il fiocco    

La rosa, sebbene protetta
da un astuccio di cellophane,
non durò molto. Ma tu, che mi amavi,
in cima al vaso esile come candela
ponesti il fiocco della confezione:
una coccarda rossa.
Restò lì per mesi, per anni,
quella piccola fiamma
che non ardeva.

Un fiocco, un fiore perenne,
l’impronta di una conchiglia nella pietra.
La foto di un morto che ingialliva,
l’ombra della rosa nel ricordo.

Un dono consumato, una risposta,
un messaggio che ormai non ha fretta.
L’attesa senza fine, la promessa,
la fedeltà, l’intatto
sigillo di una lettera perduta.
    

 

L’immagine non è adatta, ma non ho trovato di meglio. Ho cercato in Google e nei cassetti una coccarda grande come una rosa, di quelle che i fiorai incollano sul cellophane con cui incartano i fiori. Una coccarda rossa come una rosa rossa. Quasi quasi compro delle rose, domani, ma solo per poter fotografare la coccarda. Oppure potrei comprare un costoso profumo (anche in profumieria guarniscono i pacchi regalo di coccarde simili).
In questo momento non saprei a chi regalarle, delle rose o un profumo. O forse una ci sarebbe… A me, comunque, interessa solo una bella coccarda rossa da piazzare lì.

2 giugno, ore 01
Il conconrso "Una rosa per una coccarda" viene vinto, inaspettatamente, da una sconosciuta, tale
solomaria; la quale, però, a quanto mi dice nei commenti, non potrà ritirare il premio. La sua è proprio la coccarda che cercavo. A lei va la mia riconoscenza e, visto che è una neo-bloggeressa, i nostri affettuosi auguri.

La rosa di Gerico

3 giugno

Per chiudere questo post a puntate, e con esso il mio frivolo e glorioso blog, vorrei parlarvi di una pianta che, letteralmente, non muore mai, proprio come una coccarda o un fiore di stoffa. E’

la Rosa di Gerico. Il nome è quanto mai improprio per questa pianta prodigiosa: non foss’altro per la sua straordinaria vitalità e longevità. La rosa di Gerico, infatti, è immortale, mentre le rose (lo sappiamo bene!), non vivono che una stagione (o solo alcuni giorni, se vengono recise e incellophanate e incoccardate).

La Rosa di Gerico, detta anche resurrection plant, è una pianta del deserto, e può resistere per anni in stato di letargo, per così dire. Nei lunghi periodi di siccità, si chiude, si appallottola e sembra un cespuglietto completamente secco. Il vento la fa rotolare sulla sabbia del deserto, della quale lei riesce a imitare perfettamente l’aridità e il colore. Ma quando piove, si apre come una conchiglia e mostra un cuore di smeraldo. E più le sue radici filiformi assorbono acqua, più lei diventa verde e rigogliosa. 
Ne ho una in casa, una Rosa di Gerico che tengo in un piattino di vetro di Murano. Una volta al mese le do un po’ d’acqua e il miracolo della resurrezione si ripete. Bisogna darle da bere per tre-quattro giorni di fila, non di più, altrimenti marcisce. Poi bisogna lasciare che si riaddormenti.  La vedrete sbiadire e richiudersi pian piano, serenamente. Può dormire per anni, per decenni (dicono).

Proverò a fare come lei: mi chiuderò, appassirò, per rivivere in una stagione migliore.

Appena il contatore delle visite arriva a 25.000, tiro giù la saracinesca.

Dai cassetti di GIOVANNI MONASTERI

Troppo silenzio e aria di chiuso in questo blog da quando il Monasteri se ne è partito per la Sicilia, senza mandarci, oltretutto, nemmeno una di quelle cartoline che aveva, sia pure vagamente, promesso. Sono perciò venuta a frugare nei suoi cassetti, dove, in mezzo a non vi dico che confusione di fogli e foglietti e lettere non spedite, brutte e belle copie, bollette scadute, note della spesa, fotografie di se stesso ripreso in tutte le pose, luccioline e altri insettini non meglio individuati resi trasparenti dalla morte, in mezzo a elastici, monetine fuori uso e forcine, ho pescato due poesie che mi sono parse molto belle (molto adatte, anche, a questo senso di lontananza che il nostro amico andandosene ci ha lasciato).
Una è del 1998, come l’Inventario dei beni da spartirsi, cui si ricollega per tema.
L’altra, invece, è molto precedente, scritta dieci anni prima, nel 1988, quando da poco Giovanni era venuto a vivere a Marghera. Anche questa tratta di una separazione: dalla terra, da una fase della vita, da un vecchio se stesso.
Buona lettura.

