Gli amori imperfetti

Quella che piangeva e ripeteva,
mezza nuda, col reggiseno
sbretellato, e piangeva:
non capisci niente – Né ho mai capito
quella sua comprensione della mia
incomprensione, e rimane
arcana a se stessa l’animula
perplessa, che appena indovino
cieca e malformata in un riflesso
indecifrato. E quella

a cui tanto piacevo e a tutti i costi
voleva farmi operare,
tagliare le escrescenze che non poteva
ridurre in suo dominio.
Sulla schiena sul naso sul viso
bruciare, abradere i nei
che chiamava con tanti nomi:
angiomi, eruzioni, lipomi,
percorrendo col dito una trama
di vene o meridiani,
componendo un’ansiosa, preoccupante,
sempre più minuziosa topografia
delle mie imperfezioni e malattie.

Un’altra che m’insegnava
utili, futili cose.
Anch’essa mi spidocchiava,
strizzava i punti neri,
in quelli oscuri indagava (con sospettosa
cautela o discrezione)
finché non fossero chiari.
Ma di questo, in ispecie, le son grato:
di avermi lei appreso e io imparato
dopo infinite lezioni
che sulle camicie e le scarpe
è saggio non risparmiare.

E quella donna umbratile, raffinata.
Che stile! Che malagrazia!
A mia volta, i suoi spigoli
con pazienza e dolcezza io mi studiavo
di arrotondare, accarezzare, e infine
di piallare ruvidamente.
Per rappresaglia, sì, per farle male.

Com’era bella! tutto
in lei era mirabile
e non aveva niente,
fuorché il culo e la bocca impertinente,
che non fosse bizzarro, imperfetto.
Mi piacevono molto le sue tette
puntute, capezzolute
e piccole, seppure finallora
mi fossero piaciute più rotonde,
più grasse.

E le deformità di Monnalisa,
che vuol vivere sola, da sola
e insiste a predicarsi un suo decalogo
fatto di mille voti quotidiani
assolti grazie solo
ad un’agenda che diventa diario.
Come una figlia l’amo oramai
questa saggia, materna calvinista
compressa come un bonsai
nel suo vaso di fragile creta
da un pragmatismo angusto pasticciato
con orfani principi universali.

Di duemila lettere d’amore
(richieste di grazia rigettate,
laudi alle loro perfette e divine grazie,
foilosoferie e anatemi),
il tutto catalogato
per nome dell’amata e per annata,
ecco infine l’epitome banale:
qualcuno s’illuse che fosse
possibile, nonché frugarla
fin nel fondo più fondo,
almeno una cosa del mondo
conoscere, o cambiare.

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