In aeroporto

Ed eccoli insieme, affiancati
in un’intimità arresa,
i due trolley gemelli
buffamente rigonfi, identici
l’uno all’altro, fuorché nel colore.

Andiamo in luoghi diversi,
stessa destinazione:
il mio odiamato paese,
la tua patria del cuore.
Non c’è niente di mio nel tuo bagaglio,
di tuo nel mio. Il tempo sarà buono,
promettono il mio e il tuo smartphone.

Ti fotografo
mentre sorridi a una foto
che hai appena scattato.
Decine di migliaia di jpg
testimoniano che ci siamo amati.

Torneremo con lo stesso volo,
nella stessa città, più o meno.
Tu seppellirai nella tua casa
un nuovo bottino di souvenir
e la mia casa sarà sempre altrove.

Trasloco

E’ molto più grande dell’altra,
notano gli amici, e di gran lunga
più luminosa, più bella.
Un lusso, un vero progresso
per il vecchio paguro.
Ma quasi mi ferisce il paragone
col povero e dimesso mio tugurio
svenduto, svuotato in fretta e furia
di me e d’ogni mia cosa.

Io rincaro la dose:
quella non era una casa,
dico, umiliato dal mio stesso oltraggio.
Sono ingrato con chi mi si acconciò
fino a somigliarmi, a diventarmi
fedele come un’ombra, un canapè,
una grigia sposa d’altri tempi.

L’ho lasciata infine
come si lascia un’amante disamata
che provvedeva a vili necessità.
Non le ho neppure parlato, non ho detto
nulla che lasciasse presagire
quel frettoloso addio.
Abbassare per l’ultima volta
le persiane, chiudere le imposte,
dopo averla spogliata e ripulita,
fu un doloroso gesto di pietà,
come chiudere gli occhi
a un vecchio parente defunto.

I troppi arredi, in quella, mascheravano
la sua cupa miseria, mentre qui
piace che le pareti del soggiorno
siano nude e bianche. Poiché è bella,
benché povera, questa
disdegna ogni panneggio, ogni orpello.
Le tende sono candide sottane
con qualche semplice trina.
Le lascerò gonfiarsi come vele,
sventolare come bandiere,
se mai l’autunno seguirà all’estate.

Questa sì è una casa, se dio vuole.
Divani rossi, parquet di ciliegio,
tante finestre, il terrazzo
impavesato di fiori e lenzuola.
Più di tutto mi piace che si affacci
sugli alberi del giardino condominiale
che il tramonto accende come torce.
E apprezzo che vi siano tanti cassetti
nello studio e in camera da letto,
dove disperdere, perdere
i cimeli scampati ai sacchi neri.

Ma ho ancora troppe masserizie, ahimè,
dopo la palingenesi imperfetta.
Non so trovare un posto necessario
a molte cianfrusaglie
misteriosamente risparmiate,
né come classificarle. Specialmente,
non so decidere dove intombare
certe carte ingiallite,
perché giacciano in pace.

A due mesi dal trasloco

Mancano due mesi alla catastrofe,
alla palingenesi sperata,
ma dura ormai da tanto l’agonia,
il sonno polveroso alle pareti
di quadri e smemorati souvenir.
Come di un centenario in un ospizio
mi si sono sfaldati i ricordi,
e il disordine antico nella casa
è di una specie nuova: ciò che prima,
benché provvisorio e fuori posto,
aveva una sua sorda presenza
e quasi una propria volontà
nello stare qui o là, o nel nascondersi,
ora è inerte, smarrito e in evidenza
come per una confusa esposizione
in allestimento – O in una scena
tutta da disfare, in cui le cose
sono così fragili e in bilico
che non oso spostarle.
Ogni suppellettile, ogni scoria,
persino le bollette sulle mensole,
solo a toccarle si dissolverebbero
nel nulla a cui sono destinate.

Primo giugno

Le sei di pomeriggio. Lo smonamento
che precede la conclusione
delle ingloriose fatiche quotidiane.
Contemplo non so cosa,
Gli occhiali sghembi sulla scrivania,
la megainsegna della Tim
oltre il fiume di tir sulla Romea,
un macula bluastra sotto un’unghia,
la foto sul tesserino di riconoscimento
appeso al collo, perenne collana,
un numero e un appunto indecifrabili
su un post-it appassito. All’improvviso
realizzo che oggi è venerdì
primo giugno, e conseguentemente
domani sarà sabato, due giugno,
festa della Repubblica.

Le frecce tricolori non sfrecceranno
e i carri armati non sfileranno,
leggo su Repubblica. E, quel ch’è peggio,
saranno chiusi i supermercati.
Coraggio, timbriamo l’uscita
e intrepidi corriamo a far la spesa.

Strammàti

Erano più allegre, un tempo,
le rievocazioni cui indulgiamo
sempre più spesso, io e i quattro amici,
sebbene i fatti, raduno dopo raduno,
appaiano sempre più buffi.
Da molti anni non siamo più giovani
e solo ora, vecchi, lo sappiamo.

