PORTO EMPEDOCLE

quegli ulivi, com’erano antichi!
Provvidero gli unguenti a salme greche
e ai Sicani olio e collane.
Ma le ruspe li strappano già via
insieme a rugginose falci e spade
e monete che brillano ancora
se le strofini s’una pietra nera.

Pazienti ulivi nati sulle tombe,
sulle stoviglie e i teschi di coloni
che aravano ossame di coloni:
Ricordate voi? Ricordate?
Non dico l’eroe o il nobiluomo
che sprofondò nella nebbia dell’Ade
lasciando stoviglie d’oro e armi argive
nella terra assolata,

ma le voci recenti, il canto
dell’aia. Ricorda qualcuno?
Il frumento battuto con le mazze,
trebbiato dagli zoccoli dei muli,
spagliato col tridente. E tu ricordi,
accigliato Nettuno?

Qui frantumi di tegole si mischiano
ad ariballi anfore crateri.
Capitelli e pietre degli stazzi
fanno un pietrame indistinto.
Tutto cambiò, morì tra questi ulivi,
persino il morire. Ma il merlo
è sempre quello
e fischia un eterno motivo.

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