Il lager d’inverno

Si sfaldano nel cielo freddo
nuvole che qua sono nevai,
là sfilacciate alghe, o fondali
affioranti di limpida laguna.

In poche ore potrei giungere a piedi
fino a quei monti, a quel confine nitido,
prima che si perda nella bruma
e ancora in nubi evapori. Ma il mondo
non ha più strade, chiuso è ogni valico
all’uomo che cammina.

Ogni cosa, da qui a ogni orizzonte,
è uno steccato, un confine.
Guard-rail tangenziali canali
fitti cipressi nani, ragnatele
di cavi (recinti elettrificati
per gli uccelli). E quelle file
scheletrite, funeree di pioppi
lungo le morte gore dei fossati.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *