Agonia

Ma che hai, Chenzia, Kenzia,
Howea belmoreana
o come diamine ti chiami?
Perché le tue belle palme verdi
aperte fiduciose,
le tue lunghe foglie spadiformi
si afflosciano intristiscono
e si accartocciano poi
come dita di arti paralitici?

Ti ho dato troppa acqua? Troppo poca?
Ti hanno bruciata d’inverno i caloriferi
o ti assidera il condizionatore
nell’estate improvvisa?
Taci. Lo so, non hai abbastanza luce
di giorno, e ti spegne la luce
delle lampade alogene, di sera.

Vuoi un fertilizzante? Un funghicida?
Uno delicato spruzzo sulle foglie
col nebulizzatore? Una carezza?
Vuoi un cielo arboreo, farfalle,
uccelli e verdeggianti compagnie
da sottobosco tropicale, e fiori,
qui, nella casa di un vecchio?
O che ti lasci agonizzare in pace
senza altri conforti che il silenzio
e la penombra?

Abbasso le persiane,
c’è troppo caldo. Dormiamo.

Ristrettezza di visione

In una rara giornata di sole,
quando l’ultimo verde degli ippocastani
brilla più che in aprile,
lo sguardo indugia intristito
sulle mensole opache, sui dorsi frusti
dei libri che risentitamente
da decenni mi danno le spalle.
Allora con solerzia da massaia
do di piglio a stracci e spray antipolvere.

Sto invecchiando, mi dico,
e forse è proprio questa la vecchiaia:
l’attenzione, il fastidio irragionevole
per le magagne minime, visibili
solo con gli occhiali da lettura.
Il battiscopa rigato, le macule grigie
sul parquet, i nei di muffa
sul muro appena imbiancato.

A dispetto della presbiopia,
non vedo più che le cose vicine,
e di queste le sole superfici
laccate, gli orpelli, i similori,
la vernice che presto va in malora.
Certe volte ho quasi in odio
la luce, che invade la casa
solo per rivelarci che la polvere
di nuovo è dappertutto: la polvere
invincibile, eterna, indefettibile.
Maledetta polvere.

La Grecia non ce la farà

In altri tempi questa mia pigrizia
come il bozzolo di una grassa larva
incubava per anni avvenimenti
che mai avrei creduto, decisioni
temerarie che niente in quella pace
lasciava presagire. All’improvviso,
senza una vera ragione,
mi alzavo dal divano e me ne andavo.
Abbandonai nottetempo la casa,
la famigliastra, il letto coniugale.
O ne fui sfrattato, non ricordo.
Pioveva, era febbraio.

Ora di nuovo ingrasso, dormo molto.
Aspetto che la crisi si inasprisca,
forse, che marcisca e si riveli
la piaga che non duole, che esploda
senza preavviso un mio bubbone.
Sì, può accadere ancora che maturi
nel sonno il cambiamento, come allora.
E se non basteranno inerzia e accidia,
sarà Fortuna a sviarmi dal progetto
di non avere mai alcun progetto.

Si può sbandare, finire fuori strada
per un colpo di sonno,
andando così piano. O ritrovarsi
in pigiama per strada, di notte,
mentre la casa crolla. Può accadere
un innamoramento, persino,
ancora un salvifico infortunio
in questo rimasuglio di futuro.

O forse è tardi per ogni accidente.
Era già tardi quarant’anni fa,
ma ora lo è di più. E fra vent’anni
i nipoti mi cacceranno via
da casa mia, o mi consegneranno
a una moldava corpulenta, bionda.
Si chiamerà Katiuscia, Alina, Irina.
E chissà che il marasma non m’ispiri
ancora qualche poesia d’amore.

Les jeux sont faits, o cara mia speranza,
a questa Età, a parte che la Grecia
è già spacciata, non ce la farà.
Ci invaderanno le armate di Serse,
ci rimetteremo il conto in banca,
perderò la pensione, perderemo
alle Termopili e a Salamina.
E tutto questo non avrà importanza.

SMS

Due primavere fa
avevo sedici anni, ora ne ho quasi
sessanta, sessant’anni giudiziosi.
Tu, benché maritata da sei lustri
e vessata dai guai, dalla famiglia,
eri un’impubere preadolescente.
Come oggi sfolgorava primavera,
Impazzavano i merli e altri uccelli.
Le mie tasche fremevano di trilli,
e i nostri messaggi amorosi
erano così fitti e numerosi
che non bastavano tre cellulari.
Ora le parole nel display
dicono affetto, un’amorevolezza
da vecchi amici, quasi da parenti.
Ti mando un bacio a volte,
lieve e sulla guancia, beninteso.
Una carezza, ma non certo ardita.
Stasera sono ancora più prudente,
basta “un caro saluto”.

