Lune

Con cadenza mensile, puntuale,
un sms urgente mi notifica
Che c’è la luna piena. E che luna!
“Devi vederla, assolutamente”.
È un dono amicale, una specie
di servizio gratuito sullo smartphone.
Ma per pigrizia, perché sto cenando,
perché ho le mie lune o sto dormendo
davanti a un talkshow, mi riprometto
di vederla domani, posdomani.
Tanto, se non sarà del tutto piena,
ne mancherà un nonnulla. Ma poi quella
cambia luogo e forma senza posa
e cresce e manca e sempre la riperdo,
o la ritrovo quando ne è avanzata
una striscia sparuta, una parentesi.
Non so se aperta o chiusa.

Minime resistenze

Un amico a cui vado raccontando
di certi malumori (ha indovinato
forse, una pena che non so,
una qualche tensione, un rodimento),
mi ripete al telefono: “resisti”.

A cosa ho da resistere?, mi chiedo.
Cosa difenderò, tra ciò che è mio,
di questo tempi, in questo sfacelo?
Non ho in corso, al momento, alcun cimento,
non mi restano cause da perdere,
non sono ostile a nessuno, coltivo
rare amicizie, poche antipatie.

Non ho malattie serie, almeno credo,
né debiti né colpe ignominiose.
Sono paziente, evito con cura
guerre di religione, in special modo
con i coglioni e con gli economisti
improvvisati. Su una sola cosa
non transigo: esigo lo scontrino
per qualunque commercio e transazione.

E con i lattonieri e i carrozzieri
pago di più: pretendo la fattura.
Ecco, almeno a questo io resisto:
al cassiere distratto, al tornaconto
di prestatore d’opera e cliente,
alla frode fiscale del dentista.

I grandi torti non li puoi far dritti,
lo sappiamo. La guerra si combatte
con altre artiglierie, nell’alte sfere.
Pure, sento che se non punto i piedi,
se non m’indigno e intigno almeno in questa
questione di principio, di princìpi,
se defeziono, se non sto e non resto
nello sparuto fronte degli onesti,
io non sono più io, perdo me stesso.

Programmi per la serata

L’automa assonnato, inconsapevole
d’ogni suo gesto, vuoto di emozioni,
evita per un pelo un incidente,
si riscuote – e con allarme scopre
che in fondo al cuore smorto era contento,
dopo le sue otto ore di lavoro,
di tornare a casa a fare niente:
di non saper che farsene
del pomeriggio quasi assolato,
dopo giorni di quasi maltempo
e d’altre irrisorie indecisioni.
Cenerà da solo, a uova sode,
il pasto dei cornuti, giustamente
parco, poiché crollano i mercati
e le case le chiese i capannoni.

Digestione difficile

La cara poetessa che mi degna
di dediche non sempre lusinghiere
dice di me che ho un’esistenza labile,
che la mia presa sul reale è debole,
o su di me la presa del reale.
Aggiunge che il ragazzo è intelligente
ma non legge, non scrive, non s’impegna.
Ha sempre sonno e inopinatamente,
nel bel mezzo di grati conversari,
dopo la cena sontuosa, si spegne.

Rovistando nei cassetti

Ci sarà pure qualcosa da salvare
che abbia un nome, una provenienza certa
e sia una cosa mia,
tra questi indecifrabili detriti.
O qualcosa da leggere che non sia
un libro – perché i libri sono troppi
per appartenere a qualcuno:
mi entrano in casa da sé come falene,
palpitano un poco all’inizio,
si posano negli angoli e lì restano.

Di tanti anni e di alcuni amori
(poche avventure senza conseguenze
e una vera sventura)
dev’essere rimasto un documento
manoscritto e firmato, che certifichi
che qualcuno ha vissuto in questa casa.

Una lettera, forse, dell’epoca
in cui se ne scriveva
e la posta elettronica non c’era.
Quella che lessi fino a consumarla
e mi rimase oscura.

scusandomi col nordafrica


Sono veri tiranni, i tiranni,
altrove, dove uomini e speranze
sono giovani, dove puoi gridare
viva la libertà, morte al tiranno
e andare alla guerra senza paura.
Il nostro ras non è meno spregevole
di quei raìs, ma lo ha eletto il popolo,
un popolo di vecchi disperati.
Tre cose sono sacre qui da noi:
la figa, i soldi e la sua investitura.

Non ci resta che innamorarci
di partner coetanei. Qui nient’altro
che il rincaro della benzina
e un rischioso amore settembrino
possono agitarci, amore mio.
Da mesi siamo in guerra, io e te,
e ti urlo al telefono Allah akbar,
blaterando di verità e giustizia,
pur non credendo affatto nell’amore
e tanto meno in dio.


Il cordless, il pc, tre cellulari,
la tv, radio tre… Quanti congegni
da spegnere e riaccendere e rispegnere
per non aspettare e non pensarti,
per riuscire a pensare,
o almeno a rassettare questa casa.
Non sono mai realmente connesso
e mai davvero offline, mai operoso
e mai del tutto ozioso, e non ancora
deciso a riamarti, a lasciarti
o a lasciarmi lasciare.

e io che pensavo


“E io che pensavo che l’amore fosse…”,
mi scrivi, e non hai più quattordici anni,
e neanche più quaranta. Se la frase
finisse qui, io ti risponderei
che ho sempre sospettato che non fosse,
pur avendone, ahimè, saggiato il morso.
Ma a quel “fosse” tu accodi una sequela
di predicati blasfemi, esecrabili
per un vecchio Werther come me.
Pensi che sia gioioso,
e non solo: svagato, spensierato,
distensivo, tonificante
e gratuito. Un po’ fitness, insomma,
e un po’ babbo natale.

litigi


Che bello far l’amore
dopo che ti ho sgridata, bastonata
e pestata (ma figuratamente).

Ti ho lisciato il pelo, ti ho lasciata
e anatematizzata, addirittura.
Non avessi quegli occhi e quel sedere,
giuro, t’avrei ammazzata.

Cosa non t’avrei fatto! Cosa ho fatto!
Quali sevizie, quanti morsi e baci!
Epperò dopo tanto sbraitare
non c’era tempo per la ripassata.

microarchivi

Comprimere gli album di famiglia,
i miei quaderni, la mia cineteca
privata (e pirata) e i miei CD
in quattro cartelline non più grandi,
ciascuna, di una C o di una D,
il tutto impaccato (packed)
in una chiavetta USB,
è un ottimo esercizio
d’annientamento, una preparazione
all’altra riduzione, che avverrà,
dell’immenso me stesso
in una minuscola urna cineraria.

Infine, non ci pare tanto stramba
l’antica idea balorda che di noi
niente si perda, e che tutto
possa durare, esistere e consistere
nel niente.