aprendo un pacchetto


Io come te infedele,
per quanti anni ho atteso.

Infine ho preso le forbici. Prima di aprirlo,
l’ho scalpato, ma lentamente,
perchè, sai, eri stata crudele
a tradire la tua quasi promessa.

L’incarto era di carta nera e rossa,
d’oro il nastro e tutto arricciolato
come capelli arruffati.

Non sapevo più dove tenerlo.
Sul tavolo in cucina mi pareva
troppo in vista: gli amici
mi avrebbero chiesto per chi fosse.

Inoltre non volevo avere fretta,
né, questa volta, essere ottimista
come quando avevo acconsentito
che entrassi nella mia casa più segreta.

In un cassetto no, troppo nascosto.
Speravo di non dimenticarti,
o di aspettare il tempo di capire
se valesse la pena aspettare.

Sul comò forse, innanzi alla specchiera
in cui a lungo si specchiò, tetragona
bambola capelluta. O sulla panca,
negletto e impolverato come altri
più antichi ingombri. Oppure sopra il letto
dove avresti dormito con me – forse.

Molto di te mi avevi raccontato,
tutto di te ignoravo, tranne gli occhi.
Ti sarebbe piaciuto? Era un po’ troppo
o troppo poco? E inoltre (e innanzitutto),
avresti, amore, preso quel treno
prima che la rafia delle ciocche
perdesse il suo colore?

 

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