Rovistando nei cassetti

Ci sarà pure qualcosa da salvare
che abbia un nome, una provenienza certa
e sia una cosa mia,
tra questi indecifrabili detriti.
O qualcosa da leggere che non sia
un libro – perché i libri sono troppi
per appartenere a qualcuno:
mi entrano in casa da sé come falene,
palpitano un poco all’inizio,
si posano negli angoli e lì restano.

Di tanti anni e di alcuni amori
(poche avventure senza conseguenze
e una vera sventura)
dev’essere rimasto un documento
manoscritto e firmato, che certifichi
che qualcuno ha vissuto in questa casa.

Una lettera, forse, dell’epoca
in cui se ne scriveva
e la posta elettronica non c’era.
Quella che lessi fino a consumarla
e mi rimase oscura.

Disordine

C’era qualcosa di urgente da fare
stamattina, ma non so più cosa
e perdo tempo in un surfing inconcludente,
consulto qualche quotidiano online,
scribacchio versi, tento invano le corde
dello strumento scordato.
Poi per ore mi affanno
in faccenduole domenicali.
Rimesto mucchi di maglie infeltrite,
annaspo tra libri e cianfrusaglie
come con l’intenzione di rassettare,
o di anticipare lo scompiglio
del prossimo trasloco.

Spalanco le ante dell’armadio
come si apre un libro
a una pagina a caso,
per trarre un vaticinio da una frase
o coglier di sorpresa
la verità nascosta,
per trovare qualcosa di perduto,
un passo, della vita, che mi piacque
e non so più dov’era.

Ma la verità è che non cerco
e che qui non c’è niente da trovare.
Niente di necessario o che mi manchi
negli angoli morti e nella polvere,
né un verso tra i molti affastellati
che abbia una ragione
per essere lì e non altrove.
Non un oggetto utile, una penna
che scriva, un foglio bianco su cui scrivere,
un CD nella sua custodia,
una cosa che a un’altra si accordi.

Non un indizio di nobili intenti,
il residuo di un’opera compiuta,
la traccia o il ricordo di un progetto,
la scoria di un momento
di felicità vera.

sonnolenza

Passato il grande freddo, non ci resta
che stare nella solita temperie,
sbadigliando e un poco trepidando,
nell’attesa del prossimo Burian
o d’altri venti più perniciosi:
degli Unni, degli Alemanni,
di un referto infausto, di un lutto.
O dell’amore tremendo, che ci riscuota
da questa sonnolenza
e bruci ciò che rimane – del meteorite
che ci schianti.

stagioni


Non resistere oltre, a malincuore
persuadersi che piove, che fa freddo
e indossare degli abiti più adatti
alla stagione. Arrendersi all’autunno,
dare ascolto al prudente incappottato
che consiglia prudenza mentre irride
e commisera e invidia
questa esigua maglietta da ragazzo.
Non è tempo da andare nella pioggia
a capo scoperto, o nelle pozze
con le scarpe di pezza. Sì, ti accade
che spunti un po’ di sole l’indomani,
ma ormai è ottobre, anzi già novembre.
E la stanchezza il meteo i malanni
e persino la mamma, come sempre,
ammoniscono che non è più tempo
di amori, di mattane.

 

e io che pensavo


“E io che pensavo che l’amore fosse…”,
mi scrivi, e non hai più quattordici anni,
e neanche più quaranta. Se la frase
finisse qui, io ti risponderei
che ho sempre sospettato che non fosse,
pur avendone, ahimè, saggiato il morso.
Ma a quel “fosse” tu accodi una sequela
di predicati blasfemi, esecrabili
per un vecchio Werther come me.
Pensi che sia gioioso,
e non solo: svagato, spensierato,
distensivo, tonificante
e gratuito. Un po’ fitness, insomma,
e un po’ babbo natale.


Sono così incerte le stagioni
ora che i giorni sono così lunghi,
le notti sempre più brevi,
i sogni faticosi, e non sappiamo
da quale viaggio, da quale cimento
non troviamo riposo.

Crediamo sia il cielo a incupirsi,
il tempo a variare, primavera
a mancare all’appuntamento,
ma è il cuore che non sa più a aprirsi
a una vera schiarita, è il suo autunno,
lo scandaloso avvizzire degli anni
a fare di ogni stagione una mezza stagione,
del desiderio un mezzo desiderio
e dell’amore, per quanto sia
sospiroso, una sua parodia.