Sogno

Ho sognato, sognavo di tornare.
Tu sai da dove, tu certo sapresti
se cessasse il rancore e cadesse
la cortina che l’uno all’altro
ci nasconde, trucco malefico
che trasfigura e confonde.

Avevo questi occhi spenti
che ritrovo ogni mattina
nello specchio rigato,
lo smarrimento che diventa
rassegnazione. Uno sguardo
di cane che fu rabbioso
ma che non può più mordere.

Sulle ossa ammaccate
non sentivo più le bastonate
e non avevo più lena
per scappare o guaire.

Non cessava di interrogare
il suo specchio spezzato, quello sguardo,
e ripeteva con ostinazione:
come hai potuto, come
ho potuto.

Avrei ancora voluto
buttarmi sul tuo divano,
chiudere gli occhi e sperare
che una carezza sul capo
seguisse al ristoro di un tè caldo.

C’era stato un momento
Quando una sola carezza
mi avrebbe guarito, come il tocco
di Cristo pietoso: effèta!
Invece tu dovevi allontanarmi
ancora, scacciarmi più lontano.

Finalmente insensibile, assente
nel luogo dove di nuovo sarei stato
giudicato, pestato.
Non avevo più fiato per ripetere
l’invito straziato, la protesta
del perdente, le scuse del gramo.
Avevo smesso per sempre
di rantolare ti amo.

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