Selfie

Non chiedermi che ho fatto
in questi ultimi mesi:
la camera frontale non funziona,
non posso farmi un selfie.

Quando ci vediamo, non sappiamo.
Non si ha tempo, il tempo
dipende dalla carica,
dai cicli sonno-veglia, dal display.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
che facciamo qui, adesso.

Sono sdraiato, cuscini e custodie
sotto la testa, mezzo impiccato
ai lacci degli occhiali impigliati
col doppio cappio degli auricolari
a loro volta tutti aggrovigliati
col cavetto di un alimentatore.

Beep-beep

Assorto dentro un sogno, si concedeva
un supplemento di sonno,
mentre guidava sulla tangenziale
una mattina afosa di prima estate.

All’esterno trentasei gradi,
ventidue all’interno, e nessun suono
fuorché il fruscio dell’aria condizionata
– quando lo udì: una volta, poi di nuovo.

Un beep-beep, un suono bitonale
discreto, non allarmante,
simile al pigolio del cellulare
che avvisa della carica in esaurimento.

Verificò: era carico. Accarezzò
lieve, con l’indice e il pollice,
l’indirizzario i numeri le icone,
che scorsero via come in un vento
farfalle immateriali.

Si fermò a una piazzola, controllò
la chiusura delle portiere,
gli innumeri strumenti della plancia.
Anche qui icone e icone: carburante
temperature, liquido refrigerante,
livello dell’olio, pressione
di ogni liquido in ogni tubazione.
La sola anomalia rilevabile,
il caldo molto umido
(un po’ sopra le medie stagionali),
era fuori, nel mondo remoto
oltre i vetri fumé.

Il polso era un po’ accelerato
ma ritmico, quasi regolare.
Un merlo cantava e cantava
infogliato in un tiglio oltre il guard-rail.
Che un merlo canti, a giugno inoltrato,
è normale; e così pure il traffico
mattinale: nessuna disfunzione.

Si ripeteva ogni venti secondi
esatti, ben distinguibile
ma come soffocato da un involucro,
da una skin o custodia. Proveniva
dal chiuso, dal profondo,
da una regione sotto la cintura.
Dall’intestino, si sarebbe detto,
ma non era, no, un borborigmo.

Durò a lungo, poi si tacitò.
Valli a capire, pensò riavviando,
i segreti, i congegni e la magagne
che affollano le fibre della macchina.

Ma accadde di nuovo la sera.
Aveva serrato le serrande,
spenta ogni luce, letti gli sms
e le mail, a tutti rispondendo,
che nessuno mancasse l’indomani
a qualche appuntamento: beep-beep!

Riaccese. Balzò giù dal letto,
analizzò le cifre luminescenti
degli elettrodomestici in stand-bay
(perlopiù riportavano l’ora esatta,
con discordanze di pochi secondi).

Appoggiò un orecchio alla parete,
poi l’altro, poi si scovolò il cervello
con il cotton fioc e con le dita,
sigillandolo infine con l’ovatta.
Ma in ogni stanza sempre lo inseguiva
quel beep-beep ottuso, divenuto
via via più frequente, il ritmo stesso
del galoppo del cuore che impazziva.

L’ultimo beep fu simile del tutto
all’estremo repiro del cellulare,
un più acuto allarme sincopato,
grido interrotto dallo stesso evento
di cui avvisava chi era già perduto,
non potendosi poi ricaricare.
E cadde come corpo morto cade.