Eraclea (appaesamento)

Di qui devo già essere passato,
se non l’ho sognato, o se non fu
in un’altra vita. Lo conosco,
questo muretto longitudinale
che taglia in due la spiaggia.
Il bosco, i bungalow,
il parcheggio, i soliti divieti
ai non residenti, o ai non paganti.

La pineta, il chiosco, i due gelati
(tu al cioccolato, io all’amarena),
vecchissimi turisti raggrinziti,
il senegalese che spaccia
accendini e pareo variopinti.
E questi moli che si protendono
verso il largo e lungamente pettinano
onde verdi e turchesi.

Eraclea Mare, eraclea Minoica,
l’agrigentino e le foci del Piave:
ormai sono un medesimo paese
nel cuore che ritrova a poco a poco
il suo oriente perduto, il suo paesaggio.

Poi, nel pomeriggio, s’alza il vento.
Un tumbleweed riprende
il suo viaggio indeciso,
rotolando lieve sulle dune
alla ricerca di una cuna umida,
di una campagna verde.

Ma tutto alla mia età è déja vu,
e ogni luogo è la patria. Specialmente
se la donna che mi accompagna,
sotto ogni cielo, sei tu.

Certezze

Qui no, non può accadere, dice il vicino,
che ci crolli il soffitto sulla testa.
Sotto i nostri piedi non ci sono
lava fuoco crepacci sotterranei,
croste di roccia crepate come forme
di Parmigiano caduto dagli scaffali,
né strisciano sotto queste case
malefiche placche tettoniche
sospinte dalla deriva dei continenti.
Qui i fiumi non possono esondare,
li hanno deviati, costretti in canali
ben disciplinati. Le brentane
non sono che un ricordo, figurarsi
i terremoti: non ce n’è mai stati.
Queste sono paludi bonificate,
qui sotto c’è acqua e fango, qui è una landa
sicura, ammortizzata.

No, non moriremo di terremoto
io e il mio grasso asmatico vicino.
Tutt’al più pioveranno rane
nel giardino condominiale.
Posso dormire il sonno del giusto
(ho donato due euro via sms)
e godermi in tv lo show no-stop
di questo e altri disastri.

Ripassando gli insegnamenti materni

Non mettere sul letto giacche scure,
tovaglie ricamate a tralci e fiori
e specialmente scarpe: è malaugurio.
Mai aprire un ombrello dentro casa,
che porta male – Mai tagliare il pane
con la manca, o da dritta verso manca:
è presagio di guerra o inimicizia.

Uscir di casa tardi porta al vizio,
il pane a casa tua e ovunque il vino.
Cucire al buio e al chiuso è delle streghe,
a donna alla finestra non far festa.
Avere tanti amici è repentaglio
di corna o d’altre beghe, non averne
è gelosia del tuo, è tirchieria.

A tavola il coltello deve usarlo
Il più vecchio, se ha senno e valìa:
mai un adolescente. Se ti versa
il caffè nella tazza un tuo parente,
prendila con la manca, a scongiurare
fatture e magarìe. E se hai vent’anni,
stai zitto in casa altrui, nella tua canta.

Non buttare mai il pane: è un’empietà.
Sull’olio spanto a terra spargi subito
quanto più sale puoi. Mai salutare
con la mano alla porta, o dalle scale.
Dando la mano, evita la croce
tra braccio e braccio; non tocchi la scopa
la punta della scarpa a una zitella.

Prestare è bello, meglio è non prestare.
Mariti e mogli altrui, stanne lontano.
Se mi fischia un orecchio non è certo
un acufene, ma una bella donna
che sta pensando a me – e ancora lei
che nomina il mio nome, se più volte
mi cade il cellulare dalle mani.

il dopo-elezioni


Dopo l’aprile piovoso (e non solo),
spero che faccia bello e il merlo esulti
là sulla tenera cima reclina
dell’abete davanti al mio poggiolo.
Spero che maggio duri i suoi trentuno
giorni, e poi segua giugno anche per me.
Che venga tardi luglio e poi l’autunno,
spero, e di alzarmi presto la mattina
per rassegnarmi al sonno non più tardi
delle dieci di sera. Che non strillino
per le scale i bambini, ch’io non oda
altro che il merlo cantare. E che infine
ci facciano la grazia di abolire
la moda delle braghe a vita bassa,
perché siano più belle le ragazze.

i fumatori

I fumatori mesti,
stupidi fumatori
nel cortile dell’intelligent building
o seduti sui gelidi gradini
della scala antincendio,
a coppie o soli, taciturni – loro
la sera guardano tutti i telegiornali,
ma non andranno a votare.