PENSIONE SAITTA

Ho chiuso la porta a chiave, la finestra
e il libro – perdevo il segno, il segnalibro
e leggevo più volte con impegno
lo stesso capoverso.
Non riuscivo a capire o a condividere
quell’ottuso ottimismo
e non riuscivo a finirlo, malgrado
mi sembrassero sagge e scritte bene
quelle diete per l’anima (che geme).

Ho chiuso le persiane, una s’incastra.
Non riesco a far buio abbastanza
da oscurare lo specchio su cui altri
pellegrini e sfollati s’accanivano
con decalcomanie e sputi
che non riuscivano pulirlo.

Ho spento il modem, spento anche il PC
che suonava un qualsiasi CD
finalmente odiandolo, quel coso
che scrive e suona ma non balla ancora
e mi ha rubato il tempo infecondo
che l’antico rovello mi lasciava.

Ho chiuso tutto, chiuso
anche con lei che amo come la
vita che ancora appartiene,
per potermi azzerare –
resettare
formattare
, per non sentirmi più
solo con la speranza, che non muore
ma agonizzava – chiuso. Poi ho spento
la luce e semplicemente
ho pianto.

1998

RICAPITOLAZIONE

Sembra tutto finito, ma non è
la prima volta che muoio.
Forse tutto fu fatto e consumato
in quell’attimo, in quella fiammata.
Come neve la cenere di adagia
dov’era una foresta misteriosa.

Non dovrei parlare come i vecchi,
non sono tanto vecchio,
anche se di nient’altro più mi sollazzo
che della mia saggezza
petulante e affabile.

Nei giorni feriali, sapessi,
parlo di molte cose, e di me stesso
con speciale insistenza.
Tutti mi ascoltano attenti, ma io
non sento e non mi ascolto.
Il sabato poi taccio,
me ne sto solo, in silenzio.

Un tempo avevo l’età
di una bella ragazza
che ho conosciuto ieri.
Bella! un uccellino, un pesciolino
flessuoso e variopinto
in un acquario con le alghe finte.

Eh sì, i tempi cambiano,
e anche la nostra loquace generazione
non parla più a nessuno
e nessuno più ascolta. I tempi cambiano!
E questa è la sola verità
che non sia andata in pensione.

Quella che amai, comunque,
era diversa – e anch’io ero migliore.
Voleva sempre parlare e giocare,
povero piccolo cane.

Il mio amore dorme
come un pesce in un iceberg.
Qualcuno lo sveglierà?
Un tempo le ragazze in tutto il mondo
avevano la mia età.

Non sono andato in India né in America,
a quell’epoca. Ora è troppo tardi.
Ripenso ai poeti del liceo
che amavano per tutta la vita
una ragazza morta.

1988

Giovanni Monasteri

Divorzi e ancora divorzi. Alcuni seri, altri assai meno. 
Sto per lasciarvi (se qualcuno si strappa i capelli, me ne mandi una ciocca). Mi sbrigo alcune faccende e poi parto per la Sicilia, da dove spero di poter inviare una cartolina ai miei blog-fans più affezionati (magari sotto forma di commento). Per un mesetto, almeno, non ci vedremo.
Una mia amica ha le chiavi di questo blog. Ne farà quel che vorrà farne e potrà pubblicarvi, indifferentemente, cose mie e sue (le ho dato anche la chiave del mio cassetto). Vogliatele bene come gliene voglio io e più di quanto ne volete a me (se mai me ne volete).
Arri**

Inventario dei beni da spartirsi
– Copia per A., conforme all’originale


  Ciò che ancora dovrei portar via,
mia cara – ma davvero
cara al mio cuore avvilito –
ciò che dovrei predarti per strappare
davvero l’unghia incarnita

ciò che dovrei riprendermi non ha
un prezzo, neppure quello
dell’usato e consunto come amarti.

Non sapresti che farci, ma non puoi
ridarmelo in nessun modo,
né in concessione né in dono
né in usufrutto né sbattuto in faccia
né in deposito o in pegno o con clausole
fideiussorie, o per togliermi
dai tuoi piedi, che bacio.

