L’uomo che parlava col diavolo

Mi pare si chiamasse Caloriu, quel mio trisavolo di cui mio padre raccontava spesso. Massèr Caloriu Monasteri, l’uomo che parlava col diavolo.
O forse non era proprio un mio trisavolo, ma un cugino, o uno zio del mio bisnonno paterno.
Mia madre, ormai novantenne, non sa dirmi quale fosse l’esatto grado di parentela tra questo Caloriu e il nonno Giovanni. Mio padre potrebbe dirmelo, ma ormai è nel mondo dei più. Due cose comunque sappiamo con certezza, dalle scarne notizie che abbiamo di questo antico parente: che gli spettava a buon diritto il titolo di “massèr”, in quanto possedeva molte terre, e che vedeva il diavolo e battibeccava con lui.
Lo vedeva quasi quotidianamente, ogni volta in sembianze diverse, ma lo riconosceva sempre, sotto qualsiasi travestimento.
Era un diavolo strano. Lo tentava, faceva il suo mestiere di diavolo, ma più per fargli dispetto che per indurlo a commettere azioni disdicevoli. Non gli prometteva speciali favori in cambio dell’anima: semplicemente lo aveva preso di mira e non lo lasciava in pace.
Massèr Caloriu era un brav’uomo, ma non era certo un santo, di quelli che il Maligno suole tormentare. Diversamente dalla maggior parte dei Monasteri, miscredenti incalliti e mangiapreti, Caloriu Monasteri credeva in Dio, e pure nella Madonna e in San Filippo. Qualche volta andava a messa la domenica, ma raramente si confessava, non avendo sulla coscienza peccati tali da doversene sgravare. Eppure il diavolo non cessava di molestarlo.
Una volta gli apparve nelle sembianze di un bambino, un ragazzetto non più che dodicenne. Seduto sopra un secchio capovolto, questo bambino gridava insulti osceni alla gente che passava di lì, specie alle femmine. Ma in che famiglia – si disse massèr Caloriu – poteva esser cresciuto quel bambino, per conoscere e proferire simili male parole? E come faceva a sapere che lo sticchio di questa o di quell’altra signora era “largo come il traforo della ferrovia” o “puzzolente come una pescheria”? Non poteva essere altri che lui, il diavolo. Per fortuna nessuno gli dava retta o si voltava a guardarlo. Perché nessuno lo vedeva né sentiva quel che diceva. Nessuno fuorché massèr Caloriu.
Il brav’uomo, avendolo riconosciuto, fece finta di nulla e tirò dritto. Allora il diavolo lo chiamò, e la sua non era più la voce di un bambino:
«Massèr Caloriu, fermati, dove vai?»
Faceva impressione vedere un bambino che parlava con una robusta voce da uomo.
«Vado per la mia strada e non insolentisco la gente senza motivo», disse massèr Caloriu.
«Non ce l’ho con te, Caloriu, ma con tutti ‘sti cornuti e ‘ste buttane», disse il diavolo. «Tutti sono cornuti in questo paese, fuorché tu. E tutte le femmine sono buttane, fuorché tua moglie e tua madre.»
«Me ne compiaccio», disse massèr Caloriu Monasteri. E tirò dritto per la sua strada. Quando svoltò l’angolo, guardò con la coda dell’occhio e vide che il bambino era sparito. Gli restò il dubbio che davvero tutti gli uomini del paese fossero cornuti, fuorché lui, e tutte le donne buttane, fuorché sua moglie e sua madre. E se invece, al contrario, era solo lui il cornuto, o lo fossero tutti, persino lui? Quando mai il diavolo ha detto la verità? Non era plausibile che volesse tormentarlo installandogli il veleno del sospetto, come se non ne avesse già abbastanza, di tormenti?, Comunque fosse, trascorso qualche giorno, massèr Caloriu non ci pensò più. Tante volte il diavolo gli aveva contato fesserie e forse non bisognava dare troppa importanza a quanto diceva.