Le mogli li hanno mollati,
di scatti contrattuali
non sono mai informati, non gliene cale.
I colleghi li chiamano ladri,
dicono che finiranno male:
un bel cancro sarà il loro salario.

L’inflazione è al 4%,
la nazionale non promette bene,
si scioglie la banchisa polare,
le banche americane hanno perso 180 miliardi di dollari nell’ultimo anno,
Berlusconi vincerà le elezioni
e loro che fanno? Fumano.

Fumano! E tacciono. Infreddoliti e grami,
perseguitati dai solerti agenti
del dl 16/01/2003 n. 3,
invisi agli ottimisti ai pessimisti
ai salutisti ai sindacalizzati,
loro, l’appestata e silenziosa
minoranza, gli stoici pezzenti,
alla vita non chiedono che questo:
qualche pausa per scomparire un poco
dalla scena triviale.

si parlava di alberi, io e Anna


L’abete, quel povero albero
che dicono abete di Natale,
mette una tale tristezza, e lui stesso
pare così infelice,
se il giardiniere ne piantò uno solo.
L’infelicità puoi riconoscerla
in un vegetale, in un cane
come in una cassiera.
Io la riconosco anche in un sasso.
Ne ho, per dire, qualche cognizione.

Nasce così, già sbocciato,
l’abete: è un pino estroverso
per habitus e conformazione.
E’ tutto un dispiegare di grandi ali,
proteso ai voli, estroflesso,
disarmato: l’abete
è un richiamo, l’attesa di un abbraccio.

Spampàna fiducioso le sue fronde
a quel che viene, al sole e alle intemperie.
Come le creature umili, è sensibile,
socievole. L’abete
è fatto per insinuare i rami tra i rami
di un abete sodale, vuole almeno
un compagno della sue specie.
Ma si contenta di una compagnia
arborea purchessia.

Niente è più compassionevole
di un abete solo
in mezzo alla campagna – o come quello
che reclina la cima, muto, croce
di se stesso, davanti al mio poggiolo.

Bisanzio


Stanotte la mia casa s’affacciava
sul Canal Grande. Abitavo nella Ca’ d’Oro,
o forse altrove, in riva al Corno d’Oro
in una fantastica Bisanzio.
Passavano velieri galeoni
e gondole feluche sanpieròte.
E tutte, varie e lievi imbarcazioni,
si allontanavano, mentre il balcone,
staccatosi dalle trifore moresche,
come un tappeto volante si alzava in volo.

Ma ecco, tra cigolii e schianti, nell’azzurro
fattosi d’improvviso fosco e buio,
avanzare una nave immonda, nera,
così grande e vicina
da oscurare il cielo. Si fermava
e incombeva come un vasto muro
d’un guasto condominio.

 

appunti di viaggio


Fusina è una ringhiera
tra un prato verde e il mare.
Quattro acacie, due tamerici,
un bar, un imbarcadero.

Su sdraio coloratissime
i mestrini prendono il sole.
Lungo la banchina aristocratici,
surreali lampioni.

Un cartello stinto, forse un divieto
di balneazione, o di pesca.
Del resto con quale scusa,
con quale esca…

Passano vicinissimi
rimorchiatori e navi
dai cui nomi traiamo auspici:
R.E. tours, O.S.A., Icaro, Caronte.

Fusina è il mare più vicino,
la Rimini dei pigri,
il terminal dei sedentari.
Venezia è sull’altra sponda,
oltre una fuga di briccole.

Da qui, in questo settembre, potrei partire.
Telefonare, almeno.
Ah le rotte d’oriente!

Ad A. che “riordina” la (sua) casa di vacanza


Ancora brucia il sole del pomeriggio
mentre, seduto sotto il fico, torno
a interrogarmi sulla ragione
del tuo tornare qui – del mio non dico
o non ricordo,
ma so che saremo per sempre
compagni almeno in questo ritornare
al luogo dei nostri sponsali.

Sarà un breve soggiorno: per te
durerà poco più del lungo viaggio,
quanto basta per dare aria alla casa
e sgombrarla di certi rinsecchiti
“cadaverini”, come tu li chiami.
Topi? “Ma no, topolini:
non più grandi di scarafaggi”.

A sentire le zie, ci vuol coraggio
anche solo ad entrare; figurarsi
a dar di scopa, come tu sai fare,
sui muri di pietra grezza, sui vecchi travi
pavesati di pendule ragnatele
simili a grigi, laceri tendaggi.

Eppure è bello qui. “Sì, molto bello,
amore”…
Non suona strana
la parola, non più abituale,
a dieci anni dal nostro divorzio.
Con che tenerezza mi guardi
da sotto i ricci stinti e impolverati!

