“amore”


Me la ritrovo scritta dappertutto,
pubblicata e inedita, segreta
e, ahimè, oscenamente divulgata,
la parola, e con essa la notizia
che ho amato. Né posso più nasconderla:
impiegherei mill’anni a cancellarla.
“Amore”! – Ma cos’è, Diotima, amore?
Non è che anomalia grammaticale,
un predicato strambo tra io e tu,
(tra tu e me): un affetto, dopotutto,
divenuto affezione del linguaggio,
una proliferazione di linguaggio
maligna. Il te è fungibile: ci metti
qualsiasi nome e il canchero rimane.
A volte pare a te che non funzioni
la permutatio: io invece di tu,
te in luogo di me, ma quel costrutto
resta un vacuo nonsenso, una finzione
di senso, un’illusione.

Il contravveleno a volte è un semplice
“Non”, che è una parola tra parole.
E se non basta, puoi scrivere e dire
parole di dispregio – e vedrai, Diotima,
vedrai che svanirà come un folletto,
un sospiro nell’aria, il sortilegio.

 

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