ode a una camicia


Sola una, delle tante mie camicie,
resiste ai lavaggi in lavatrice.
Ad ogni stiratura tutte le altre
(roba da grande magazzino),
appaiono qua e là magagnate,
stinte sdrucite maculate,
consunti i colletti e i polsini.

Una sola conserva inalterata
la sua brillantezza primigenia.
Il disegno a quadri è delicato,
tenue come filigrana,
di un limpido azzurro-mattino:
un colore che non può dirsi “tinta”,
ma intrinseca luce di zaffìro.
E’ morbida, liscia al tatto.
le grinze si lasciano spianare
docilmente dal ferro da stiro.

Non si può certo dire che io sia
un Lord Brummel, quanto a eleganza.
Di firme non m’intendo, non distinguo
la iuta dall’organza.
Eppure questa che vi canto è mia,
la mia camicia, e chi la stira e bacia
non è la colf, l’odalisca
di un magnate dell’alta finanza,
di un emiro o pascià: son proprio io.

Ma anche se non fosse così chic,
camicia il cui nome di camicia
non dice che tesoro di camicia
indegnamente, fieramente indosso,
lei, nobile classic shirt, capo esclusivo,
classico che non passa mai di moda,
resistente agli insulti del tempo
e dei detersivi – se anche fosse
contraffatta la griffe, e il tessuto
un ordinario polimero,
sarebbe pur sempre la mia
camicia prediletta.
Mi fu donata, dono di Natale,
da una ragazza (un amore da niente,
di nessun pregio, insulso, vile, effimero:
il più precario, certo il più rimpianto
fra i tutti gli amori dismessi).

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