Dis-indentità di vedute

Potessi tu conoscerti, vederti
com’io ti conoscevo, e io sapere
ciò che i tuoi occhi possono vedere!
Non è un fatto di vista, di acuità
visiva. E’ fondamento dell’amore,
non dell’amore quella cecità.

Ma se vedessi tu, se tu sapessi
ciò che i miei hanno visto nei tuoi occhi,
nel fondo algoso quegli arcobaleni,
limpidi cieli in torbide barene,
quando guardavano ciò che del mondo
quasi comprendo se lo guardo in loro!

Ah, sapere in virtù di che elezione,
capricciosa attrazione, somiglianza,
erano così intenti a certe inezie
di cui ignoravo l’esistenza e il nome
ma vedevano in ciò che mi abbagliava
non altro che un abbaglio, o il niente, l’aria!

E che paesaggio poi si spalancava
se, come cieca, restavi a fissare
il libro aperto, un’unghia, una vetrina!
Era una cosa che non c’era, oppure
un riflesso, un gingillo- “Sì, carino!”

Un istante durava quel silenzio
ed era abisso, come la visione
vana della quisquilia, del tailleur
indicibile, insomma della cosa
che fissavi incantata e silenziosa.

Ma no, tu eri intenta a un tuo destino,
mentre eri così assorta e così sola.
Non era, no, visione, ma prescienza
in quel silenzio: questi versi strabici
per i tuoi occhi, a quei tuoi occhi belli,
erano scritti già nel mio taccuino.

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