Ombre


Ti ho intravista nel buio. Eri di spalle,
un po’ curva come chi ha patito
l’offesa che sappiamo. Il tuo vestito
era scuro, il sogno in bianco e nero.
Andavi, immersa in una folla d’ombre
dentro una vasta oscurità – ed io
che non ti ho mai incontrata di notte
ma sempre di mattina, in piena luce,
sapevo che eri tu – mia luce d’oro
e smaraldo, mia rosa settembrina.
Quasi nulla restava di te
senza i colori, eppure
l’amore ti riconosceva
(non io, che me ne sono dissociato).


Poiché tu procedevi a capo chino
come gli altri del branco migrabondo
e io sedevo su un marciapiede,
unico vivo e solo spettatore
di quella fioca processione, lui,
l’amore, guardava a collo torto,
da sotto in su, così che non poteva
distinguere nel buio i tuoi capelli
chiari, dove un tempo indovinava
i tuoi pensieri arruffati.


Né potevo chiamarti: anche nei sogni,
come in certi conflitti, non si ha voce.
O forse non si vuole, né si può
cambiare ciò che è scritto – anche nei sogni.
Così non ti voltavi. E te ne andavi,
come i morti a cui già vai somigliando,
nel limbo affollato dei ricordi.

Mi troverai già lì, sarà una specie
di ricongiungimento familiare.
Potrò frequentarti, finalmente
a te affine, ombra tra le ombre.
Senza più menzogne, se non le mie
a me stesso. E senza impedimenti.

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