Les Poètes de [dix]sept ans

(su un antico quaderno ritrovato)

Come tutti i poeti adolescenti
di Catania e di Enna, io pure scrissi
di Polifemo, di Aci e Galatea,
di Demetra e Persefone, di Castore
e pure di Polluce. E se era nuvolo,
io, montanaro, cantavo marine
affollate di dèi, colme di luce.

Mio padre in vita sua lesse si e no
cinque poesie, e una era la mia.
Non riusciva a sfogliare il quaderno
con quelle dita ruvide e nocchiute
come scorza d’ulivo, né poteva
umettarsele: il gelo dei cantieri
gli seccava le fauci.
In bocca non aveva, nonché denti,
né lingua né saliva.

Certo quelle ardue strofe in italiano
le reputò un portento,
notandone una qualche somiglianza
con le canzonette del sussidiario.
Mia madre, più perplessa che contenta,
narrò allora di come da infante
dicessi mamma e cacca precocemente,
mentre Ermione bambina ricopiava
nel suo caro diario alcune stanze.

Ma l’intera famiglia a lungo poi
si lagnò del notturno ticchettio
dell’Olivetti che scampanellava
a ogni verso concluso, ad ogni incastro
frantumato o risolto. Erano gli anni
fulgidi della rivolta.

Ahi quanto scrissi allora della mia
torpida giovinezza, e quanto poco
rimane oggi da dire! Anni ed anni
consumati soltanto a maledire
la sorte nequitosa in prosa e in versi,
ché tutto era sbagliato e doloroso
nel mondo rio, nell’informe universo.

E quanto amavo quella che mi piacque
e lungamente amai, specie di notte!
Mai non m’accadde di guardare il cielo;
eppure in quei miei versi c’era un cane
che abbaiava alla luna a più non posso,
mentre fuori pioveva a dirotto,
governo infame, e con la destra mano
mi tastavo il pigiama.

[1] “Les Poètes de sept ans” è il titolo di una poesia di Rimbaud. Io fui un po’ meno precoce di lui…

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