atarassia


Perché non scrivo? Me lo chiedo anch’io.
Non è che non avrei niente da dire:
accadono cose orribili nel mondo.
C’è di che lamentarsi, in versi e in prosa.

Non bastasse la crisi, e il saliscendi
delle borse e il tempo che è uno schifo
(una bella metafora, il maltempo),
è di nuovo Natale, mondo cane.

Ma nulla mi appassiona,
neppure il tuo livore,
o fanciulla gentile. Se non scrivo
è perché non mi spiace, in fondo e infine,
essere totalmente anaffettivo.

 

domenica


Mi alzo dal letto che ho già preso
la grave decisione
(o forse è lei a prendermi,
mentre ancora sbadiglio): mi rado.
Lascio solo il bargiglio.

I primi peli grigi sulle gote.
Tardivi, a dire il vero. E un poco storti.
Ritti, stopposi, quasi un’aliena,
più ispida vegetazione.

(Avevo scritto qui, ieri sera,
due mezze righe. Versi, pressappoco.
In uno compariva tra due virgole
la parola amore. Seleziono,
premo Delete. Le dodici e trenta,
l’ora di colazione.)

 

scrivere


Preferisco leggere, la sera.
La scrittura oramai
non è che un videogame, e non a caso
non so giocare senza una tastiera.
A ogni livello aumentano le trappole,
gli handicap, gli accidenti.

Oltre alle solite (il caldo, la pigrizia,
l’assenza d’avvenimenti)
m’impacciano altre noie, altri tormenti.
E poi le solite scuse, come il dirsi
che non serve a niente, o la coscienza
d’avere speso la massima parte
del tempo della vita, la migliore,
e che non c’è più tempo da scialare.

Ma una voce benefica e maligna
mi incita, mi sfida:
provaci adesso, prova
così, senza l’amore, senza una pena,
senza scopo alcuno – Prova
a star seduto sei ore
con questo mal di schiena – Se sei bravo,
prova, ipocrita, senza parole.

I miei vecchi amici sono vecchi.
Hanno grigi e radi i capelli.
Io folti e neri, invece. Mi sfoltisce
una calvizie segreta, d’altra specie:
perdo le parole. E più invecchio
più, senza rimpianto, me ne spoglio.

Si agitavano un tempo come foglie
in un ventoso aprile. E le poesie,
le mie e le altrui, mi sembravano belle,
se soltanto volevano sembrarlo.
Ah, come tutto era canoro allora,
quando non udivo in primavera
il canto dell’allodola. O del merlo?


sul libro ancora da scrivere


Riuscissi a non cercare compagnia
nei pomeriggi grigi, nei week end,
e a vivere di poco, di un part time,
di ancora meno di quanto mi basti.
Niente più blog, amici di penna,
fast poetry, lepide e-mail.
Né questo vano mestare in quaderni
lagni amorosi e vieti canzonieri
in vita e in morte d’indegne madonne.
Ma cosa ho scritto in tutti questi anni?
Dov’è il fiore splendente che intristì
e si chiuse nel frutto imbozzacchito?
Non era questo il poema che il cuore
allevava – quand’ero giovane:
questi versi imbastiti nei ritagli
di tempo, frettolosi e malcontesti.

Potessi ritrovare l’innocenza
d’appena ieri (ero giovane ancora
a cinquant’anni, quando accadde il fatto).
E se non ho più filo per la tela,
avessi ora il coraggio e la pazienza
di riannodare, qui, nella voragine
della pagina, i fili spezzati.
Non importa se al libro di una vita
difetterebbero l’arte e la scienza
(che una prudente gioventù operosa
m’avrebbero ottenuto, e non l’amore):
potrei almeno mostrare al mondo e ai figli,
come i vecchi orgogliosi e sconfitti,
i sacrifici, il frutto del lavoro.
Ma ormai io non avrò figli spietati
da cui sperare assoluzione e affetto
o compassione invece che disprezzo.

capodanno in famiglia


Un vero luminare, lo specialista.
Per duecento euro formulò una diagnosi
che potrei definire vaga, certa
e quasi certamente non infausta:
acufene a bassa frequenza.

E’ un rombo qui, nell’orecchio,
dentro la testa. E non c’è cura, salvo
questa: “fare finta di non sentire,
pensare ad altro, avere pazienza”.

E’ come fossi dentro una vecchia auto
(diesel, motore ancora buono):
la città si allontana alle mie spalle,
è notte, ho fatto il pieno, piove un poco
e la strada è deserta.

Pazienza? Neanche a dirsi. Io dormo e mangio
e leggo, poi di nuovo mi addormento.
E di che cruccio o patimento o attesa
ora potrei soffrire
– nello stato in cui sono,
ottuso di cibo e vino,
nel luogo delle mie buie vacanze,
nella casa degli avi, nel paese
del sonno e dei dormienti?

“Sei nel tuo” dice mia madre.
E intende: in casa mia,
a bere della mia botte
e mangiar pane della mia farina.

Un tempo resistevo, ho resistito
e questo mortifero sopore.
Ma ora sono stanco. Si dissolve
ogni inganno e fantasmagoria,
spenta la televisione. Chiudo gli occhi
e lascio che empia l’anima svuotata
il grato, cupo suono dell’oblio.

 

senescenza


Quando l’apatia, traguardo estremo
della saggezza degli Stoici o vile
pesantezza epatica, pigrizia,
svogliatezza senile, funzionamento
a bassi regimi del vecchio motore,
del cuore – disincanto senza amarezza,
quasi orgogliosa indifferenza; quando
la mente, il processore
non ha ormai che pochi
byte da elaborare, grazie al balsamo
dell’oblio, e l’amore, il caro volto
dilegua nella fosca lontananza
che chiamiamo ricordi, vago nome
che tutti i nomi compendia e confonde;
quando grava le palpebre un’autunnale
indolenza, e la sera riconforta
il letto vuoto – allora è il tempo – è tempo

di telefonare a una ragazza
di cui ricordo bene che ha un bel culo.
Il numero di telefono è nella sim,
grazie al cielo.

peraltro


Ho sempre meno sentenze da buttare
nelle conversazioni, ridotte all’osso
le mie antiche opinioni, che peraltro
si arrendono volentieri
ad ogni buon paradosso.

Peraltro uso largamente
l’avverbio peraltro e locuzioni
simili, incline come sono
a considerare ogni questione
da vari, strabici o meno, punti di vista.

Peraltro mi appaiono spesso
così ben salde e vane
le convinzioni degli altri
che sarebbe insensato e deprimente
spendervi laboriose discussioni.

Peraltro la gente mi annoia.
E’ più cose ha da dire più mi annoia.
Mi annoia per ciò che dice, per come lo dice,
e per altre ragioni (il calo
di passione, in generale,
e in particolare degli ormoni).

Persino litigare con una donna
non è più interessante come un tempo.
Però con una eccezione, che mi sorprende.

Un deferente inchino alla signora.