Un giorno, di mattina presto, lo aveva incontrato nella vigna. Lo vide che inzolfava la vigna e lì per lì lo scambiò per Scigna, il suo vecchio garzone. Scigna (che, nella lingua dei miei avi, vuol dire scimmia) era stato un uomo sciocco e brutto, mezzo sciancato dalla nascita. Se n’era andato qualche mese prima, morto di chissà che male. Ma l’uomo che inzolfava la viglia somigliava talmente a Scigna che, sulle prime, a massèr Caloriu non venne in mente che quel poveruomo era morto. Non gli rivolse la parola, né lo salutò (non lo aveva mai salutato, quand’era vivo). Esaminò i risultati del lavoro a cui Scigna era intento e si stupì di come l’inzolfatura fosse stata eseguita a regola d’arte. Ma d’un tratto si ricordò che il garzone era morto e quasi morì anche lui per lo spavento. Poi, quando l’uomo si voltò e poté guardarlo meglio in viso, Massèr Caloriu realizzò che la somiglianza lo aveva ingannato. L’uomo che ora lo stava salutando, profondendosi in un inchino esagerato, non era Scigna, né il suo fantasma. Questo era un uomo florido, vigoroso, e un sorriso beffardo era stampato sulla sua faccia scimmiesca; mentre Scigna era vecchio, fiacco, e non aveva mai sorriso in vita sua.
«Chi sei tu, e che ci fai nella mia vigna?», disse massèr Caloriu Monasteri.
«Sono chi vuoi tu che io sia», disse l’uomo. E solo allora massèr Caloriu riconobbe in lui il diavolo. Quel sorriso beffardo gli era ormai familiare.
«Sono uno che stanotte, mentre tu dormivi, ti ha inzolfato la vigna. E mi dovresti pure ringraziare», aggiunse.
«E chi ti ha chiesto di farlo?», disse Massèr Caloriu, che ormai lo aveva visto tante volte, il diavolo, e non gli faceva paura.
Quello lo guardava negli occhi e sorrideva, ed ora il suo sorriso si era fatto insolitamente ammiccante.
«Ti piace tua cognata, non è vero?», disse il diavolo.
Massèr Caloriu arrossì, perché sua cognata era una femmina bella, ma bella oltre ogni dire, di quelle che, a vederle, fanno fare brutti pensieri anche all’uomo più onesto tra gli onesti.
«Ma che c’entra mia cognata, la moglie di mio fratello?», balbettò massèr Caloriu, tutto confuso. «Sono un uomo per bene io, che ti credi?»
Ora lo sguardo del diavolo si era fatto languido, i lineamenti della sua faccia scimmiesca si addolcivano, divenivano femminei. La sua bocca vizza si inturgidiva, il petto lievitava a vista d’occhio, i fianchi si arrotondavano. Ed ecco che la bella cognata era lì, lei tale e quale, sebbene indossasse ancora gli stracci di Scigna. Il diavolo si passò la lingua sulle labbra, si sbottonò la camicia lacera e… Ciò che disse non potremmo ridirlo al cospetto di una signora, ma confido che i miei lettori non siano femmine o, se lo sono, che non leggano queste righe.
«Io sono una buttana», disse la bella cognata. «Sono una buttana e non sono mai sazia di minchie. Più minchie prendo, più ne voglio, minchie di tutti i colori e le misure. Ho più amanti che capelli in testa, e tu, povero fesso, sei l’unico uomo, in tutto il paese, che non conosce il sapore del mio sticchio, l’unico che mi rispetta e abbassa lo sguardo quando mi vede.»
Massèr Caloriu serrò gli occhi e strinse i pugni, il viso paonazzo come una melanzana. «Vattene via, infame e malcreato», gridò. «Tu porti scandalo e scompiglio nelle famiglie. In nome di Dio, viavàtt’n d’unna v’nisti, nom’nepàtri, figghiu e spirtu santu.»
Tre volte si fece il segno della croce, nom’nepàtri, figghiu e spirtu santu, sempre con gli occhi serrati, e quando li riaprì, il diavolo era sparito.

Molte altre volte massèr Caloriu Monasteri vide il diavolo. Poteva apparirgli tanto in sembianze umane quanto di bestia, di mulo o becco o cane randagio. Una volta gli apparve in forma di gallo, nel pollaio, in una tenuta di massèr Caloriu lontana dal paese. E quella fu l’ultima volta che lo vide.
