Com’è triste, difficile il ritorno
e irreale ed estranea questa casa.
Niente qui mi appartiene fuorché questa
testimonianza, effigie di un incontro
forse solo sognato.
Forse domani anch’io saprò vedere
i belvedere, i luoghi, le contrade
dove conduco chi mi vi conduce.
Però non saprò mai dove si vada,
altri l’avrà saputo.
Category Archives: luoghi in cui non sono
domenica
Che festa gli urli estivi dei bambini
nelle belle giornate come questa,
laggiù, nell’altra casa,
in un altro tempo della vita.
La porta sempre aperta sul cortile
dove anch’io avevo giocato,
il vociare ad ogni ora e gli abbai
di donne e cani felici.
Ora non li sopporto,
i bambini e le madri e gli animali.
Già di mattina chiudo il balcone
e accendo le luci, la radio,
il condizionatore
e il pc: in quest’ordine.
Maledetti vicini, maledetto
condominio multiculturale.
Anch’io finirò per chiamarli
barbari marocchini mustafà,
io più di loro clandestino.
non sono sogni
Le lettere che mi spedisco, come le chiami,
e che mi recapito ogni notte
dalle quattro alle cinque – tu sostieni
che m’impedisco di aprirle – ma lo vedi,
non mi curo neppure di cifrarle.
Non sono veri sogni,
te ne faccio il racconto al telefono
come di viaggi e sperdimenti reali.
E tu ch’eri con me, guida e compagna,
sai già dov’ero, in quale stazione
e per quale disguido.
Reali sono i grovigli d’incroci,
le peripezie gli abbandoni,
le irriconoscibili macerie
della mia casa, le città informi
e i lutti e le persone. Mi ricordo
persino i fatti: accaddero di giorno,
un giorno, e li rimemoro
ogni notte, senza pietà.
Nessun arcano messaggio,
nessuna premonizione se non questa:
tutto è accaduto, niente accadrà più.
E tu, amata e sempre presente,
specchio fedele, mio sguardo severo,
non sei altri che tu, ombra perfetta,
mio doppio altero, mio travestimento.
Passeggiata in centro stasera.
Tanti fighetti in giro
e coppie di pensionati.
Nessun essere umano di pelle scura,
né slavi scalcinati,
né venditori di rose. Hanno paura.
Spritz all’aperto a un tavolo per due
(solo quindici euro).
Sul tavolo una gardenia.
E’ stato facile: ora
la città è sicura.
il dopo-elezioni
Dopo l’aprile piovoso (e non solo),
spero che faccia bello e il merlo esulti
là sulla tenera cima reclina
dell’abete davanti al mio poggiolo.
Spero che maggio duri i suoi trentuno
giorni, e poi segua giugno anche per me.
Che venga tardi luglio e poi l’autunno,
spero, e di alzarmi presto la mattina
per rassegnarmi al sonno non più tardi
delle dieci di sera. Che non strillino
per le scale i bambini, ch’io non oda
altro che il merlo cantare. E che infine
ci facciano la grazia di abolire
la moda delle braghe a vita bassa,
perché siano più belle le ragazze.
i fumatori
I fumatori mesti,
stupidi fumatori
nel cortile dell’intelligent building
o seduti sui gelidi gradini
della scala antincendio,
a coppie o soli, taciturni – loro
la sera guardano tutti i telegiornali,
ma non andranno a votare.
Le mogli li hanno mollati,
di scatti contrattuali
non sono mai informati, non gliene cale.
I colleghi li chiamano ladri,
dicono che finiranno male:
un bel cancro sarà il loro salario.
L’inflazione è al 4%,
la nazionale non promette bene,
si scioglie la banchisa polare,
le banche americane hanno perso 180 miliardi di dollari nell’ultimo anno,
Berlusconi vincerà le elezioni
e loro che fanno? Fumano.
Fumano! E tacciono. Infreddoliti e grami,
perseguitati dai solerti agenti
del dl 16/01/2003 n. 3,
invisi agli ottimisti ai pessimisti
ai salutisti ai sindacalizzati,
loro, l’appestata e silenziosa
minoranza, gli stoici pezzenti,
alla vita non chiedono che questo:
qualche pausa per scomparire un poco
dalla scena triviale.
Tra antichi sterri e fossi d’acqua morta,
oltre una cancellata verde e rossa
di borraccina e ruggine, ho contato
sette alberi stecchiti (tigli? faggi?).
E’ quasi aprile ma non hanno ancora
gemme né foglie, pure così verdi.
Dentro scuri panneggi, inguantati
d’edera fino alle più alte cime,
sono pasto d’insetti. Guasti, morti.
sdoppiamento
Di nuovo alla consolle. Anche stasera
mi sono inabissato nella nebbia
confidando nel radar prodigioso
del coraggioso, eccellente pilota
che mi riporta a casa (quello strano
famiglio inespressivo ed efficiente
che accese poi il pc e come niente
rispose a quindici e-mail spiritose
e con la stessa solerzia ora scrive
cose che chiamerei soltanto versi
e che mai scriverei, se mai scrivessi,
se non fossi annebbiato, sonnacchioso
e – dice sospirando – un po’ depresso).
gramigne
Un nero strato di cemento e ghiaia
allagò l’aia, ricoprì la cenere
di gramigne bruciate.
E sopra la gettata fu murata
una bruna chiancata di arenaria.
Erano in tre: un valente muratore,
un vecchio e un erculeo manovale.
Posavano lastroni ponderosi,
come me fiduciosi che la casa,
la mia casetta, sarebbe durata
nuova e perenne, indenne da ogni tabe.
