Rassegna stampa

Dove sono finiti i miei vischiosi
fantasmi, le amanti molto amate?
Nelle notti di chi sono migrate?
Da mesi ormai ho smesso di sognarle
e mi pare mill’anni: altre stagioni,
altre epoche e mondi.

Ora sogno TG giornali online
talk show rassegne stampa
notturne e mattutine; mi affannano
Il saliscendi di FTSE MIB e spread
nei grafici del Sole 24 ore,
gli arcani ideogrammi che raffigurano
gravissime aritmie, malattie,
pestilenze e miseria. E poi le voci
sguaiate di profeti e di dannati,
la salvezza e l’inferno – E la guerra,
la guerra nelle vie e nelle piazze,
nel condominio multiculturale
e persino qui, in casa mia.
Sfondano la porta con l’ariete
guerrieri, forse barbari, Alemanni,
o forse Greci, opliti con le lance,
gli elmi crestati e occhiuti – quei diagrammi
dipinti sugli scudi scintillanti.

Mi sveglia alle otto meno venti
il fabulare un poco trafelato
e pur sempre rassicurante,
molto urbano, di un noto giornalista:
di Cazzullo, di Stefano Folli.
La rassegna stampa, per l’appunto.

Ombre


Ti ho intravista nel buio. Eri di spalle,
un po’ curva come chi ha patito
l’offesa che sappiamo. Il tuo vestito
era scuro, il sogno in bianco e nero.
Andavi, immersa in una folla d’ombre
dentro una vasta oscurità – ed io
che non ti ho mai incontrata di notte
ma sempre di mattina, in piena luce,
sapevo che eri tu – mia luce d’oro
e smaraldo, mia rosa settembrina.
Quasi nulla restava di te
senza i colori, eppure
l’amore ti riconosceva
(non io, che me ne sono dissociato).


Poiché tu procedevi a capo chino
come gli altri del branco migrabondo
e io sedevo su un marciapiede,
unico vivo e solo spettatore
di quella fioca processione, lui,
l’amore, guardava a collo torto,
da sotto in su, così che non poteva
distinguere nel buio i tuoi capelli
chiari, dove un tempo indovinava
i tuoi pensieri arruffati.


Né potevo chiamarti: anche nei sogni,
come in certi conflitti, non si ha voce.
O forse non si vuole, né si può
cambiare ciò che è scritto – anche nei sogni.
Così non ti voltavi. E te ne andavi,
come i morti a cui già vai somigliando,
nel limbo affollato dei ricordi.

Mi troverai già lì, sarà una specie
di ricongiungimento familiare.
Potrò frequentarti, finalmente
a te affine, ombra tra le ombre.
Senza più menzogne, se non le mie
a me stesso. E senza impedimenti.


Eravamo in un orrido altopiano
massacrato da fuochi e da esplosioni,
in fuga, diguazzanti in una melma
di sterpaglie e cadaveri, inseguiti
da non so che nemici spaventosi.
Era la guerra, o altro finimondo,
e qualcuno di noi era sparito,
perito in quel disastro senza nome
o in altra strage, in un tempo lontano.
Quand’ecco che dal fondo della notte,
emerso dal più cupo dei crateri,
giungevi tu, alla guida di un furgone,
di un camion, di un enorme carro armato.
Tu, ciclopico eroe, giovane ancora
e forte come non eri mai stato
eri corso a salvarci. Io e le sorelle
eravamo bambini, e così piccoli
che la mamma, un’intrepida ragazza,
ci lanciava in gran furia sul cassone
insieme a qualche straccio e masserizia.
Con quale abilità, con che perizia
guidavi poi il rombante mastodonte
in testa ad un convoglio disperato.
Afferrato a uno sterzo gigantesco
con braccia poderose, come Ursus
alle corna del toro, conducevi
il veicolo immane, innestavi
la ridotta, scartavi per scansare
esplosioni e macerie, a denti stretti
risalivi sprofondi – Eri mio padre,
finalmente. E pensare che da vivo
fosti così sparuto, così piccolo.
Non avevi neppure la patente.

