si parlava di alberi, io e Anna


L’abete, quel povero albero
che dicono abete di Natale,
mette una tale tristezza, e lui stesso
pare così infelice,
se il giardiniere ne piantò uno solo.
L’infelicità puoi riconoscerla
in un vegetale, in un cane
come in una cassiera.
Io la riconosco anche in un sasso.
Ne ho, per dire, qualche cognizione.

Nasce così, già sbocciato,
l’abete: è un pino estroverso
per habitus e conformazione.
E’ tutto un dispiegare di grandi ali,
proteso ai voli, estroflesso,
disarmato: l’abete
è un richiamo, l’attesa di un abbraccio.

Spampàna fiducioso le sue fronde
a quel che viene, al sole e alle intemperie.
Come le creature umili, è sensibile,
socievole. L’abete
è fatto per insinuare i rami tra i rami
di un abete sodale, vuole almeno
un compagno della sue specie.
Ma si contenta di una compagnia
arborea purchessia.

Niente è più compassionevole
di un abete solo
in mezzo alla campagna – o come quello
che reclina la cima, muto, croce
di se stesso, davanti al mio poggiolo.

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