Ciò che dovrei riprendermi è un fardello
di cui né tu né io
sapremo liberarci. E’ la fiducia,
la baldanzosa incoscienza
con cui entrai un giorno nella tua casa,
nel sacrario più volte profanato
stracolmo d’offerte e reliquie.

E’ come dispersi le mie carabattole
nel tuo bazar sterminato, sfrattando
ombre vischiose d’altri
morosi come me,  perché il tributo
era esoso, malgrado quell’amore
spensierato  – l’amore birichino
stuzzicato a dovere, guidato
da una regia così fluida e perfetta
che ancora mi sorprendono e divertono
quelle canaglie, quei due clandestini.
E mi domando quale tirocinio,
quale felice scuola, o dolorosa,
ti aveva esercitata in una parte
così ben recitata.

Ciò che di mio dovrei prenderti
in questa minuziosa dettagliata
spartizione dei beni,
bruciato fino alle radici
il bene grande come il mondo, ma
poca cosa per te a paragone
di una porzione di mondo
gelosamente tua

Ciò che dovrei riprendermi
è prezioso e ingombrante, ma non so
da quale baule inchiavardato,
da che nascondiglio o parete
potrei strapparlo via
per lasciar vuota e nuda
di nuovo la tua scena, mentre la mia
non sopporta veli né luce
e non potrebbe essere più desolata.

Tu sai di me quanta parte
ti resta addosso, accanto.
E come faccio a riprendermi
il sonnacchioso me stesso
che per dieci anni parcheggiò l’auto
sotto la tua finestra,
fece le scale vuote
per ritrovarti ogni giorno
e abbracciarti.

Lunga è la lista di cose
che appartengono a me della tua casa:
 
La polvere e i miei poemi
sul comodino di vetro.

Un confetto divelto (e mai mangiato)
dall’ultima tua scultura di pastafrolla.

Una spiga di fieno o un cardo secco
caduto dal composé di fiori secchi
(prima che l’aspirapolvere lo inghiotta
insieme ad altre prove del tuo amore).

Un insetto, una cimice balorda
che fu verde e puzzava, finché
non s’insaccò nel lume del lampadario
e appassì ancor prima di morire.

E quel nido di vespe, quel guscio
di roccia stipato di larve!
Era così saldato ad un mio libro
che bisognò strapparlo. E addio per sempre
allo strano sciame che annunciava
per te la nuova stagione,
per me il rinnovo del contratto.

Tutto vorrei di te,
poco del tuo. La farfalla
quasi disfatta dentro un vecchio libro
salvata dallo scanner a colori
insieme a scarabocchi di bambini,
perché di ciò che passa resti almeno
un’immagine come di giardino
nell’autunno che viene  – e che tu vuoi
sia solo tuo anche quello, perché niente
infine mi appartiene.

Poi dammi ancora un altro dei tuoi fogli
di “carta da collezione”.
Dopo tanti cadaveri aborriti,
puoi privarti  di un po’ di munizioni?
Che lettere preziose vuoi ancora
affidare al piccione? La carta
i calamai i computer le stampanti
i cofanetti i nastri, non sono troppi,
persino per i tuoi amori?
Dammene uno solo. Voglio scriverci
numeri di telefono
da perdere.

Ma specialmente voglio portar via
una cosa che non potrai contendermi
e non potrò mai svendere
né regalare a un’altra: l’immagine
della tua fronte china
quando il volto era più stanco.
Rammendavi una strega di pezza,
riparavi un vestito logoro
che nessuno indosserà più.

Ho amato quel tuo accanimento
nel voler salvare, riscattare
ciò che il mondo dilapida.
Umili cose che, strappati appena
la carta a fiorami e il cellophane,
quelli come me che hanno le mani
bucate o senza artigli
condannano alla fine.

Imparerò forse anch’io
a non buttare via nulla, dopo questa
perdita al gioco d’azzardo.
Mi riempirò la vita (solo mia?
in comunione legale?)
di mille scatola vuote e
– cos’altro? Cartoni da imballo,
sveglie e orologi fermi. Gusci e scheletri
e barattoli e l’ultima coccarda
strappata via coi denti.

Ora tocca a me fortificare
la cittadella, sbarrare le porte
e lasciare al nemico invasore
solo una feritoia, uno spiraglio
per colpire, per essere colpito.
Ma non saccheggerò, non darò fuoco
a ciò che resta dei doni ospitali,
benché si debba stimarli come paglia
dopo la mietitura, barattarli,
farne oltraggioso mercato.

