il nostro Natale


Tu coi tuoi, io coi miei – a far bagordi
con gli amici spaiati, separati
vedovi e divorziati. L’ho annunciato
allegramente, amore, che tornavo
dal dolce esilio dell’amore, lieto
come non fossi più innamorato.
Però pensavo a te quando ho gettato
gli astici vivi nell’acqua bollente
(fischiavano, la pentola tremava).
A te infelice sequestrata spenta
che mestamente levavi il tuo calice
alla salute dei sequestratori.

Qui eravamo in dodici stasera,
forse venti o quaranta, e abbiam mangiato
per ottanta, per cento. Non mancavi
che tu, amore mio quasi tradito.

Nessun messaggio poi a mezzanotte,
nessun saluto. Mi dirai domani
che hai cucinato un gran cenone e tu
non hai toccato cibo, che non sei
andata a letto. Che hai sparecchiato,
porto i cappotti agli amici ubriachi
e gli ombrelli i cappelli e tanti auguri;
preso una camomilla, una tisana,
rimboccato all’infante le coperte
e poi tutta la notte, sospirando,
contemplato le stelle giù in giardino,
sotto la pioggia. C’era anche la luna,
e Giove, e la cometa – Poi verrà
santo Stefano, inesorabilmente,
e sarà, Inshallàh, dopodomani.
Due giorni, amore mio, per digerire
e io le frottole tue e tu le mie.

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