Qualche bicchiere, molte sigarette,
e infine eccola qua la nostra vita:
logori aneddoti, macchiette
e personaggi strambi. Strammàti,
li chiamiamo noi, a nostra volta
strammàti nei discorsi d’altri vecchi
delusi e maldicenti.

Ridiamo fino alle lacrime,
dispiegando la solita parata
di marionette fruste, amici, amori,
le gaffe degli sbadati come me,
i numeri dei poveri buffoni.

Ma abbassiamo lo sguardo, rimestando
le cicche, quando poi enumeriamo
quelli che non abbiamo più potuto
o voluto incontrare,
i più sfigati, gli squalificati
e chi si ritirò con disonore
da questa corsa zoppa che prosegue
verso mete che non sappiamo più.

Come avvenne, quando è accaduto,
e che potevamo fare noi  per loro,
per i già morti, per gli alcolizzati,
i colpiti da tegole, da infarti,
separazioni – e specialmente per
gli strammàti. Come quell’altro
tanto bravo a suonare la chitarra,
che impazzì all’improvviso
– per amore, si disse.

Tornò da Roma, dopo l’incidente,
e non uscì mai più dalla casa dove ancora
vive la vecchia madre – Per amore!
Ma altro male covava, altra è la pena,
più tremenda la tabe che ci scava.

Disordine

C’era qualcosa di urgente da fare
stamattina, ma non so più cosa
e perdo tempo in un surfing inconcludente,
consulto qualche quotidiano online,
scribacchio versi, tento invano le corde
dello strumento scordato.
Poi per ore mi affanno
in faccenduole domenicali.
Rimesto mucchi di maglie infeltrite,
annaspo tra libri e cianfrusaglie
come con l’intenzione di rassettare,
o di anticipare lo scompiglio
del prossimo trasloco.

Spalanco le ante dell’armadio
come si apre un libro
a una pagina a caso,
per trarre un vaticinio da una frase
o coglier di sorpresa
la verità nascosta,
per trovare qualcosa di perduto,
un passo, della vita, che mi piacque
e non so più dov’era.

Ma la verità è che non cerco
e che qui non c’è niente da trovare.
Niente di necessario o che mi manchi
negli angoli morti e nella polvere,
né un verso tra i molti affastellati
che abbia una ragione
per essere lì e non altrove.
Non un oggetto utile, una penna
che scriva, un foglio bianco su cui scrivere,
un CD nella sua custodia,
una cosa che a un’altra si accordi.

Non un indizio di nobili intenti,
il residuo di un’opera compiuta,
la traccia o il ricordo di un progetto,
la scoria di un momento
di felicità vera.

La casa presso il fiume

A due mesi dal preliminare
quasi non mi appartiene più
l’amata a prima vista, la vagheggiata,
la prescelta, l’unica casa
che davvero ho voluto nella vita.
La libreria di noce, i pavimenti
di faggio, e un grande ginko
così vicino che potrò toccarlo
dal poggiolo  (le foglie del ginko,
quando  traslocherò, il prossimo autunno,
saranno di un giallo irreale).

E’ come non dovessi più abitarci
nel remoto futuro, dopo il rogito,
ma l’avessi perduta e non riuscissi
a ricordarne che l’essenziale,
similmente alle case in cui fui ospite,
o in cui immaginavo di abitare.

Ricordo solo gli alberi, i pavimenti
di faggio, e che è una casa
di una città fluviale.

passeggiata a Giare

Giare – Questa fila di capanne
che non sono capanne ma cavane,
lungo il canale che non è canale
ma esso stesso mare, anzi laguna,
tanto è incerta la striscia di terra
che lo separa dalla barena.
E questo, all’altro lato della strada,
è un campo di rape, esattamente
di ravizzone – sì, ricordo il nome
che m’insegnasti: brassica campestris.

Ripasso la lezione: il ravizzone
è questo giallo mare luminoso
solcato da scriminature verdi
di non so che altra erba; le capanne
di legno scuro, dal tetto di canne,
si chiamano cavane (sì, ricordo).
E le canne non sono proprio canne
ma grollo (graminacea:
puccinella palustris).
No, non conosco la derivazione
del toponimo Giare,
nè la direzione per Oriago
di Mira, Borbiago di Mira,
Gambarare di Mira: dimmi tu
e conducimi, Arianna, ottima guida.

Fa che io non sia straniero in queste lande
di terre e d’acque – indicami, insegnami
il luogo dove vivo da vent’anni.
Qual è il Bacchiglione, quale il Brenta
in questo intrico di fiumi e canali?
E Marghera dov’è, dov’è Venezia
in questo mare che non è il mare?


Ho sognato mio padre.
Eravamo io e lui
in una grande cucina,
seduti a un tavolo deserto
(sparecchiato per sempre).

Entrambi tacevamo, gli occhi bassi.
Lui era aggrappato al suo bicchiere,
io al mio. Vino rosso.
A turno, con gesto spossato,
ci versavamo da bere.

Con fatica, poi, rantolando,
scostava indietro la sedia
per tastarsi le tasche
in cerca del suo pacchetto di MS.
Non lo trovava e riprendeva a bere.

Gli vietarono il fumo, oltre che il sesso,
dopo l’operazione al cuore.