gramigne


Un nero strato di cemento e ghiaia
allagò l’aia, ricoprì la cenere
di gramigne bruciate.
E sopra la gettata fu murata
una bruna chiancata di arenaria.

Erano in tre: un valente muratore,
un vecchio e un erculeo manovale.
Posavano lastroni ponderosi,
come me fiduciosi che la casa,
la mia casetta, sarebbe durata
nuova e perenne, indenne da ogni tabe.

Ma non c’è scampo: aprile
in ogni minima crepa,
in ogni stampo di conchiglia fossile
insinua certe erbacce
dalle radici dure come scalpelli.
Certe tenaci piovre vegetali,
tentacoli e granfie che a strapparli
strappano malta e pietre come zolle.

Ti resta nelle mani qualche segno
e latice vischioso di celidonia.
Ne avverti ancora dopo mesi
l’odore acre. Settembre
è già quasi passato
e io vivo in un comodo bivano
al terzo piano, in compagnia di un pendulo
potus appeso come un lampadario.
Lontano da gramigne e da cicorie.

peraltro


Ho sempre meno sentenze da buttare
nelle conversazioni, ridotte all’osso
le mie antiche opinioni, che peraltro
si arrendono volentieri
ad ogni buon paradosso.

Peraltro uso largamente
l’avverbio peraltro e locuzioni
simili, incline come sono
a considerare ogni questione
da vari, strabici o meno, punti di vista.

Peraltro mi appaiono spesso
così ben salde e vane
le convinzioni degli altri
che sarebbe insensato e deprimente
spendervi laboriose discussioni.

Peraltro la gente mi annoia.
E’ più cose ha da dire più mi annoia.
Mi annoia per ciò che dice, per come lo dice,
e per altre ragioni (il calo
di passione, in generale,
e in particolare degli ormoni).

Persino litigare con una donna
non è più interessante come un tempo.
Però con una eccezione, che mi sorprende.

Un deferente inchino alla signora.

Munnàri (Le donne che mondano cicoria)


Il tempo passa, passano il tempo
con l’uncinetto, con il coltello
che monda le verdure di stagione.

Sono due voci roche
per un solo racconto. Le dita
passano su ogni foglia dieci volte
prima di strapparla, ed è un rosario
di soli misteri dolorosi.

Due voci, un coro stanco per cantare
e piangere gli stessi morti, enumerare
le medesime piaghe, nel deserto
dove l’angelo passa ogni notte
e non segna, non trova la porta.

Nelle pause dell’una, segnalate
dall’ansito perfetto, in contrappunto
l’altra viene cantando
la stessa canzone, sfibrando
gli stessi cardi induriti.

E non cessa il lavoro della lama
e non cessa la recita sapiente
neppure quando non resta
che il cuore verde da
tornire ancora, ancora smozzicare.

Il capo accenna, le mani filano tessono
ricamano lustrano: fanno
tutto ciò che sanno e sapevano.

Non alzano mai lo sguardo dal grembiule,
accarezzano la fronte degli agonizzanti,
cantano anche per sé la ninnananna
che tutti possa per sempre addormentare.

Due vecchie nere e sole
cantano la canzone con la voce
che non so e non cesso d’inseguire.
E mai l’ho intesa così amara, mai
così dolce.

l’amore ai tempi di Photoshop


Bellissima. Quasi più vera che di persona,
nel monitor a diciannove pollici.

Mai ti vidi così nitidamente.
Le efelidi che traspaiono dal fondotinta,
il piglio altero e scostante,
il dispettoso startene in posa:
“basta che ti sbrighi”; e quella ruga
disperante, che solo tu vedevi,
di diffidenza e di risolutezza.
E l’altera bellezza che già teme
la luce troppo cruda, l’inquadratura
ravvicinata – Il tuo fastidio, in genere,
per la vicinanza eccessiva.

Quel broncio, che mi piacque
quasi più che il sorriso, la tua dolcezza
camuffata e delusa, l’ottuso rancore:
tutto in esatta evidenza,
ad alta risoluzione.

Traffico a lungo col mouse, zoom in e zoom out.
Vizio onanistico, pura contemplazione.
Ti allontano e avvicino, e come Alice
diventi grande e piccina. Ti accarezzo
e ti tocco, ti clicco
col cursore a forma di lente, di nuovo, ancora,
fino ad entrare nel tuo sguardo come
in un torbido acquario. Zoom out,
e torni dolce e arcigna, un ovale
un po’ quadrato, angoloso,
pressoché a grandezza naturale.

Mi tolgo gli occhiali per guardarti
da più vicino. Posso persino
ruotare l’immagine di novanta gradi
e inclinare il mio capo, simulare
una vicinanza orizzontale – La tua bocca!
E’ ancora più rossa, più bella, dopo l’upgrade
di questa postazione telematica
che a lungo, a lungo patì l’accesso negato
e fu lei stessa una porta sbarrata.

