Ad A. che “riordina” la (sua) casa di vacanza


Ancora brucia il sole del pomeriggio
mentre, seduto sotto il fico, torno
a interrogarmi sulla ragione
del tuo tornare qui – del mio non dico
o non ricordo,
ma so che saremo per sempre
compagni almeno in questo ritornare
al luogo dei nostri sponsali.

Sarà un breve soggiorno: per te
durerà poco più del lungo viaggio,
quanto basta per dare aria alla casa
e sgombrarla di certi rinsecchiti
“cadaverini”, come tu li chiami.
Topi? “Ma no, topolini:
non più grandi di scarafaggi”.

A sentire le zie, ci vuol coraggio
anche solo ad entrare; figurarsi
a dar di scopa, come tu sai fare,
sui muri di pietra grezza, sui vecchi travi
pavesati di pendule ragnatele
simili a grigi, laceri tendaggi.

Eppure è bello qui. “Sì, molto bello,
amore”…
Non suona strana
la parola, non più abituale,
a dieci anni dal nostro divorzio.
Con che tenerezza mi guardi
da sotto i ricci stinti e impolverati!

Ma sì, ti amo, amica
e compagna di sempre. Ti amo
perché so tutto di te e non ti conosco.
Ti amo perché non mi sei parente,
hai cessato di essermi amante
e sei la mia famiglia.
Ti amo perché non capisco
e ammiro e disapprovo
questa tua eroica devozione
ad una casa, l’improba fatica
che chiami, minimizzando,
riordino. Ti amo
per come, serenamente e con vigore,
contrasti il disfacimento. Ti amo, tanto
che non mi trattengo dall’abbracciarti
mentre mi riferisci, con una smorfia
più d’afflizione che di ripugnanza,
sull’effetto delle esche avvelenate:
piccoli, ah sì, minuscoli,
e quasi indistinguibili, nella polvere,
dalle foglie secche dei gerani.

Mi piace e mi commuove
il tuo affanno, la tua scalmana,
il bel colore rubizzo da fornaia
davanti al forno, ma assai mi dispiace
che tu debba patire questo caldo.

Impiegherai tre giorni
(i più roventi giorni del secolo,
secondo i notiziari)
per compiere il faticoso rito. E quando
dalla polvere riemergeranno
l’ara, il tavolo di pietra
radicato nel pavimento
come il letto di Ulisse, e poi quello
che fu il nostro letto smontabile,
il talamo da campo, trispi e tavole
e materassi; quando riappariranno
lo scheletro ligneo di una sella,
le damigiane impagliate, le quartare,
le stoviglie incellofanate,
le sedie di moplen
– e le cassapanche tarlate
da dove, perché non muffisca,
tiri fuori il corredo da sposa
e lo sciorini per l’aia al sole,
lo stendi sui cespi di gerani,
sulla lunga ringhiera, sulla pergola,
sulla pietre da collezione;

quando avrai rassettato ogni cosa,
riposto tovaglie e lenzuola,
impilato una sull’altra
vecchie valige e arcaiche cassapanche,
ornato di nuovi cardi e fiori secchi
il tino, gli orci e gli angoli più in ombra;
allora sigillerai le imposte,
chiuderai le porte di ferro,
e, riconsegnate le masserizie
alla custodia del buio che le divora,
ripartirai contenta: di venerdì,
col pullman delle quindici.

Di nuovo, dopo il commiato, i miei parenti
(che chiami ancora zia, cugina, mamma)
diranno che sei stramba, che sei brava,
a venire da così lontano,
tu, multilaureata e veneziana,
a sfacchinare come una vignera.

Nei giorni che seguiranno
ripasserò davanti al cancello chiuso.
Lo riaprirò, una volta, prima che
anche la mia estate sia conclusa.
Strapperò ciuffi d’erba dal lastricato,
Innaffierò i gerani e gli oleandri,
coglierò dei fichi da portarti.
Ma la porta, la porta del tempio
resterà chiusa per un anno.

Torneremo, di certo: esattamente
nella terza decade di luglio.
Ai miei occhi la casa avrà altre crepe
e io altre ferite, ma per te
nulla sarà mutato.
Io mi siederò sotto il fico
sempre più verde e fronzuto,
tu brandirai la scopa e alacremente
spazzerai via le macerie e la terra
in cui tutto precipita e si perde.

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Ad A. che riordina, ecc.
(postilla polemica)

Io non potrò mai esserti d’aiuto,
farti da chierichetto: non lo prevede,
il rito, non me lo concede
il genius loci che con te invece
è in mistica, perfetta comunione.

La querelle, non del tutto scherzosa,
è anch’essa annosa e rituale.
Non posso non rimproverartelo:
sono tuoi, non più miei
i polverosi tesori.
Il divorzio fu infatti ratificato
da un notaio, lo stesso
che aveva celebrato il matrimonio.
Il profanus da allora
Non può entrare nel tempio
che per recare alla sacerdotessa
(a Demetra, a Minerva)
offerte che spera gradite: frutta, granite,
olio, acqua del pozzo,
vasetti per dolcissime conserve.

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