aprendo un pacchetto


Io come te infedele,
per quanti anni ho atteso.

Infine ho preso le forbici. Prima di aprirlo,
l’ho scalpato, ma lentamente,
perchè, sai, eri stata crudele
a tradire la tua quasi promessa.

L’incarto era di carta nera e rossa,
d’oro il nastro e tutto arricciolato
come capelli arruffati.

Non sapevo più dove tenerlo.
Sul tavolo in cucina mi pareva
troppo in vista: gli amici
mi avrebbero chiesto per chi fosse.

Inoltre non volevo avere fretta,
né, questa volta, essere ottimista
come quando avevo acconsentito
che entrassi nella mia casa più segreta.

In un cassetto no, troppo nascosto.
Speravo di non dimenticarti,
o di aspettare il tempo di capire
se valesse la pena aspettare.

Sul comò forse, innanzi alla specchiera
in cui a lungo si specchiò, tetragona
bambola capelluta. O sulla panca,
negletto e impolverato come altri
più antichi ingombri. Oppure sopra il letto
dove avresti dormito con me – forse.

Molto di te mi avevi raccontato,
tutto di te ignoravo, tranne gli occhi.
Ti sarebbe piaciuto? Era un po’ troppo
o troppo poco? E inoltre (e innanzitutto),
avresti, amore, preso quel treno
prima che la rafia delle ciocche
perdesse il suo colore?

 

domenica


Mi alzo dal letto che ho già preso
la grave decisione
(o forse è lei a prendermi,
mentre ancora sbadiglio): mi rado.
Lascio solo il bargiglio.

I primi peli grigi sulle gote.
Tardivi, a dire il vero. E un poco storti.
Ritti, stopposi, quasi un’aliena,
più ispida vegetazione.

(Avevo scritto qui, ieri sera,
due mezze righe. Versi, pressappoco.
In uno compariva tra due virgole
la parola amore. Seleziono,
premo Delete. Le dodici e trenta,
l’ora di colazione.)

 

diario autunnale del fotografo dilettante


Mi è parso talvolta, in questi giorni,
di rivederti nell’oro di un faggio,
nel verde dei tigli che si sfa
in ruggine, e nel verde che resiste,

nello specchio di un lago, in uno sterpo,
in ramaglie emergenti da uno stagno.

Ho creduto di ritrovare
un colore, un indizio
del tuo lieve passaggio, del tuo passo,
una baluginante somiglianza
ai tuoi occhi e alla tua figura.

A volte, persino, imito una tua postura,
un tuo gesto, impugnando quel congegno
da cui mai ti separi.
Oggi, inquadrando un cespuglio di mirto,
mi è sembrato quasi di riuscire
a usurpare il tuo sguardo.

Ma l’illusione dura fino a sera,
quando sul desktop, dove ora abiti,
smuoiono i colori dell’autunno
che troppo, ahimé, rifulgono.

Invano aumento la luce, il contrasto
e la saturazione, come ho fatto
con altri amori, in altre stagioni:
non ritrovo i tuoi occhi, né il mio cuore.

fine dell’estate?


Il cupo, interminabile temporale,
le brutali ventate
di ieri, le sirene dei pompieri
accorsi a sgombrare la nazionale
degli alberi sradicati.

Ma io non mi rassegno.
Patirò il freddo anche stanotte,
nudo sotto un semplice lenzuolo.

Il meteorologo in televisione
la dichiara finita – finita.
Temperature in picchiata,
assicura il telegiornale.
E mostra gli ombrelloni ammainati
su una spiaggia adriatica.

Eppure non mi rassegno.
Non oso telefonare
a mia madre – che non mi dica
che anche laggiù è finita.

lotta


Chi era il bersaglio? Contro chi scagliava
all’improvviso lacrime furenti
il tuo amabile sguardo? Chi
ti minacciava, se così lottavi
col mio abbraccio sgomento
e dall’esile gola prorompeva
l’orribile anatema?

Contro chi agitavi le braccia
nella scomposta scherma? Era un mostro
malvagio in cui si trasfiguravano
sembianze finora benigne? L’idra di Lerna
che con nove fauci ti mordeva?

Era un solo nemico? Erano tanti?
Era solo il mio amore? O un’antica,
torva schiera di amanti?

(autunno 2004)

 

gita in barca


Sono partito infine, è non è stata
solo una gita in barca. Ero lontano,
in un paese appena tentato
dall’immaginazione. La laguna,
i sentieri selvatici di mare
tagliati tra i canneti
di puccinellia palustris, dove vola
l’airone cinerino e su ogni palo
sta solenne un gabbiano.

Ero con degli amici. “A che pensi?”,
mi chiede uno. “A chi?”, incalza l’altro.
Io, nel cuore, come un gabbiano
presidio la mia briccola, il mio palo.
Penso che me ne andrò altrove, che non amo
nessuno e non voglio vivere in nessuno
dei luoghi dove ho vissuto.


Con l’immobilità
del capo, e quei capelli,
cosa voleva dire
- a me che, se parlasse,
non la potrei capire
- lei che mai più potrà
dire alcunché, eppure
vuole che la si canti
bella, che la si ami,
anche così lontana:
quale promessa, quale rinnovato
addio, quale racconto
o confessione postuma,
con quei capelli scuri
e più folti, mi è parso
- lei che li ebbe chiari
e quasi radi?