Corioretinopatia sierosa centrale

Forse l’ho sempre avuta, è congenita
quest’ombra sulla retina
del mio occhio sinistro,
la lacrima ingorgata che deforma
il profilo muto delle cose.
Ma io non la vedevo
perché guardavo il mondo con due occhi,
uno limpido e l’altro nubiloso.
O perché altri occhi
guardavano per me.

Per come riuscivi a vedere
così tante cose in questo niente
e persino a fotografarle,
lungamente ti ho amata.
Dovrò rieducare il mio sguardo,
rassegnarmi alla visione
di un paesaggio così disadorno,
accontentarmi dei residui
della visione delegata.

Commenti

Quella data in cima ad ogni pagina
del mio sempre più rado diario in versi
non dice nulla di ciò che accadeva
quel giorno, in quella stagione.
Gli stessi versi paiono ignorare
la ragione di certi malumori
o patimenti, e il loro ozioso autore
quasi non ha cognizione
di quali fatti siano il racconto.

Sembra che quelle orfane parole
in molti anni siano state
i soli, magri avvenimenti. Eppure
al loro opaco accadere
conseguiva qualcosa, la chiosa
di un lettore benevolo, una carezza
che a volte suscitava nel cadavere
come un sussulto di significato.

Agonia

Ma che hai, Chenzia, Kenzia,
Howea belmoreana
o come diamine ti chiami?
Perché le tue belle palme verdi
aperte fiduciose,
le tue lunghe foglie spadiformi
si afflosciano intristiscono
e si accartocciano poi
come dita di arti paralitici?

Ti ho dato troppa acqua? Troppo poca?
Ti hanno bruciata d’inverno i caloriferi
o ti assidera il condizionatore
nell’estate improvvisa?
Taci. Lo so, non hai abbastanza luce
di giorno, e ti spegne la luce
delle lampade alogene, di sera.

Vuoi un fertilizzante? Un funghicida?
Uno delicato spruzzo sulle foglie
col nebulizzatore? Una carezza?
Vuoi un cielo arboreo, farfalle,
uccelli e verdeggianti compagnie
da sottobosco tropicale, e fiori,
qui, nella casa di un vecchio?
O che ti lasci agonizzare in pace
senza altri conforti che il silenzio
e la penombra?

Abbasso le persiane,
c’è troppo caldo. Dormiamo.

Per gioco

Se io imparassi infine,
secondo il tuo auspicio,
a fare come tu non esistessi!
Ne fossi capace davvero,
mi esercitassi almeno, abituandomi
poco per volta, facendo a meno
oggi della sagra del radicchio,
domani di un vernissage, di un’escursione.

Immagina che accada all’improvviso,
di sabato: mi giunge la notizia
che non esisti. Cosa inconcepibile,
e che giammai mi auguro, se pure
indugio qualche volta, devo ammetterlo,
un po’ per gioco e un po’ per malanimo,
a immaginare – non che tu sia morta,
ma che tu abbia altrove un marito
e qua nessuno più che ti sia caro.

Svanita, come un sogno interminabile
al risveglio, sparita per sempre
dai miei week end, da tutte le stagioni.
Introvabile al mio e al tuo domicilio.
Scomparse anche le centomila foto
dall’hard disk, dai cassetti – cancellato
il tuo nome il tuo numero il tuo avatar
da ogni indirizzario e mailbox.

Dall’attaccapanni dell’ingresso
non penderà mai più
un tuo indumento estivo quando è inverno
o un cappotto in estate.
Ma più la borsa nera dei cadeaux
posata vicino all’uscio.

Sciolto ogni mio gesto quotidiano
dal tuo imperio, che dici involontario,
ora faccio o non faccio
a mio talento, non più come agissi
in tua vece, per te, insieme a te,
specialmente in tua assenza.

La domenca, all’ora solita,
metto in tavola un solo piatto,
verso il vino in un solo bicchere.
Non faccio la spesa per due,
o per i figli che non abbiamo.

Nessuno mi passerà più
libri che non leggerò.
Via gli impavesamenti di Natale
che durano tutto l’anno, e quei picandoli
che mi augurano ogni giorno
buon compleanno.

Vado a dormire perché ho sonno,
dopo aver mangiato perché ho fame.
Dò un po’ d’acqua ai gerani
o lascio che spariscano anche loro.

 

 

Alla mia (vecchia) maniera

Chissà per quale insulto ancora soffriva
quel mitile serrato, quella cozza
che mi pareva bella,
quel mollusco atterrito che tentai
di aprire col coltello.

Ci teneva, ogni volta, a precisare
che non avevamo nulla in comune.
Nulla da scambiarci e da mischiare,
fuorché secrezioni e saliva.

Fossimo andati una volta a Fusina
in una notte chiara,
a vedere la luna!