 

la barca degli amanti


Chi era quell’erinni, quella pazza
che piangeva di un pianto rantoloso,
nel sogno, e m’insultava, mi graffiava?
Era Megera, Tisifone o Aletto?
Dovevo averla conosciuta un tempo,
da giovane, ma ero un vecchio adesso,
e lei, seppure pallida e arruffata,
sembrava poco più che una ragazza.


Di che colore erano i suoi occhi?
Malediceva il mio nome, mi odiava,
mi spintonava, ma non senza grazia
e con qualche rispetto o cautela,
perché eravamo dentro una barchetta
fragile e vacillante, senza vela
né remi né timone. Tutt’intorno
uno stagno miasmatico e immoto.
Non fosse che era truce e scarmigliata
sarebbe stata bella, unica luce
in quel grigio crepuscolo brumoso,
perché era bionda e d’aspetto gentile.


Mi erano familiari i lineamenti,
pure alterati da furia belluina.
Conoscevo il suo seno battagliero,
le gambe snelle, l’anca di pantera.
Aveva le unghie d’un carminio scuro
e una tunica bianca, ma in passato
poteva essere stata una dark lady
rossa di pelo, o interamente nera.
Dubitavano il cuore e la memoria
tra vari nomi. Non potei chiamarla
che amore, mentre la sollecitavo
ad abbracciarmi, a non lottare più.


Infine eri anche tu, mio nuovo amore,
tu che sei mite e mai con me ti adiri.
Ti acquietavi difatti, eri serena
mentre poi ti sedevi e m’invitavi
a stare accovacciato, a te abbracciato
immobile, per tema che la barca
senza remi né vela né governo
si rovesciasse. “No lo sai?”, dicevi,
“siamo già morti, e questa morta gora
è l’inferno – ma tu non la guardare,
resta qui rannicchiato nel mio abbraccio”.


Ho sognato mio padre.
Eravamo io e lui
in una grande cucina,
seduti a un tavolo deserto
(sparecchiato per sempre).

Entrambi tacevamo, gli occhi bassi.
Lui era aggrappato al suo bicchiere,
io al mio. Vino rosso.
A turno, con gesto spossato,
ci versavamo da bere.

Con fatica, poi, rantolando,
scostava indietro la sedia
per tastarsi le tasche
in cerca del suo pacchetto di MS.
Non lo trovava e riprendeva a bere.

Gli vietarono il fumo, oltre che il sesso,
dopo l’operazione al cuore.

l’altra notte sognavo che ero morto

Tornavo dal lavoro stanco morto
e per le scale udivo come un coro
di orazioni, o di canti, un responsorio
di voci bianche e di amen cupi e gravi.
Che i miei vicini (perlopiù cinesi
e tunisini) stessero ascoltando
radio Maria, lo reputavo un fatto
non meno singolare dell’assenza
dello zerbino, che, come notai,
era sparito. Avrei congetturato
d’aver sbagliato scala, o condominio,
non fosse che appiccata sulla porta
era un’antica targhetta d’ottone
con, ancora leggibile, il mio nome.

Le luce nelle scale era un po’ fioca,
sì che fu faticoso – in un intrico
di badge lucchetti e chiavi USB –
trovar la chiave, e avendola trovata,
infilare la toppa. Ma la porta
si apriva a un tratto, o mi veniva aperta,
quasi mi si aspettasse in casa mia,
dove vivo da solo – ma non ero
più vivo, mi pareva: ero disteso
sul letto, ed ero morto.

Il vestito era scuro, cereo il viso
come d’un morto. E morto ero davvero:
un morto inappuntabile e severo
tra quattro ceri, con le scarpe nere
e nuove e lucidissime (le suole
– pensai – giammai avrebbero calcato
la terra, e sulla terra camminato).
Avevo tutto ciò che deve avere
un morto, e che ad un vivo non disdice:
una camicia bianca, la cravatta,
tra le dita il rosario. Ero sereno,
parevo addormentato – ed ero serio,
come di certo si conviene a un uomo
in quello stato: dritto, e finalmente
ben pettinato.

