Riprendendo a scrivere, nel mese di ferie

Agosto 2005, Piazza Armerina. Nel mese di ferie, per la prima volta dopo molti anni, avevo una macchina per scrivere. Mi avevano prestato un computer. E così mi sono fottuto il mese di ferie… O forse no.
Questo cappello è necessario perché il poemetto è un frammento di un discorso più ampio, i cui pezzi prima o poi riuscirò a calettare. Per me non si tratta di mettere le poesie una dietro l’altra, come in questo blog: bisogna trovare, creare gli incastri.
Aver rinunciato al gioco dei commenti mi è stato d’aiuto. Adesso i miei lettori sono ben pochi, ma mi leggono davvero. E finalmente scrivo qualcosa di nuovo.
Appena mi passa l’ispirazione, abilito i commenti.

 

Sono tornato. Qualcuno
mi chiede coma va,
e se ho mai completato
l’inedito famoso assottigliato
dalla lima, guastato dal tempo.
Sono sempre più pochi e invecchiano
i vecchi amici.

Non ho che un mese su dodici
per frugare, non solo tra le carte
di un tempo. Constato che il nervo
rimane scoperto, malgrado
i mezzi siano nuovi, più potenti,
e le parole meno rumorose
e meno urgenti. In tanti anni
non ho fatto che suturare
e ricucire, ma è inutile.

Più d’uno nella matassa
i fili da riannodare,
la trama ha troppi nodi e smagliature,
un lavoro infinito.
Varrebbe la pena disfare,
rifare tutto, con pena
e pazienza ritessere la vita.

Adesso potrei scrivere di notte,
il PC non disturba. Ma oggi
ho meno motivi di allora
per non dormire – ma dov’è finita
la mia l’Olivetti Lettera 32?

Potrei, volendo, non aver nulla
da dire, specie per iscritto, ma
le mie due anime gemelle
cresciute in climi distanti
discorrono un po’ tra loro cautamente,
sfiorando ed evitando di infilare
dolorosi e triti argomenti.

-Tu come stai? -Io bene, e tu? -Così così…
Per essere più precisi,
mi manca qualcosa, mi manca
qualcosa come una patria, non so, un posto
adatto a questo tavolo
che regge un Pentium quattro
e la tastiera made in Taiwan.
Fu piallato a mano da un falegname
di cui conosco il nome e un pronipote.

I tarli soffocati dal benzene
ne avrebbero da raccontare!
E persino da scrivere. E anche noi
ne avremmo di file da tradurre
e da spedire! Ma
non troviamo un accordo
sull’eredità, io e lui viviamo
in pianeti diversi e siamo l’uno all’altro
zavorra tarlo paralisi.

Uno è sensibile, ascolta
il fruscio che fa il vento tra le foglie,
l’altro soffre di ipoacusia
per via del fruscio della ventola
del PC.

L’uno lavora, l’altro maledice.
L’uno è cocciuto e cieco, come chi deve
alla Torre un tributo di mattoni,
l’altro smonta il Lego, e coi suoi versi
si disgrega e rinasce, e mai finisce
ciò che comincia. Così
rinvia la predicazione
di una fede imperfetta, così scampa
a nuove, più insidiose inquisizioni.

Lo schiavo distrugge di notte
ciò che di giorno edifica. A lungo scrive,
poi seleziona e preme il tasto Del.
I pochi lemmi che sfuggono alle maglie
li bloccherà un’altra Rete. L’esiguo
e discreto fiume di parole
scorre dentro il monitor, rifluisce
per tornare a fluire e disperdersi
nel mare che lo generò.

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