Là dove nevica, nevica…

Mi scrive da non so dove.
Racconta di un esilio
che io avverto sdegnato
oltre che doloroso.
Dice che c’è la neve,
spedisce cartoline,
ritaglia figurine.
Nel poco che rivela
c’è forse, o io mi fingo,
un indizio, qualcosa
che si cela.

Non è luce, abbondanza,
né penuria invernale.
E’ qualcosa che grida,
senza dirlo: mai più.

Nel poco che lei cela
mi fingo ciò che forse
vivido si rivela
(ma non per noi quaggiù),
ed è un bianco sudario
sull’oro che abbagliava
dei suoi capelli estivi.

Sempre più minimali
e anonimi i ritagli.
Ma c’è un accoramento
nel suo racconto! Dice
di una pena perversa
spacciata per destino
o vocazione.
E simile alla mia
è la sua invocazione
da un non-luogo a un altrove,
o viceversa

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