I Mercati

 (appunti di teologia apofatica)

Dice che i sacrifici, il sacrificio
ci otterrà in premio la salvezza.
Ma il dio non ha sentimenti,
non lo commuovono i disoccupati
né i pensionati, e certo
non baderà alle lacrime di un ministro,
fosse pure un ministro del suo culto.
Non lo offenderanno le bestemmie,
non ci sarà grato delle offerte:
seguiterà a colpire di downgrading
i popoli e gli stati.
Neppure gli eletti, le triple A,
stavolta saranno risparmiati.

Sia fatta la Sua volontà,
se mai il divino può volere,
avere un disegno, un’intenzione.
E officiamo il rito dei sacrifici
per disinteressata devozione,
senza sperare, senza nulla chiedere
a colui che è unico e plurale,
che non è giusto né ingiusto,
che è umano e non umano,
che non è bene e dunque non è male,
che non ha cuore, che è impermeabile
alle preghiere, che non ha eserciti
né polizie eppure ci governa.
Ma tra tutto ciò che Egli non è
c’è almeno un attributo
che lo rende un po’ meno trascendente,
un limite alla sua divinità:
questo iddio scellerato non è eterno.

la poetica di caterina

Caterina coltiva un bel giardino.
sarebbe molto bello, perlomeno,
se non fosse un giardino
condominiale, mal recintato,
se le talpe i condòmini i vicini
non fossero un’incivile
marmaglia multietnica.
Di notte veglia, scrive poesie.
Ne ha tante, ripartite in varie aiuole
ordinate e catalogate:
queste per Dio, queste per la mamma,
queste erotiche e queste invece no.
Queste contro la guerra e queste (ahi quante!)
per lui, per l’altro, insomma per l’amore.
Un tempo se ne vergognava,
le teneva per sé, le concimava
ogni giorno con il disprezzo
dell’ultimo suo amante.
Ora, chissà perché,
le va offrendo ai passanti
in mazzi di foglietti scompagnati
strappati a mille quaderni. Caterina
è una pazza, una prodiga mendìca
che squaderna il suo cuore di fanciulla
nell’indifferenza del mondo.
Nei giorni di pioggia, ai semafori,
con in mano quei fiori appassiti,
si china sul parabrezza
e ti guarda. E’ ancora una bambina.
Ha occhi scuri e supplici di cane,
tristi come l’inverno.

via Pergola

Le stesse povere case,
ma i plasticoni che erano pastello
ora sono grigi, crepati,
striati delle rugginose lacrime
di grondaie sfondate.
Non erano state che catoi
negli anni cinquanta, poi
furono intonacate,
sopraelevate di uno o due piani.
Molti di quei balconi
non hanno più gassine*,
né panni stesi e panieri appesi,
né graste di prezzemolo e gerani.
La parabola non può mancare
dove ancora abita qualcuno:
disoccupati, vedove, lapisti*,
la famiglia che chiamano i pazzi,
qualche ladro. E mia madre.

 

 

* gassina: Avvolgibile fatto di assicelle di legno, collocato sul lato esterno delle imposte
* lapista: addetto a piccoli trasporti mediante motofurgone del tipo Ape Piaggio

 

bah!


Chissà se c’è davvero. C’è chi giura
d’averla vista all’alba, chi di notte,
alle undici di sera alle otto all’una
e persino di giorno, ad ore strane.
Potrebbe non esistere o, se esiste,
rivelarsi soltanto agli iniziati.
Mente agli occhi assonnati, è un’apparenza,
un satellite meteo, una vana
parvenza tra le nubi novembrine.
E’ un concetto, un’ipotesi, una mezza
verità che talvolta appare intera.
Sarebbe, se davvero fosse vera,
così incostante ubiqua salterina,
ora rossa ora bianca ora di rame,
ora più tenue di una lieve piuma
ed ora incisa come una lacuna?
L’orbita irregolare a serpentina
è una scusa di chi ci crede ancora,
di chi incolpa le stelle d’ogni strana
altalena del cuore – non esiste
in nessun luogo, né è esistita mai,
la luna.

domenica


Mi alzo dal letto che ho già preso
la grave decisione
(o forse è lei a prendermi,
mentre ancora sbadiglio): mi rado.
Lascio solo il bargiglio.

I primi peli grigi sulle gote.
Tardivi, a dire il vero. E un poco storti.
Ritti, stopposi, quasi un’aliena,
più ispida vegetazione.

(Avevo scritto qui, ieri sera,
due mezze righe. Versi, pressappoco.
In uno compariva tra due virgole
la parola amore. Seleziono,
premo Delete. Le dodici e trenta,
l’ora di colazione.)