Le mie sorelle erano assise in cerchio
intorno al letto, in abito da lutto,
giusta l’usanza, e addolorate il giusto.
Senza smettere la giaculatoria,
alzavano lo sguardo e con un cenno
salutavano me, che salutavo.
Curva sul capezzale era mia madre.
Mi scacciava le mosche dalla fronte
con un nero straccetto, e la baciava
rantolando il mio nome, disseccata
d’ogni voce oramai e d’ogni pianto.
Però anche lei s’avvide del mio arrivo,
mi salutò, m’indicò a me col mento.
“Se n’è andato”, diceva, “e non toccava
a lui questa ventura: a me toccava”.

“Non era vecchio, aveva cinquant’anni,
e un cuore così grande, così grande
che mai da Morte ne fu soffocato
uno più grande”. Poi enumerò
altri miei pregi, mi narrò di nuovo
di quel parto podalico e di altre
birbonate e prodezze: di quand’ero
infante, poi ragazzo, di com’ero
bravo a scuola, il primo della classe,
e di come mi aveva perdonato;
perché ero stato, è vero, un po’ scapato:
dedito a imprese oziose, un sognatore
svogliato – però tanto, tanto buono.
A dirla tutta, una testa di cazzo,
che con rara costanza e vero zelo
tradì ogni suo talento, ogni promessa.

Lo ammetto: mi commossi a questo punto.
Ero un reprobo, sì, ero colpevole
d’esser vissuto, e poi d’essere morto.
Come dire il dolore, la vergogna,
l’inutile, sincera contrizione
d’esser così mancato e di mancare
a me stesso e per sempre, dopo tanti
rinvii, speranze, attese fiduciose.
Avrei ancora, se avessi potuto,
indossato d’emblée quella carcassa,
col suo vestito nuovo – ma null’altro
potei che piangere, lì, ginocchioni,
allato dell’amato mio congiunto.

stalking (2)


Nei sogni càpita ancora d’incontrarla.
Per lo più in luoghi pubblici, per strada.
Al suo passaggio la scena
come in un fermo immagine si raggela:
una folla fioca e sconosciuta
resta immobile e intenta, mentre lei,
nerovestita e altera, fila svelta
verso una calle stretta, una svolta,
un portico, un portone che la inghiotte.

Anch’io sto fermo, per lo più seduto,
ma non come chi aspetta.
Il luogo non mi è familiare. Andavo in giro
tra cartelli e insegne e rii e ponti
non so in che direzione. Lei invece
ha una precisa meta:
passarmi accanto di fretta,
per ricordarmi che è bella
e che le sono invisibile.

Sogno

Ho sognato, sognavo di tornare.
Tu sai da dove, tu certo sapresti
se cessasse il rancore e cadesse
la cortina che l’uno all’altro
ci nasconde, trucco malefico
che trasfigura e confonde.

Avevo questi occhi spenti
che ritrovo ogni mattina
nello specchio rigato,
lo smarrimento che diventa
rassegnazione. Uno sguardo
di cane che fu rabbioso
ma che non può più mordere.

Sulle ossa ammaccate
non sentivo più le bastonate
e non avevo più lena
per scappare o guaire.

Non cessava di interrogare
il suo specchio spezzato, quello sguardo,
e ripeteva con ostinazione:
come hai potuto, come
ho potuto.

Avrei ancora voluto
buttarmi sul tuo divano,
chiudere gli occhi e sperare
che una carezza sul capo
seguisse al ristoro di un tè caldo.

C’era stato un momento
Quando una sola carezza
mi avrebbe guarito, come il tocco
di Cristo pietoso: effèta!
Invece tu dovevi allontanarmi
ancora, scacciarmi più lontano.

Finalmente insensibile, assente
nel luogo dove di nuovo sarei stato
giudicato, pestato.
Non avevo più fiato per ripetere
l’invito straziato, la protesta
del perdente, le scuse del gramo.
Avevo smesso per sempre
di rantolare ti amo.