a Ignazia, 34 anni dopo

Era aprile per me,
per te ancora febbraio.
Somigliavi al tuo nome, tu, delicata
e danzante come una fiammella
tenue, fiore di mandorlo,
presentimento appena
della tua inquieta primavera.

“Ma che schifo di nome! Ti pare
un nome da ragazza?”,
dicevi tu, Ignazia. Ma nessuna
era di te più bella, nessun’altra
aveva la tua grazia,
il tuo portamento, i tuoi fianchi:
il tuo culo, ghignavano gli amici,
dandosi ad una finta, comica fuga
perché non li punissi dell’oltraggio.

Ma io specialmente amavo
le tue piccole orecchie, e la tua bocca
che non sapeva bene cosa fosse
quell’avventato sì, quali ne fossero
le conseguenze; pure, stoicamente,
considerasti un dovere
lasciarti baciare e toccare.

E io, vile e ribaldo, eroicamente
poi raccontavo di cosa ti avevo fatto,
ma senza dire che restava saldo
ogni tuo baluardo. Con ardore
mi graffiavi il collo, le mani:
come quei pulcini di poiana
che quand’ero bambino predavo
in certi nidi di sterpi sulla pietraia
in cima alla montagna.

Potevo toccarti, sì, ma “non così”:
dovevo chiudere gli occhi
e mai provare a spogliarti.
Tuttavia progrediva quell’amore
ogni giorno di un bacio nuovo
e di un altro bottone.

Ti amavo, mia libellula, ma entrambi
fummo vittime della paura
e del pudore:
tu dovevi nascondere il tuo seno,
io il mio batticuore.
Ah quel frutto invitante! Non potei
quasi neppure morderlo,
tanto era duro e acerbo.

Amore dolce, amore che ignorava
di essere amore, amore annientato
da quel suo stesso impeto, amore insonne,
amore ebbro, amore mentitore
come l’ubriaco che giura
di non aver bevuto:

ora vorrei tornare a passeggiare
in quel giardino incantato, e lì restare.
Allora, invece, tentai di portarti
con me in contrade lontane,
dov’erano remoti casolari:
a Leano, a Muliano. Poi a Milano,
sulla luna…

Restare lì con te! Avvicinarmi
pian piano, come a un passero
perché non voli via!
Il mio passo sarebbe così cauto
che neppure i trifogli
avrebbero di che temere.

Il mio abbraccio sarebbe più lieve
della brezza sui fiori d’aprile.
E dolcemente, senza fatica,
ricorderemmo che fummo amanti
in un altro luogo, un’altra vita.

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