Ma sì, ti amo, amica
e compagna di sempre. Ti amo
perché so tutto di te e non ti conosco.
Ti amo perché non mi sei parente,
hai cessato di essermi amante
e sei la mia famiglia.
Ti amo perché non capisco
e ammiro e disapprovo
questa tua eroica devozione
ad una casa, l’improba fatica
che chiami, minimizzando,
riordino. Ti amo
per come, serenamente e con vigore,
contrasti il disfacimento. Ti amo, tanto
che non mi trattengo dall’abbracciarti
mentre mi riferisci, con una smorfia
più d’afflizione che di ripugnanza,
sull’effetto delle esche avvelenate:
piccoli, ah sì, minuscoli,
e quasi indistinguibili, nella polvere,
dalle foglie secche dei gerani.

Mi piace e mi commuove
il tuo affanno, la tua scalmana,
il bel colore rubizzo da fornaia
davanti al forno, ma assai mi dispiace
che tu debba patire questo caldo.

Impiegherai tre giorni
(i più roventi giorni del secolo,
secondo i notiziari)
per compiere il faticoso rito. E quando
dalla polvere riemergeranno
l’ara, il tavolo di pietra
radicato nel pavimento
come il letto di Ulisse, e poi quello
che fu il nostro letto smontabile,
il talamo da campo, trispi e tavole
e materassi; quando riappariranno
lo scheletro ligneo di una sella,
le damigiane impagliate, le quartare,
le stoviglie incellofanate,
le sedie di moplen
– e le cassapanche tarlate
da dove, perché non muffisca,
tiri fuori il corredo da sposa
e lo sciorini per l’aia al sole,
lo stendi sui cespi di gerani,
sulla lunga ringhiera, sulla pergola,
sulla pietre da collezione;

quando avrai rassettato ogni cosa,
riposto tovaglie e lenzuola,
impilato una sull’altra
vecchie valige e arcaiche cassapanche,
ornato di nuovi cardi e fiori secchi
il tino, gli orci e gli angoli più in ombra;
allora sigillerai le imposte,
chiuderai le porte di ferro,
e, riconsegnate le masserizie
alla custodia del buio che le divora,
ripartirai contenta: di venerdì,
col pullman delle quindici.

Di nuovo, dopo il commiato, i miei parenti
(che chiami ancora zia, cugina, mamma)
diranno che sei stramba, che sei brava,
a venire da così lontano,
tu, multilaureata e veneziana,
a sfacchinare come una vignera.

Nei giorni che seguiranno
ripasserò davanti al cancello chiuso.
Lo riaprirò, una volta, prima che
anche la mia estate sia conclusa.
Strapperò ciuffi d’erba dal lastricato,
Innaffierò i gerani e gli oleandri,
coglierò dei fichi da portarti.
Ma la porta, la porta del tempio
resterà chiusa per un anno.

Torneremo, di certo: esattamente
nella terza decade di luglio.
Ai miei occhi la casa avrà altre crepe
e io altre ferite, ma per te
nulla sarà mutato.
Io mi siederò sotto il fico
sempre più verde e fronzuto,
tu brandirai la scopa e alacremente
spazzerai via le macerie e la terra
in cui tutto precipita e si perde.

_________________________


Ad A. che riordina, ecc.
(postilla polemica)

Io non potrò mai esserti d’aiuto,
farti da chierichetto: non lo prevede,
il rito, non me lo concede
il genius loci che con te invece
è in mistica, perfetta comunione.

La querelle, non del tutto scherzosa,
è anch’essa annosa e rituale.
Non posso non rimproverartelo:
sono tuoi, non più miei
i polverosi tesori.
Il divorzio fu infatti ratificato
da un notaio, lo stesso
che aveva celebrato il matrimonio.
Il profanus da allora
Non può entrare nel tempio
che per recare alla sacerdotessa
(a Demetra, a Minerva)
offerte che spera gradite: frutta, granite,
olio, acqua del pozzo,
vasetti per dolcissime conserve.

la palude di fronte


E’ un vecchio cantiere chiuso,
dicono i coinquilini,
lo sterro erboso, il luogo misterioso
che quando piove diventa acquitrino
e cova di zanzare tigre, forse di tigri, là
oltre la rete zincata e il contrafforte
di una ben squadrata siepe di bosso.

Di là misteriosi, perigliosi fossi
nascosti da erbacce e canneti, di qua il giardino
condominiale, dove, ludibrio dei bambini,
sconfinano a volte rane
spaesate che non ritrovano
la smagliatura, il varco per tornare
nel loro mondo lontano.