Precise generalità

Ho totalizzato una ventina
di duplicati del mio documento
d’identità. Nonché perderlo spesso,
lo lavo in lavatrice, lo cancello.
Mia moglie ride, dice che anch’io sono
la duplicazione reiterata
d’uno smarrito labile me stesso.

Se io sia ammogliato o no, non saprei dire,
perché non conta lo stato civile.
Quanto al sesso e alla fedeltà,
è un matrimonio casto, e i tradimenti,
sporadici e ammessi, non comportano
che blande gelosie dissimulate.

L’impiego, quello è stabile, statale.
Ma se mi si domanda in che consistano
le mie mansioni, la risposta giusta
è che traggo acqua da un pozzo
con un paniere, servizio che svolgo
con qualche solerzia e diligenza.

Dove abito o eleggo residenza
non è mai il luogo dove vivo.
Io e mia moglie abitiamo
in due case diverse; figli miei
potrei averne, ma non li conosco.
Qualche volta fui padre putativo,
ma resto orfano e figlio, in prevalenza.

Lontana dal villaggio dove scrivo
c’è una lucida stele d’alabastro
che insieme ad altri nomi reca il mio
e la data in cui nacqui, ma è probabile
che neppure lì abiterò.
Mi piace pensarmi esule. Non so
da quale patria e per quale viaggio.

7 commenti su “Precise generalità

  1. Mi piace perché è compatta, priva della minima stonatura, con niente di superfluo. Tutto si tiene e scorre felicemente fino alla conclusione. Non la toccare:-))

  2. C’è chi pensa di finire nella fossa o semplicemente dentro un fosso, chi sogna di disperdere le sue ceneri al vento o nelle acque, chi di chiuderle in un’ urna o addirittura in un sarcofago di marmo. A pochi è dato di pensare il proprio nome scolpito sopra un’erma (o un obelisco forse?) d’alabastro. Sarà labile e smarrito il suo se stesso, signor poeta, incerto e vago lo stato civile, vano il suo lavoro di solerte impiegato, opinabile la paternità, ma si conforti: certo non le manca la certezza, anzi il senso glorioso del suo invidiabile fallo, visibile a distanza, prezioso, aere perennius.

    • Avrei potuto usare la parola lapide, signor strizzacervelli, ma, a parte il fatto che la lingua si ‘invarigolerebbe’ con quelle due sdrucciole e con tutte quelle allitterazioni (lucida lapide d’alabastro), trovo più esatta la parola stele. La stele, recita il dizionario, è una lastra di pietra, o di marmo, posta in posizione verticale, mentre la lapide chiude la tomba, quindi è in posizione orizzontale, come il contenuto del sarcofago o della fossa. I nomi dei trapassati sulla tomba di famiglia, nel mio caso, sono incisi su una lastra verticale; che non è certo “monumentale”, ma pur sempre di stele si tratta. Forse non è una stele di alabastro, ma di marmo lucidato a specchio.
      Insomma la stele è una lastra di pietra, non è un obelisco, una torre, una colonna. Non c’entra un ‘fallo’ con il fallo (voi strizzacervelli vedete falli dappertutto). Semmai suggerisce l’idea della perennità, della consistenza e della persistenza (opposti all’inconsistenza e alla precarietà dell’umana esistenza). E’ una pietra sulla quale gli uomini scrivono, perché nomi e parole incise sulla pietra durino nel tempo (un po’ come certi blog che conosco, che sopravvivono ai loro blogger…).
      Comunque sia, lei, signor Orione, ha colto perfettamente il senso di quel monumentum d’alabastro, posto lì, a conclusione del componimento, quale occasione di riscatto per il signor poeta, come lei generosamente chiama l’autore di questi versi. Riscatto da una vita incolore, dalla precarietà, dall’insignificanza, dalla labilità dell’identità. Sennonché il “poeta” presagisce che quell’occasione non sarà colta (“neppure lì abiterò”). E’ quindi probabile che del poeta stesso non rimanga traccia. Le sue ceneri verranno sparse al vento: non dalla cima di una rupe, ma da una terrazza al secondo piano. O potranno far da concime a una ‘grasta’ di basilico, se preferisce.

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