due donne sole


La vecchia, materna, povera casa paterna
ha più stanze e anditi e cunicoli
che finestre e sedie e divani.
Specie il piano terra che s’incaverna,
per una teoria di cameroni e androni,
fin sotto una strada o piazza che da bambino
pensavo fosse un luogo d’altri quartieri:
lontana, così lontana
da non poterla raggiungere a piedi.

È troppo grande per due donne sole.
E troppo fredda: alle otto di mattina
bisogna spegnere i termosifoni.
Le due magre pensioni non bastano
a riscaldarla che per poche ore.
Si alzano alle cinque anche d’inverno
e vanno a letto quando io prendo il tè
e accendo il notebook.

E’ il mio ultimo giorno di ferie.
Domami, ripartito il caro parente,
spegneranno le luci
e a lungo siederanno come in lutto
avvolte in scialli e pastrani.
Per non perdere i grani del rosario
basterà il tremolante lucciolio
di una lampada votiva “da due candele”,
un antico alberello di Natale

e la televisione,
che giusto oggi proclama il carnevale.
Entrambe si riscuotono (e io sospiro)
alla parola Venezia, che per un istante
ravviva la fioca cena quaresimale.

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