Il gallo era morto qualche giorno prima e quel nuovo gallo, che aveva preso dominio del pollaio, massèr Caloriu non lo aveva mai visto. Era un gallo più grosso di un tacchino, pettoruto, fiero della sua possanza, con una cresta che pareva la lama di un’alabarda e un bargiglio lungo due palmi. E questo gallo saltava furiosamente su tutte le galline, che di buon grado gli si sottomettevano, appiattendosi sotto il suo peso.
Massèr Caloriu non ebbe dubbi: era il diavolo. E stavolta fu lui a rivolgergli la parola per primo.
«Che devo farmene, ora, delle uova di queste galline?», gli domandò. «Me le posso mangiare? Potrò ancora bere il brodo di gallina?»
E il gallo, con voce stridula, disse parole oscure, inframezzate di chicchirichì:
«Io non rispondo mai alle domande, suscitare dubbi è il mio mestiere. Potrei invitarti ad aver fede in me, dirti che le tue galline faranno uova grosse come meloni. E quando le uova saranno covate, ne usciranno da ognuno due pulcini, uno bianco e l’altro nero. Ogni cova durerà tre giorni, e tu ogni giorno potrai mangiare carne di gallina, bere brodo di gallina, e non avrai mai mangiato carne migliore, né mai bevuto brodo più saporito.»
«E perché, in cambio di cosa, faresti a me questo dono?», disse massèr Caloriu. «Non dovrò invece tirare il collo a tutte ‘ste galline e gettarle nel bosco, in pasto alle volpi, ora che me le hai magagnate?»
«A te la scelta», disse il gallo. «Io ti mostro due strade, tu puoi prendere quella che ti pare. Puoi comportarti con giudizio, come hai sempre fatto, o aver coraggio e rischiare. Ti bastano sei uova al giorno o vuoi averne mille, da farci un fiorente commercio? Attento però, che puoi morire fra atroci spasimi, se mangi uno solo di quelle uova. E il commercio, come ogni commercio, potrebbe andare in malora.»
Così dicendo, il diavolo gli si avvicinava, con brevi e cauti passi da gallo. E parlò ancora.
«Vuoi fotterti tua cognata? Fallo, lei non aspetta altro. Ci prenderai talmente gusto che non vorrai più ficcare con tua moglie e con nessun’altra femmina. Ma non ti assicuro che tuo fratello non lo verrà a sapere.»
Il gallo avanzava ancora, e ad ogni suo passetto il suo capo, crestato come l’elmo di un guerriero, aveva uno scatto in avanti.
«Non hai coraggio, hai paura delle conseguenze: ecco cos’è. Tu credi di non voler ficcare con tua cognata perché no, non si può calpestare l’onore di un fratello. Ma è per paura, per vigliaccheria che non lo fai. Lo sai bene che lei voleva te, e ancora ti vuole, e solo perché tu eri sposato si è accontentata di tuo fratello.»
Massèr Caloriu non ne poté più, e finalmente prese la decisione. Corse forsennatamente verso la casa, che era là vicina. Nell’entrare, sbatté contro la porta socchiusa, così violentemente da svellerla dai cardini. Afferrò lo schioppo appeso al muro, prese due cartucce dalla cartuccera e faticò a infilarle nelle canne, agitato com’era. Quando si girò verso l’uscio, il diavolo stava lì, davanti a lui, ma non era più un gallo, era un rapace orribile, una poiana, una gaifazza dell’enorme becco ricurvo, gli artigli possenti, le ali mezzo dispiegate, immobile come un’aquila in uno stemma araldico ma pronta – così gli parve – all’attacco. Era lì, a due metri da lui, sul pavimento, ma i suoi occhi erano così fieri e minacciosi che parevano guardare l’uomo dall’alto in basso.
Massèr Caloriu gli puntò contro il fucile.
«Ti faccio vedere io se sono un vigliacco», disse. E fece fuoco.
Un gran fiotto di fumo e scintille zampillò dal pavimento, l’intera casa tremò quasi che una palla di cannone l’avesse investita. E come il fumo si diradò, l’uccellaccio non c’era più, né vivo né morto. Il mattone colpito dai pallini di piombo appariva scheggiato e bucherellato. Massèr Caloriu si passò il fucile nella mano manca e con la dritta si segnò: «Nom’nepàtri, figghiu e spirtu santu».

Come fu, come non fu, da quel giorno il diavolo smise di tormentare il mio eroico antenato. Massèr Caloriu Monasteri aveva sconfitto il diavolo.

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