Per me saranno lievi come la foto
che mostrerai alle tue amiche vedove
con un sorriso triste come per
un lieto fine: un filare
di oleandri lungo la muraglia.
Sarò io a piantarli, per te sola,
nel tuo giardino.
 
Marzo 1998

Un vecchio non può vivere in campagna

Si lamenta il vecchio. Neanche qui,
ah, neanche qui
si può stare più in pace.
E enumera le disgrazie
come i misteri dolorosi
di uno sdegnoso rosario.

Venni in campagna per non sentire
le campane a morto di Santo Stefano
che mai tacciono, neanche d’estate,
in questo paese di ladri e pensionati.

Questa piccola casa sulla collina
d’inverno rimane sola. Quando è freddo,
un vecchio non può vivere in campagna.
Vennero allora i ladri, che d’inverno
sono i padroni della vallata.
Portarono via la pentola le posate
la lampadina le sedie.

Io che non posso più
combattere con le gramigne
spendo quasi intera la pensione
per tener lontani fuoco e serpi
dalla casa e dai quattro ulivi.
Questa terra mi dette da vivere,
ora muore con me.

Questa terra, che fu di vigne e mandorli,
quando i miei capelli s’imbiancarono
fiorì come i balconi della via Mastra.
Com’era lieve la giardiniera
tossicolosa e pallida!
Ma su di lei, che crebbe sei figli
e questi sterposi gerani,
da un anno crescono anemoni e tulipani.

Sapete, ora rubano anche i fiori,
se non trovano vino d’annata
e cassapanche tarlate.
A ottobre fu depredato
Il gelsomino là presso il cancello,
a marzo toccò alla mimosa,
a maggio alle ultime rose.

I miei figli,
chissà se in agosto verranno
con le mercedes e gli occhiali scuri.
A riluttanti mocciosi biondi
comanderanno in tedesco di baciarmi
e dire i loro nomi impronunciabili.

E’ questa per me l’ultima estate
qui sulla collina.
Lo sanno certi belgi o forse francesi
che filmano rovi e ruderi. La mattina
mi stonano di musiche rabbiose
che fanno appassire gli oleandri
e fanno scappare gli uccelli.

Dietro le ronzanti telecamere,
acquattati, senza una parola,
spiano a lungo questi vecchi muri,
scrutano la mia decrepitezza.
E se ne vanno senza un saluto,
ladri anche loro.

Avevo un vecchio gatto, giù in paese.
Amava la coperta di lana grossa
sui buchi del divano, ma ignorava
le partite e i telegiornali.
L’ho portato con me sulla collina,
insieme alla televisione.
Lasciò il divano per il bosco,
divenne un cacciatore
e non sfuggì allo schioppo del bracconiere.

Davvero non ho più nessuno.
Mi lasciano anche i mandorli,
dimentichi della scure che li rimondava,
della verga che li bacchiava.
Senz’ombra come una tomba
resterà questa casa, ed io qui, al sole,
ad un passo dall’ombra.


Questo poemetto mi è stato praticamente dettato da zu’ Totò. E un uomo molto vecchio, e farebbe bene a starsene nella sua casa di paese. Ma lui, incautamente, ha deciso di vivere in campagna, e non solo nei mesi estivi. Il luogo è la mia Piazza Armerina. Da alcuni anni non ho notizie di lui. Potrebbe essere morto.

Poema del mare

(Ai popoli stanziali – per gli immigrati clandestini, per le navi che approdano, per quelle che fanno naufragio)

Voi che imponete nomi e confini ai mari
e presidiate le acque territoriali,
voi, da secoli erranti e mille volte
alluvionati, popoli sazi
dei monti e della pianura, creature
così fiere d’essere stanziali,
voi,
che ne sapete del mare?

Voi che dal viaggio altro non sperate
che i comfort di prima classe
e tribolati solo dalle tasse in inverno
e in estate dagli esodi agostani,
voi, isole felici e repubbliche
marinare, che ne sapete
del mare che i popoli affatica
e ce ne porta il lamento?

Ascoltate il racconto del naufrago
e se avete un cuore
piangerete con lui.
Lo raccontano popoli affamati,
Enea sfuggito al massacro.

