infreddoliti e grami,
perseguitati dai solerti agenti
del dl 16/01/2003 n. 3,
invisi agli ottimisti ai pessimisti
ai salutisti ai sindacalizzati,
loro, l’appestata e silenziosa
minoranza, gli stoici pezzenti,
alla vita non chiedono che questo:
qualche pausa per scomparire un poco
dalla scena triviale.