Una serissima conclusione

Ho ancora in mente te, nella mie mente,
mentre confondo i salmi del Salmista
con certe lagne e enfatiche proteste
ch’eran tutto per me – per te più niente.

Quanto grande è l’amore, tanto grave
è l’offesa. Perciò quel sommo amore
io non avrei dovuto bestemmiare,
anche ne fossi il solo e tristo autore.

Pietà di me Signora, volgi a noi
lo sguardo tuo misericordïoso.
Ma tu tacevi, e quel silenzio poi
fece il verso più sordo, più bilioso.

Invano tento infine di scolparmi
asseverando: amavo, era l’amore.
Né lavacro mi sono le parole
che non sono mai pago di cantarmi.

Ho conquistato, vedi, la misura
da te auspicata (se mai fu smodato
l’amore, il proclamarlo nell’ingiuria):
quasi rimato è il verso, e misurato.

Eppure no, non mi perdono ancora:
lo attesta il malriuscito canzoniere.
C’è chi mi dice: bravo, scrivi bene.
Ma non d’amore, non per te, Signora.

Anche ai miei versi sola assolutrice
sarebbe la tua fica. Ma il dio tace.
E il tuo silenzio come una fornace
il mio canto disgrega, Beatrice.

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