Ma tanto sale non poté venire
soltanto dalle lacrime di chi partì.
Chi rimase non venne risparmiato:
ebbe l’orto distrutto dalla grandine
e la casa dal fuoco.

Non tutte, in verità,
perirono le navi.
Gli Illiri più fortunati
divennero romani, si fecero onore
in centurie e bordelli e cantieri.
Fondarono città sull’Adriatico
e i loro nipoti si crederono
piantati su quei lidi come scogli
dal giorno della creazione.

Che sappiamo di noi e del nostro sangue.
Labile come spuma è la memoria
dell’uomo, breve lo sguardo
di chi non ha mai sperato
terra all’orizzonte.
Il mare, solo il mare è testimone,
il mare che unisce e divide
i popoli, e tutti li nutre
e li cancella.

Uomini di terra e
dei tempi di pace, ascoltate
il racconto del mare. Navigli
e zattere incalzate da dèi ostili,
uomini annegati mentre fuggivano.
Antico è questo consegnarsi ai venti
che alla sponda opposta ci traghettano
e proseguono. Appena ieri
salparono i bastimenti.

I guerrieri non ebbero più fortuna
dei mercanti e dei pescatori.
L’oro e le corazze sprofondarono
meglio delle reti piene d’uomini
e del grano negli orci.

Ascoltate il mare: vi racconta
di grandi navigatori
spezzati coi loro pennoni,
dei grassi galeoni
bruciati dai pirati.
Atlantide si inabissa, i continenti
viaggiano come zattere. Voi,
popolo di predicatori,
che ne sapete?

In una miriade di pesci
preziosi come cammei
nel mare si sparpagliarono
ammiragli tutti d’un pezzo.
Tra le alghe marcirono i galloni
e divise e spallacci.

Insidia lo stesso mare
i topi di tutti i porti.
Nessuna terra è immobile, nessuna sponda
sicura. Fluttuano i mercati
e le borse, tempeste monetarie
e tsunami di manufatti
orientali già spazzano via
gli opifici – le case
tremano per non so che onda
o rombo nemico che avanza.

Il mare è imparziale, non ha patria
da difendere, da vendicare.
Dove sono argini e fortezze,
là batterà il mare, potente
ariete. Dove si ergono alte torri,
là il disastro, lo schianto.

Il ciclone che sradicherà
l’albero più antico del giardino
non ha ancora un nome,
ma già lo cova il mare. Perciò
ascoltate il monito che a tutti
va ripetendo il mare: stranieri,
con gli stranieri
siate ospitali.

Da “Acque territoriali”.
Scritto alcuni anni fa, il “poema” era molto più lungo. In questa versione il titolo è forse inappropriato.

I pastori

Sono lassù, in contrade disabitate,
presso la diga su un torrente esiguo
che dissetava ben sette paesi.
Sulle rive fioriscono ginestre
riemerse dalle acque dell’invaso
dopo sette anni di siccità.
Un turista sudato fotografa
una mucca sulla pietraia
che fu strada asfaltata. Più difficile
incontrare un vaccaro, un contadino
e uomini di sorta. Ma ci sono,
ci sono ancora campieri col fucile,
bracconieri in tutte le stagioni
e i pastori, lassù.
Là vola alta e pigra la poiana
e non scorge nidi né conigli
nei boschi bruciati, né galline
nella masseria sul fondovalle.
I pastori in scarpe da trekking
non hanno lo zufolo e il bastone
ma le daygum le marlboro il walkman
e il cellulare per il commercio
di agnelli e di ricotta, o per scappare
all’avviso che arriva la madama
la pula i piemontesi
o solamente
il fuoristrada della forestale
.

(Piazza Armerina, agosto 2004)

La nostra casa di campagna

Mentre tu leggi (Asimov? Svevo?
Kundera? Nabokov?) io seguo il viaggio
di un insetto perplesso (millepiedi?
blatta? scolopendra?).
                             Ah, casa mia
disabitata e chiusa a ogni luce
da settembre a maggio, sola
nell’inverno e assediata dalla pioggia!
Fossi per sempre, anche nell’autunno,
nostra tana, rifugio
e oblio! Dell’altra casa
vorrei quanto può stare in un baule.
Pochi vestiti, libri, il mio PC.
Lo metterei sul soppalco di legno
dove, al lume di dieci candele,
io tesserei poemi come il ragno.
Filo su filo, verso dopo verso.
Con quella sua pazienza, il suo pacato
vigore, il suo talento.

