SMS

Due primavere fa
avevo sedici anni, ora ne ho quasi
sessanta, sessant’anni giudiziosi.
Tu, benché maritata da sei lustri
e vessata dai guai, dalla famiglia,
eri un’impubere preadolescente.
Come oggi sfolgorava primavera,
Impazzavano i merli e altri uccelli.
Le mie tasche fremevano di trilli,
e i nostri messaggi amorosi
erano così fitti e numerosi
che non bastavano tre cellulari.
Ora le parole nel display
dicono affetto, un’amorevolezza
da vecchi amici, quasi da parenti.
Ti mando un bacio a volte,
lieve e sulla guancia, beninteso.
Una carezza, ma non certo ardita.
Stasera sono ancora più prudente,
basta “un caro saluto”.

16 commenti su “SMS

  1. Mi pare bella, anche a una seconda e terza lettura.
    La tua ispirazione sembra particolarmente a suo agio con gli ex amori, Monasteri. Rileggendo altre tue poesie, amorose, quasi poi si direbbe che gli amori vengano da te vissuti principalmente (o “esattamente”?) alla luce di questo loro pre-costruito destino poetico crepuscolare.

    • Destino precostituito? Ma no, non credo, dài. O forse sì, ma nel senso che è destino di ogni amore finire, esaurirsi – o, che è lo stesso, modificarsi, diventando affetto o inimicizia.
      Fermati a tre letture, per carità. Alla quarta scopriresti dei gravi difetti :)

      • Non “precostituito”, ma “pre-costruito”. Cercato, insomma, più che subito.
        Ma sono sciocchezze, comunque. Volevo dire solo che il tema sembra corrispondere alle tue corde – e perciò la poesia è riuscita bene.

        (Le tre letture sono dovute al fatto che la prima non vale: in genere fraintendo e prendo fischi per fiaschi. Poi alla seconda capisco di non aver capito, e che la poesia sta parlando di tutt’altro; solo alla terza forse finalmente la leggo. Qui poi come in certi rompicapo delle elementari c’era anche da fare il calcolo dei tre lustri, oltre che risolvere l’incognita dei “quasi sessanta anni” e l’enigma dei “sessanta giudiziosi” – che a me nessuno ha mai insegnato. Senza dire che occorreva stabilire inoltre il senso di quell'”esattamente”, di fronte al quale mi sono arresa).

        • OK, pre-costruito. Avevo letto male, ma il senso del tuo discorso mi era comunque chiaro.
          A dire il vero mi preoccupa il fatto che il tema sia nelle mie corde. Non vorrei passare gli anni che mi restano a rimemorare amori, o a collezionare amorazzi settembrini da rimemorare.
          Quell’ “esattamente” è un residuo di una precedente versione, in cui giocavo ancora di più, forse un po’ troppo, coi numeri, con il calcoli dei mesi, degli anni, ecc. Alla fine ho voluto lasciarlo, anche se risulta un po’ misterioso (in effetti); forse a voler significare che l’affermazione “ci amavamo”, benché azzardata, è esatta, e quindi il saldo è positivo, mentre tanti altri conti non tornano… Non so se è chiaro, non lo è neppure a me. Poi, gli avverbi in “ente”, che spesso mi danno fastidio, perché risuonano un po’ troppo, vorrebbero dare il senso del distacco, di un ragionare inane e svagato. (Ah, quanto mi piace chiosarmi ed essere chiosato!)

  2. Quell’esattamente è una stonatura, ma certamente voluta. E’ come un cuneo che spacca in due metà esatte la poesia. Anzi, tutto il verso tra parentesi è un cuneo. Sembra che stia lì a indicare una qualche interlocuzione… o forse no. Sicuramente no. Forse.
    Mrs Dalloway

  3. :-D
    Ah ah, questa del cuneo sì che è un’illuminante chiosa! Altro che carezze “non certo ardite” in questo trillante MSM!
    Avrei voluto chiosare anch’io, ma ubi maior…

  4. L’età, lasciate che ve lo dica un esperto, porta limitazioni più che saggezza. Certi passi sconsigliati o precipitosi non li fai più, non per maggior giudizio, ma perché semplicemente non hai più gambe per farli e sono sempre più rari i bivi, le possibili deviazioni allettanti tra cui scegliere. Certe strade sono ormai sbarrate, impraticabili.
    Credete a me: l’età in cui occorre giudizio è quella che va tra i sedici e i cinquanta. Dopo, mettere giudizio diventa, oltre che tardivo, sempre più superfluo: come chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati.

  5. Ero arrivato anch’io a questa saggia conclusione, matusalemme: l’assennatezza (più che la saggezza) a una certa età è inutile. Les jeux sont faits. Ma il discorso ha un rovescio positivo: se l’assennatezza non può più giovarci, la sventatezza, o la dissennatezza, non può più nuocerci. Non ci si può rovinare la vita, se la si è già vissuta. O no? E allora tanto varrebbe concedersi ancora qualche momento di follia. Fin dove è possibile, ovviamente.

    • Bravo: vedo che hai compreso il senso riposto del mio discorso, discepolo. Me ne compiaccio cordialmente.

  6. Non lo state a sentire! È un vecchio senza Dio né religione, che non ne ha mai fatta una di buona, e se non fosse stato per me, che sono una santa, ora starebbe con le pezze al culo a dormire sui cartoni in qualche stazione. Si spacciava per poeta, e così mi ha incartata, in quel dì che, maledetto il giorno, l’ho sposato, che è stata la disgrazia della mia vita! E anche ora, ridotto come è, catarroso e mezzo sordo, ancora non si rassegna, il vecchio volpo, e ancora parla e parla, fa lezione. All’osteria. E non c’è sera che non alzi il gomito, per non dire del resto…

  7. ‘Ste donne. A tutte le età non fanno che dire peste e corna dei mariti. Magari sarebbe stato un buon poeta, il matusa, senza una Santippe che, oltre a denigrarlo nei blog, gli rompe l’anima come solo le donne sanno fare (immagino). Ci tarpate le ali, voi donne. Prima andate in sollucchero per qualche poesia d’amore svenevole, poi considerate ogni tentativo di espressione artistica dl votro uomo una specie di depravazione. Donne!

  8. Chiedo scusa, “uomo”, ma potremmo dire lo stesso di voi, su questo e molti altri argomenti =___=”

    Caro Zio, sono spiacente (tiè!) per la trasformazione di status, cosa che mi capitò, mi capita e mi capiterà.
    La matusalenza fa tante cose ma forse non è il caso di starle a definire per il fatto che ognuno nel tempo non è mai la stessa persona, nelle vecchie foto vediamo i giovani che “siamo stati” non quelli che “eravamo” e ogni salto temporale, ogni trasformazione di status, restituisce un essere completamente nuovo, legato ai suoi predecessori esclusivamente dal ricordo.

    Ti saluto, me ne parto, vo’ in quel di Bisanzio a vedere di distendere i nervi. Qui è diventato difficile.

  9. Certo che potremmo dire lo stesso di noi, ragazza (senza virgolette): era sottinteso.
    Il tuo è, pari pari, il discorso buddista sull’impermanenza, esposto in efficace sintesi. E io lo condivido appieno.
    Evviva!, Finalmente sei partita x Bisanzio. Era una vita che accarezzavi il sogno di farti una birra a Santa Sofia (stavo per dire una canna, ma poi mi sono ricordato che tu non fai queste cose (o, se le fai, lo zio non deve saperlo :)

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