Lassù

La terra vista dalla luna (e viceversa)

Quando vengono in ferie gli emigranti
è agosto, il sacro e santo menz’austu,
la fatale festa del ritorno
e della madonna (Santissima
Ausiliatrice delle Vittorie).

Le tavolate in campagna,
specialmente di sera,
con la lampadina appesa al fico,
le paste di mandorla dolcissime
e il melone rosso (che lassù
si chiama, pensa un po’, melondorùge).

Quando non piove, di giorno
vien notato che il cielo è cilestre
e di sera le stelle sono tante
e la luna una sola (a dire il vero
c’è dappertutto, ma non così grande).

Ah, una notte così
te la sogni lassù,
a Dusseldòrf a Bruxelles a Milano.
L’acqua di fonte è pura, il pane è buono,
la lattuga è fresca, le uova pure,
il sole tramonta ogni sera dietro il colle
e, pensa un po’, rispunta ogni mattina.
Però lassù, come dire?, è un’altra cosa:
le città sono tutte in pianura,
le strade larghe e piane, gli autobùs
ogni dieci minuti.

Lassù c’è tanta gente, ma riservata.
Gli ospedali sono puliti,
le infermiere educate.
Si muore quasi mai, e per le strade
si vedono pochi e sparutissimi
cortei funebri. Ah sì, Lassù la gente
sta proprio bene.

Nei bottegoni vendono di tutto,
li chiamano supermercati.
Sui balconi milioni di vedove
coltivano gerani e rose.
Certo, ormai anche qui.
Ma credimi, lassù
è un’altra cosa.

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