Ma non c’è scampo: aprile
in ogni minima crepa,
in ogni stampo di conchiglia fossile
insinua certe erbacce
dalle radici dure come scalpelli.
Certe tenaci piovre vegetali,
tentacoli e granfie che a strapparli
strappano malta e pietre come zolle.
Ti resta nelle mani qualche segno
e latice vischioso di celidonia.
Ne avverti ancora dopo mesi
l’odore acre. Settembre
è già quasi passato
e io vivo in un comodo bivano
al terzo piano, in compagnia di un pendulo
potus appeso come un lampadario.
Lontano da gramigne e da cicorie.
Ad A. che “riordina” la (sua) casa di vacanza
Ancora brucia il sole del pomeriggio
mentre, seduto sotto il fico, torno
a interrogarmi sulla ragione
del tuo tornare qui – del mio non dico
o non ricordo,
ma so che saremo per sempre
compagni almeno in questo ritornare
al luogo dei nostri sponsali.
Sarà un breve soggiorno: per te
durerà poco più del lungo viaggio,
quanto basta per dare aria alla casa
e sgombrarla di certi rinsecchiti
“cadaverini”, come tu li chiami.
Topi? “Ma no, topolini:
non più grandi di scarafaggi”.
A sentire le zie, ci vuol coraggio
anche solo ad entrare; figurarsi
a dar di scopa, come tu sai fare,
sui muri di pietra grezza, sui vecchi travi
pavesati di pendule ragnatele
simili a grigi, laceri tendaggi.
Eppure è bello qui. “Sì, molto bello,
amore”…
Non suona strana
la parola, non più abituale,
a dieci anni dal nostro divorzio.
Con che tenerezza mi guardi
da sotto i ricci stinti e impolverati!
Ma sì, ti amo, amica
e compagna di sempre. Ti amo
perché so tutto di te e non ti conosco.
Ti amo perché non mi sei parente,
hai cessato di essermi amante
e sei la mia famiglia.
Ti amo perché non capisco
e ammiro e disapprovo
questa tua eroica devozione
ad una casa, l’improba fatica
che chiami, minimizzando,
riordino. Ti amo
per come, serenamente e con vigore,
contrasti il disfacimento. Ti amo, tanto
che non mi trattengo dall’abbracciarti
mentre mi riferisci, con una smorfia
più d’afflizione che di ripugnanza,
sull’effetto delle esche avvelenate:
piccoli, ah sì, minuscoli,
e quasi indistinguibili, nella polvere,
dalle foglie secche dei gerani.
Mi piace e mi commuove
il tuo affanno, la tua scalmana,
il bel colore rubizzo da fornaia
davanti al forno, ma assai mi dispiace
che tu debba patire questo caldo.
Impiegherai tre giorni
(i più roventi giorni del secolo,
secondo i notiziari)
per compiere il faticoso rito. E quando
dalla polvere riemergeranno
l’ara, il tavolo di pietra
radicato nel pavimento
come il letto di Ulisse, e poi quello
che fu il nostro letto smontabile,
il talamo da campo, trispi e tavole
e materassi; quando riappariranno
lo scheletro ligneo di una sella,
le damigiane impagliate, le quartare,
le stoviglie incellofanate,
le sedie di moplen
- e le cassapanche tarlate
da dove, perché non muffisca,
tiri fuori il corredo da sposa
e lo sciorini per l’aia al sole,
lo stendi sui cespi di gerani,
sulla lunga ringhiera, sulla pergola,
sulla pietre da collezione;
quando avrai rassettato ogni cosa,
riposto tovaglie e lenzuola,
impilato una sull’altra
vecchie valige e arcaiche cassapanche,
ornato di nuovi cardi e fiori secchi
il tino, gli orci e gli angoli più in ombra;
allora sigillerai le imposte,
chiuderai le porte di ferro,
e, riconsegnate le masserizie
alla custodia del buio che le divora,
ripartirai contenta: di venerdì,
col pullman delle quindici.
Di nuovo, dopo il commiato, i miei parenti
(che chiami ancora zia, cugina, mamma)
diranno che sei stramba, che sei brava,
a venire da così lontano,
tu, multilaureata e veneziana,
a sfacchinare come una vignera.
Nei giorni che seguiranno
ripasserò davanti al cancello chiuso.
Lo riaprirò, una volta, prima che
anche la mia estate sia conclusa.
Strapperò ciuffi d’erba dal lastricato,
Innaffierò i gerani e gli oleandri,
coglierò dei fichi da portarti.
Ma la porta, la porta del tempio
resterà chiusa per un anno.
Torneremo, di certo: esattamente
nella terza decade di luglio.
Ai miei occhi la casa avrà altre crepe
e io altre ferite, ma per te
nulla sarà mutato.
Io mi siederò sotto il fico
sempre più verde e fronzuto,
tu brandirai la scopa e alacremente
spazzerai via le macerie e la terra
in cui tutto precipita e si perde.
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Ad A. che riordina, ecc.
(postilla polemica)
Io non potrò mai esserti d’aiuto,
farti da chierichetto: non lo prevede,
il rito, non me lo concede
il genius loci che con te invece
è in mistica, perfetta comunione.
La querelle, non del tutto scherzosa,
è anch’essa annosa e rituale.
Non posso non rimproverartelo:
sono tuoi, non più miei
i polverosi tesori.
Il divorzio fu infatti ratificato
da un notaio, lo stesso
che aveva celebrato il matrimonio.
Il profanus da allora
Non può entrare nel tempio
che per recare alla sacerdotessa
(a Demetra, a Minerva)
offerte che spera gradite: frutta, granite,
olio, acqua del pozzo,
vasetti per dolcissime conserve.