 

gita in barca


Sono partito infine, è non è stata
solo una gita in barca. Ero lontano,
in un paese appena tentato
dall’immaginazione. La laguna,
i sentieri selvatici di mare
tagliati tra i canneti
di puccinellia palustris, dove vola
l’airone cinerino e su ogni palo
sta solenne un gabbiano.

Ero con degli amici. “A che pensi?”,
mi chiede uno. “A chi?”, incalza l’altro.
Io, nel cuore, come un gabbiano
presidio la mia briccola, il mio palo.
Penso che me ne andrò altrove, che non amo
nessuno e non voglio vivere in nessuno
dei luoghi dove ho vissuto.

domenica


Che festa gli urli estivi dei bambini
nelle belle giornate come questa,
laggiù, nell’altra casa,
in un altro tempo della vita.
La porta sempre aperta sul cortile
dove anch’io avevo giocato,
il vociare ad ogni ora e gli abbai
di donne e cani felici.

Ora non li sopporto,
i bambini e le madri e gli animali.
Già di mattina chiudo il balcone
e accendo le luci, la radio,
il condizionatore
e il pc: in quest’ordine.

Maledetti vicini, maledetto
condominio multiculturale.
Anch’io finirò per chiamarli
barbari marocchini mustafà,
io più di loro clandestino.

i fumatori


I fumatori mesti,
stupidi fumatori
nel cortile dell’intelligent building
o seduti sui gelidi gradini
della scala antincendio,
a coppie o soli, taciturni – loro
la sera guardano tutti i telegiornali,
ma non andranno a votare.

Le mogli li hanno mollati,
di scatti contrattuali
non sono mai informati, non gliene cale.
I colleghi li chiamano ladri,
dicono che finiranno male:
un bel cancro sarà il loro salario.

L’inflazione è al 4%,
la nazionale non promette bene,
si scioglie la banchisa polare,
le banche americane hanno perso 180 miliardi di dollari nell’ultimo anno,
Berlusconi vincerà le elezioni
e loro che fanno? Fumano.

Fumano! E tacciono. Infreddoliti e grami,
perseguitati dai solerti agenti
del dl 16/01/2003 n. 3,
invisi agli ottimisti ai pessimisti
ai salutisti ai sindacalizzati,
loro, l’appestata e silenziosa
minoranza, gli stoici pezzenti,
alla vita non chiedono che questo:
qualche pausa per scomparire un poco
dalla scena triviale.


Sono apatico, ingrasso. Ho sempre sonno,
non c’è libro che non mi sia letargico.
Mi duole ogni giorno qualcosa, ed è una scusa
per non fare, non scrivere, ignorare
le piccole scadenze micidiali
che aumentano giorno dopo giorno
il debito e maturano il protesto
dell’inesorabile cambiale.

Somatizzo non so che cosa.
Forse la campagna elettorale.
Digerisco male, ho un peso
all’epigastrio, dove fanno grumo
aspirazioni, amori – ideali, forse.
Ah, l’orribile faccia inceronata
del Malefico Ipocrita che ammicca
come Riccardo Terzo (“fu mai
una donna sedotta
in tale condizione?”).

Se avessi soldi, giuro, me ne andrei
in una beauty farm, a dormire
nel morbido letto di fango
di una stazione termale,
in un denso Lete di vapori
sulfurei. Non sopravviverò
fino all’election day.

dopo le ferie


Ogni anno è più esigua e smangiata
la striscia d’asfalto in cui termina
la strada del ritorno. E’ appena agosto
e le piogge riprendono a ferirla.

Ci ha bruniti a dovere il sole di luglio
che tutto assopisce e ci colma
dei doni che meritiamo.
Ha guastato le prugne, stroncato
l’abete trapiantato, maturato
i semi delle gramigne.
Incendi veleggiavano al tramonto
sulle colline listate di nero.

Poi la sassaiola, una cascata
improvvisa di grandine brutale.
Lapida i gerani, lacera
la nuova tenda da sole.
Spiove e l’autunno di colpo
scolorisce l’oro delle stoppie.
Tacciono i grilli – o furono cicale
sotto le stelle che ad una ad una
tutte sono cadute?

Appena il tempo per salutare,
ammainare l’amaca, ripiegare
lenzuola di fortuna. Le valige
non furono mai disfatte
e resta acceso al minimo il motore
per le ultime due ore
interminabili.

E’ più che mai difficile scansare
sulla striscia d’asfalto buche e frane
quando la vecchia grama e i quattro sassi
sono già alle mie spalle, un barbaglio
nel vetro retrovisore, quello sguardo
di mater dolorosa lagrimosa
che lungamente peserà sul cuore.

agosto 1998