“Ma smettila, smettila di chiamarmi amore”,
sembra tu mi ripeta. Zoom in
sull’ombra di tristezza e di livore
nello sguardo, sulla piega lieve
di disgusto e sussiego in quella bocca
che dalle mie impronte insolenti
indovino persino a pc spento
(malgrado ogni tuo schermo, devi ammetterlo,
ti tocco ancora, ancora).

Zoom out, amore. Vattene di nuovo,
e che io non sappia dove.
Non possa più giungermi di te
né buona né mala nuova.
Zoom out, finché non diventi
che un francobollo, una caccola
in fondo al desktop – Sparisci, vattene
dalla mia mente.

Zoom in – Resterò al tuo cospetto,
immagine in me chiusa come un figlio,
altare, simulacro. Resterò
finché l’infinitesimo dettaglio,
ogni più tenue macula o vena
non ricalchi il disegno del sigillo
da sempre in me stampato,
figura che riconosco e mi somiglia.

E sarà infine svelato il segreto
per cui tutto ciò che io sono e mi fu ignoto
si rivolse a te, da te agitato
fino al fondo più oscuro – Zoom in
nell’occhio che si allarga a dismisura.
Ed ecco, non sei niente: nulla più
resta di te nel fosco paesaggio,
in quel bosco indistinto, giù, nell’iride
dove finisce il viaggio.

come da una pagina del diario


C’è sempre il mare, il mare nei miei sogni.
La sveglia suona nel pozzo del sonno
e io mi sveglio e non so che notte sia,
di che mese, di che settimana,
in quale letto e secolo e tomba.
Il mare è poco distante,
la stazione non è molto lontana.
Di notte il vento e i treni
fanno lo stesso rumore.


Marghera, novembre 1988

ripostigli


Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota –
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala.
Quella sì è una casa
(così sostiene mia madre):
una casa adatta a conservare.
Per dormire, a che serve la luce?

Ma ora che non abbiamo più la paglia,
né cannizzi col grano e botti e giare,
né damigiane impagliate e mezzalore,
che c’è da conservare?
Se non c’è traccia di forni e tanure,
di lemmi e di cafisi e di carbone,
di fornacelle e di cavagni e concole,
di madie e trespi e di lasagnatori,
di conserve in burnìa e legna e versoi:
ora, ci domandiamo,
cosa conserva mia madre?
Nessuno ne ha idea: lo sa lei;
ma quando vado a trovarla in automobile
(station wagon del novantasei)
m’implora di portar giù i vestiti vecchi
e ogni altra cosa smessa o poco usata
ch’io rischi, non sia mai, di buttar via.

Prego che non accada tanto presto,
ma è scritto che accadrà. E’ necessario
che io torni laggiù prima o poi.
Non in vacanza estiva, ma per sempre,
perché si compia, in uno con la vita,
il mio, nostro destino e l’inventario
delle cose perdute.

Sai, quel prozio che fu ciclista un tempo
(vinse una Catania-Enna
nel millenovecentrotrentanove)…
Te lo ricordi?
Teneva una Bianchi in soggiorno,
accanto alla televisione. Si vedeva
solo il manubrio a tortiglione,
coperta com’era da un drappo
che pareva prezioso, damascato.

L’ho visto l’ultima volta la scorsa estate.
Stava seduto al balcone
in pantaloncini e canottiera.
Ansimava nell’ultima salita,
le caviglie gonfie, tumefatte.

Farfugliava qualcosa su una figlia
morta nel cinquantanove. Poi mi porgeva
un foglietto, un referto cardiologico.

“Che c’è scritto?”, mi chiese.
… Stenosi aortica severa,
edema alla regione pretibiale…
“Niente: dice che devi star seduto
all’aria aperta, non ti affaticare”.
E lui già m’indicava
con la mano tremante, estastiato,
la stupenda veduta. “E che aria! Guarda:
il castellazzo, lo stadio, la cattedrale…”

Le rondini volano basse al mio paese.
Che cielo in quella stagione!
Ho saputo ieri che da mesi
ha toccato il traguardo.

alzando la persiana


Certe inattese mattine di sole
nella stagione più cupa
dell’anno, della vita che s’ingorga
nelle abitudini:
la luce che irrompe liberata
al primo cigolio della serranda,
piena impaziente che premeva
dietro la chiusa che si leva, là
dov’era più torbida e infetta
l’acqua del fiume bloccato;

certe mattine pare che la vita
sia stata per anni in attesa
appena là fuori, confidando
che per una tua disattenzione,
per una mossa sbagliata,
fossi tu a darle un’opportunità.
Bastava forse una piccola breccia
sulla pietra tombale
per squarciarla in una trionfale
resurrezione; bastava
un’incrinatura, una crepa
nel guscio d’una viziosa infelicità.