SMS

Due primavere fa
avevo sedici anni, ora ne ho quasi
sessanta, sessant’anni giudiziosi.
Tu, benché maritata da sei lustri
e vessata dai guai, dalla famiglia,
eri un’impubere preadolescente.
Come oggi sfolgorava primavera,
Impazzavano i merli e altri uccelli.
Le mie tasche fremevano di trilli,
e i nostri messaggi amorosi
erano così fitti e numerosi
che non bastavano tre cellulari.
Ora le parole nel display
dicono affetto, un’amorevolezza
da vecchi amici, quasi da parenti.
Ti mando un bacio a volte,
lieve e sulla guancia, beninteso.
Una carezza, ma non certo ardita.
Stasera sono ancora più prudente,
basta “un caro saluto”.

Misunderstandings

Oggi ho conversato col mio tablet:
in inglese, in lituano e in italiano.
È dotato di speech recognition
in centoventi lingue, così dice,
e di una buona sintesi vocale.

Ho avuto l’impressione che capisse,
ma solo la mia lingua, e che persino
mi compatisse. Infatti le parole
apparivano esatte sullo schermo:
come sempre sbagliate.

Le traduceva all’istante in inglese.
Quanto perfetto, non so dire, ma
la pronunciation era certamente
di gran lunga migliore della mia.

Faticava un po’ con i concetti
astratti, e con i sentimenti
complicati, non enunciabili
con un semplice t’amo o un vaffanculo.

Non capiva il non detto, m’invitava
a scandire, a parlar chiaro e forte.
Niente reticenze, sospensioni,
elusioni e intensi silenzi.

Niente solecismi, dialettismi
e gerghi d’ogni specie. Gli va bene
qualsiasi oscurità e stramba metafora,
purché sia accurata la dizione.

Non riconosce i nomi di persona,
e forse il tuo è not understandable.
E se lo scrivo, giusto per testare
il text-to-speech, lui sbaglia l’accento.

Cambio programma. Faccio che mi legga
una poesia. D’amore, per l’appunto.
Ma la sua voce suona derisoria,
mi schernisce. Segno che anche lui
ha capito la solfa.

Ombre


Ti ho intravista nel buio. Eri di spalle,
un po’ curva come chi ha patito
l’offesa che sappiamo. Il tuo vestito
era scuro, il sogno in bianco e nero.
Andavi, immersa in una folla d’ombre
dentro una vasta oscurità – ed io
che non ti ho mai incontrata di notte
ma sempre di mattina, in piena luce,
sapevo che eri tu – mia luce d’oro
e smaraldo, mia rosa settembrina.
Quasi nulla restava di te
senza i colori, eppure
l’amore ti riconosceva
(non io, che me ne sono dissociato).


Poiché tu procedevi a capo chino
come gli altri del branco migrabondo
e io sedevo su un marciapiede,
unico vivo e solo spettatore
di quella fioca processione, lui,
l’amore, guardava a collo torto,
da sotto in su, così che non poteva
distinguere nel buio i tuoi capelli
chiari, dove un tempo indovinava
i tuoi pensieri arruffati.


Né potevo chiamarti: anche nei sogni,
come in certi conflitti, non si ha voce.
O forse non si vuole, né si può
cambiare ciò che è scritto – anche nei sogni.
Così non ti voltavi. E te ne andavi,
come i morti a cui già vai somigliando,
nel limbo affollato dei ricordi.

Mi troverai già lì, sarà una specie
di ricongiungimento familiare.
Potrò frequentarti, finalmente
a te affine, ombra tra le ombre.
Senza più menzogne, se non le mie
a me stesso. E senza impedimenti.

una certezza


Se pure, com’è plausibile,
tu avessi un nuovo amore
o un nuovo operatore telefonico
e avessi cambiato numeri e indirizzo
e per un blackout universale
una catastrofe una migrazione
di massa, intercontinentale,
non esistessero più né le zie
né la posta elettronica
né amici comuni né postini
né curiosi e pettegoli e ruffiani
né radio e gazzettini e link obliqui

se anche non dovessimo di nuovo
incrociare le nostre rotte sbandate
per una tua o mia distrazione
per una infrazione stradale
come quando imbroccavo dieci volte
lo stesso ZTL
perché guardavo te mentre guidavo

e se tu non andassi mai più al mare
né al lavoro né altrove
e io non conoscessi tutte le strade
le svolte i portici i bar i negozi
le librerie le fermate dei bus
dove ti portano impegni sconfinamenti
divieti intralci disguidi commissioni
ordinarie disgrazie e infedeltà

se anche non volessi più vederti
perché non voglio, no
vederti né incontrarti
finché vige inflessibile il divieto
(mio o tuo non importa)
non dico di toccarci ma persino
di dirci ciao come va
se persino emigrassimo, io in Lapponia
e tu in Nuova Zelanda
e tu ti sposassi ancora sette volte
e avessi venti figli neozelandesi

salvo che uno di noi due non crepi,
prima o poi finiremo ancora a letto.
Ne sono certo.