‘U cantaranu

Nnê jurnati cubbusi comu a chista
iu mi sentu ‘na speci ‘i cantaranu
niricatu di l’anni, camulutu,
pisanti, vecchiu comu li nannàvuli.

Haiu casciuna aperti e n’haiu chiusi,
ma d’ognunu pirdiu lu so chiavinu.
Quasi tutti su chini ma coccunu
è vacanti e scasciatu dî latruna.

Nti chiddi chiusi sacciu chi c’è robba
arrizzittata, e ddà hav’a ristari;
nti chiddi aperti è ‘na gran cunfusioni
e ‘un haiu vogghia e valìa di circari.

4 commenti su “‘U cantaranu

  1. Il canterano

    Nelle giornate uggiose come oggi
    mi pare d’essere quasi un canterano
    scurito dagli anni, roso dai tarli,
    pesante, vecchio come i bisavoli.

    Ho dei cassetti aperti e ne ho di chiusi,
    ma di ciascuno ho perduto la chiave.
    Quasi tutti sono pieni, ma qualcuno
    è vuoto, sconquassato dai ladri.

    In quelli chiusi so che c’è roba
    ben ordinata, e là deve restare;
    in quelli aperti c’è grande confusione
    e non ho voglia né forza di guardare.

  2. Nee giornae incaigae come questa
    me sento come un comò vecio
    scurio da l’età, incamolà,
    grevo, vecio come me nono.

    Go cassee verte e ghe ne go serae,
    ma de tute xe andà perse e ciave.
    Quasi tute xe piene, qualcheduna
    xe voda e sfondada da i ladri.

    In quee serae mi so che ghe xe roba
    ben impiegada, e là a ga da star.
    In quee verte ghe xe gran confusion
    e no go voja de andar a furegar.

  3. Ecco. è proprio vero. Solo un dialetto forse è in grado di rendere un altro dialetto. Perché il loro mondo è simile, fatto di cose concrete, pratiche, di gesti antichi e quotidiani, di discorsi familiari.
    L’italiano è più lontano da tutto questo: lingua di tradizione scritta, meno legata alle cose. Ne sa poco di biancherie riposte nei cassetti. Ne può parlare ovviamente, ma resta una gran differenza: i suoi cassetti non hanno odore.
    Bella versione, Annalisa:-)

  4. … Oggi me sento tuto incaigà anca mi, anche se la giornata non è cubbusa.
    Annalisa la pensa diversamente, e questa traduzione l’ha fatta quasi controvoglia. Ma sono certo che si ricrederà, quando avrà letto questo tuo commento :)
    Forse hai ragione, in generale, Anna. Ma il tuo non è un italiano qualsiasi: tu sei una poeta!

    E’ vero, il dialetto riesce meglio a parlare delle cose, dei gesti concreti ecc.; ma è difficile fargli dire qualcosa di diverso da ciò che sa e può dire. Il rischio è che rappresenti una realtà stereotipata, un mondo già confezionato, troppo noto, mummificato, impermeabile ad ogni novità e mutamento. Chi scrive in dialetto avverte la costrizione di una gabbia culturale da cui è difficile uscire. Una volta entrato in questa gabbia, mi sembra di non riuscire più a vedere cosa accade fuori. Per fortuna io non voglio restarci per sempre, anche se ci sto bene. Mi ci rannicchio come nella stanzetta della casa materna (e paterna), mi ci sento in ferie, mi riposo. Non guardo più la televisione, non leggo i giornali online. Dormo tanto e mi nsonnu i cosi antichi.
    Insomma, il dialetto è una regressione, un ripiegamento in ciò che è noto e immutabile, e perciò rassicurante. In un certo senso è una sconfitta, questo ritorno alla lingua di una cultura sconfitta. La lingua italiana rappresentò per me una conquista difficile, un salto verso il nuovo e l’incognito, un’avventura eccitante, oltre che un desiderio di riscatto da una condizione di subalternità. La conquista era difficile (e in parte rimane irrealizzata), perché non mi accontentavo dell’italiano imparato a scuola, ma volevo capire, sapere, imparare davvero… Ero molto volenteroso e diligente da ragazzo. Ecco allora la scrittura. Cominciai a scrivere (in italiano) per imparare a orientarmi nel “nuovo mondo”. Era un po’ come studiare le mappe prima del viaggio. Mi si spalancava davanti un mondo affascinante, ricco di promesse.
    Non sto parlando solo del mio inevitabile destino di emigrazione. I grandi cambiamenti di quegli anni (il boom economico, la deflagrazione di tutte le certezze, delle culture secolari, l’omologazione…) ci traghettavano tutti, emigranti e non, in un continente inesplorato (perciò… benvenuta anche tu nel bastimento :)

    Io ci ho viaggiato a lungo, su quel bastimento affollattissimo. Ho visto tante coste, molti paesi, ma sempre di passaggio. Ho familiarizzato con alcuni (pochi) viaggiatori, mi sono a volte divertito. Ma mi sento come non fossi mai sbarcato, come non fossi mai arrivato da nessuna parte. Ogni volta che tocco terra per comprare gadget e souvenir, mi domando unni sugnu e picchì.
    Quella migrazione in una lingua che, appunto perché meno legata alle cose e alle esperienze acquisite, si presentava ricca di possibilità, si è rivelata infine deludente; forse a causa dei miei limiti, o del mio scarso coraggio. Troppa confusione, troppe direzioni, distrazioni, bizzarrie e nuovi stereotipi sul fronte delle (poche) esperienze letterarie; troppo incolore l’italiano medio, quello televisivo e dei luoghi di lavoro.
    Sconfitto, mi nni tornu dda jusu. Ma non propriamente nel mio paesello. E non per sempre.

    Qui c’è materiale per una poesia: “‘U bastimentu”. La metafora è promettente.

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