Peccato che qui d’inverno
manchi il riscaldamento.

(Piazza Armerina, agosto 1995)

Fantôme d’amour (a Marie)

 

 

 

Non somiglio al tuo amore – ma taci.
E non dirmi la solfa, la conosco:
non eri tu, mentivi, non era vero
e non ti riconosco.

Questo è l’amore: sgretola
la maschera che incanta.
Seduce perché da vicino
sia palese l’inganno.

Lentamente avremmo dovuto
spogliarci, levare lo sguardo.
A poco a poco assuefarci
a quella nuova luce.

Per te, che hai così dolce
lo sguardo e mani leggere,
più leggera e dolce avrei voluto
ogni carezza ruvida, e ripeterla
in silenzio come si ripete
il respiro quieto dell’amata
che dorme e nel sonno somiglia
a ogni donna che ho amato.

Invece, all’improvviso,
l’ingrata visione di noi stessi.

E ringhi unghiate guaiti
nati nella gola d’altri affanni
ritornano, in noi incisi
come una colpa eterna.

Dall’amore saremo giudicati.
E sarà il paradiso o l’inferno.

(Catania, maggio 2004)

La lettera d’amore

Ci frequentavamo da poco tempo. La mia lettera d’amore era sul tavolo apparecchiato per due. La scena, diversamente dalla cena, era stata preparata con cura: due piatti, due bicchieri, i tovaglioli ben ripiegati (tovaglioli di stoffa! Ma che lusso!), le posate scintillanti, una caraffa d’acqua fresca e quella lettera. Era lì, sotto il bicchiere capovolto, ripiegata come i tovaglioli. Era vietato toccare i bicchieri e la caraffa prima che gli spaghetti fossero pronti. «Lasci impronte digitali dappertutto », mi aveva detto, mentre aggiustava di qualche millimetro la distanza tra la forchetta e il piatto. Ogni cosa era disposta sul tavolo come i pezzi su una scacchiera all’inizio della partita.
«Posso toccare dove non restano impronte, allora?», le dissi. Lei minacciò scherzosamente di colpirmi col mestolo sulle mani smaniose.
«Posso leggere questa cosa, almeno?», dissi, sfilando con cautela il foglietto da sotto il bicchiere.
«Leggila pure, è tua», disse lei, continuando a trafficare con mestolo, tagliere e pentolame.
La scrittura era un po’ tremolante. L’avevo scarabocchiata in treno, qualche giorno prima, su un pedestre foglio a quadretti di un notes da due solidi, di quelli con la rilegatura a molla. Non avevo perso tempo a ricopiarla su un foglio più degno: volevo si capisse che l’avevo scritta di getto, in preda a un impellente bisogno di confidarle la mia passione. Poi l’avevo spedita per posta.
Ed ecco che adesso rileggevo la mia lettera d’amore, mentre la destinataria di quella lettera era lì, così vicina da poterla toccare. E la toccavo dappertutto, infatti. E lei cercava di tenermi a bada, con una mano, e con l’altra rimescolava un sugo bizzarro con cui avrebbe condito, di lì a poco, degli spaghetti molto, molto al dente. Carota, limone, mascarpone, sedano, patate, piselli, origano, zenzero, olive non snocciolate, noce moscata … Tutto nella stessa pentola. Che schifo di cuoca era! Ma quanto l’amavo!
«Ti è piaciuta, vero, la mia lettera d’amore?… Ma che fai?… Il mais nel sugo di pomodoro?…».
Poi mi sedetti e «senti questo passaggio», dissi. Mi ero messo a leggere la lettera ad alta voce, senza più badare né a lei né ai suoi intrugli. Ma all’improvviso lei me la strappò di mano con gesto rabbioso.
«Allora era per te, e non per me», ringhiò.
Scostò la pentola, alzò la fiamma del fornello. Teneva quel foglio di carta tra il pollice e l’indice, sul volto una smorfia di ribrezzo. Come fosse un insetto schifoso, la mia lettera… La mia lettera d’amore!…
Giuro: la bruciò.

FANTASIME

Ora che non ci sono più, e tutto
ha ripreso il suo corso rientrando
nel solito tracciato, è soltanto
uno sbaglio, un vizio di malinconia,
se tornano – quando sanno che più
non è qui la loro casa o non è questa –
che di altri sono calze e biancheria
stese alle vecchie ringhiere, di altri
in queste stanze le voci consuete –
e loro non diversi da emigrati
che tornando ospiti al paese
per qualche giorno, si sanno in cuore
dal loro stesso cuore ormai spaesati.

