Pour parler

Il fervore con cui, dopo anni ormai,
parlo ancora di te con una cara
amica (ma così, giusto per dire,
mica ci penso più), potrà apparire
come la fissazione di quel vecchio
che sbadiglia e rimemora e ripete
all’infinito, un po’ querimonioso,
senza più alcun dolore: «Avevo un figlio,
una figlia: mi è morta a trentasei,
quasi trentasett’anni». Quel fervore
sarà del raccontare, in generale,
il puntiglio di chi vuole strappare,
riscrivere la cosa malriuscita.
Ma perché questa storia, la più triste
e incolore? «Era bella? Molto bella?».
Perché, esorbitando dalla pagina
più monotona, hai invaso, proprio tu,
figurina antipatica, il romanzo
balordo – tu, meschina antieroina?

O animula, animella, cosa hai fatto
di male, tu che tanto confidavi
nel tempo che risana e che redime?
Perlopiù – mi si fa sempre notare –
dal mio racconto il personaggio appare
odioso. E’ vero, amore:
ti diffamo – ma non come chi esecra
e maledice: solo non consento
che la (piccola) infamia si cancelli.
Ma poi protesto se altri ridice
ciò che dico di te, quasi oltraggiato
dal mio stesso oltraggiarti, sì che infine
taglio corto e ripeto indispettito
ch’è storia vecchia, che non me ne importa,
che ti ho rivista, ma per caso. «Credimi,
quasi non ho avvertito il batticuore».

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