Anna Setari

ASOLO

 

Era così simile a te, quella strana città! Sembrava l’avessero costruita apposta per te, per il tuo sguardo capriccioso, per le tue scarpette di cervo (morbide, benché lunghe e puntute come baionette) e per le tue gambe di stambecco.
Se io provassi a raccontare di un luogo in cui siamo stati insieme, di uno qualsiasi, o di quello che più mi è piaciuto, non riuscirei a dire che di te. Come se dappertutto non avessi visto che te, quella tua andatura prodigiosamente lieve, i tuoi occhi d’ambra che non potevano fermarsi per un istante su una cosa senza cercarne subito un’altra. Se ripenso a quelle gite domenicali, solo di te ho memoria: di nessun altro paesaggio. Asolo me la ricordo,  tuttavia. Ero io, proprio io, l’uomo che passeggiava, quasi correva, per quei vicoli in compagnia di quella ragazza dai capelli rossorame, in quello splendido pomeriggio di marzo.
Non c’era strada che non fosse una salita ripida, o un’improvvisa discesa. Così era Asolo: come la ragazza. E nessuna di quelle strade portava a una piazza già nota, a una vista su una vallata già contemplata. Nessuna viuzza, piazzetta o cantone di cui si potesse dire: di qua siamo già passati. Eppure la città era piccola, e la passeggiata durava da un bel po’ di tempo.
Con che agilità, con che grazia lei correva per quei vicoli tortuosi. Era il suo sguardo avido, il suo sguardo mobilissimo a guidare e precedere i suoi scarti repentini, e a calamitarli entrambi – l’uomo e la ragazza – ora verso un poggio turrito, ora verso un’ampia terrazza: uno sguardo lanciato innanzi come il gomitolo che la zampa del gatto tocca e non afferra. Il gomitolo si srotolava e lei ne seguiva con sicurezza il filo, nel labirinto. L’uomo, che a fatica riusciva e restarle accanto nella passeggiata – senza mai sfiorarla, senza osare impedirle il passo o distrarla dal suo percorso a zigzag – da quello sguardo indovinava il vicolo che lei avrebbe imboccato, la scalinata verso cui si dirigeva, la chiesa in cui stava per entrare. Un istante prima che la ragazza deviasse giù per una stradina scoscesa, o si dirigesse verso una terrazza, o si avviasse quasi di corsa verso una scalinata, lui intuiva la direzione e accelerava già prima che lei accelerasse, o per un istante la precedeva nel vicolo che subito dopo lei imboccava. Ma era quasi sempre lei a precederlo, a correre più in fretta,  a trarlo dietro di sé lungo il percorso labirintico. Ad ogni curva, ad ogni angolo, in cima ad ogni salita s’apriva una nuova prospettiva.  Dal punto in cui ogni strada sembrava finire, molte strade si dipartivano: in discesa, in salita, in tutte le direzioni. L’uomo era accaldato, sudava. La ragazza era fresca come il pomeriggio di marzo sui colli asolani. Non gli rivolse mai la parola, né lo guardò mai, quel pomeriggio. O forse disse una sola parola: guarda!
Duplice era per lui la visione di quei vicoli, dei portici, delle chiese, del castello: la visione della città reale e di quella rispecchiata nello sguardo di lei.  O forse non vedeva nient’altro fuorché ciò che la ragazza vedeva. O non vedeva nient’altro fuorché la ragazza; e anche adesso, mentre crede di cercare i tortuosi lineamenti di una città nei suoi ricordi, è lei che vede se chiude gli occhi, lei insegue ancora, solo di lei gli piace raccontare.
Un poeta aveva cantato quel luogo definendolo “città dai cento orizzonti”, ma ben più di cento dovevano essere gli orizzonti e le ringhiere a cui la ragazza voleva affacciarsi, in quella giornata straordinariamente limpida. In fondo a ogni vicolo si apriva una nuova prospettiva, un belvedere, una piazza, un nuovo quadrivio. E nessuna vista somigliava a un’altra, nessun paesaggio era uguale a un paesaggio già percorso con lo sguardo – uno sguardo sempre in fuga, sempre obliquo e inquieto.